Il numero dei vivi

Il numero dei vivi è l’ultima raccolta di Massimo Gezzi, da poco uscita per Donzelli. Questa è l’ultima poesia della sezione Uno, composta da testi di strofe di numero crescente (da uno a dieci).

DIECI PIANI IN VIA ***

I.

La parola è speranza: che dietro
quella porta ogni gradino della rampa,
ogni passo che succede a quello prima
in direzione di un ospedale
sappia aprire una falla
nella logica delle cose, nella chiara
elementarità del principio che connette
una macchia scura alla sua interpretazione
(epitelioma), fondata su millenni
di errori, esperienze, casi clinici come quello.
La parola è speranza ed è sbagliata,
una volta ancora.

II.

La parola è allegria. Momentanea,
immotivata, sparita già quando il riflesso
che scivolava sulla parete verticale
del palazzo di vetro fuoriusciva
dal suo campo visivo, intercettato
dalle foglie di luce proiettate alla parete
da un avvolgibile mezzo sceso.

III.

La parola è terrore, nell’istante
della stretta di mano che sancisce
un educato licenziamento,
un espianto di persona, mentre fuori
gli scooter di tutti i giorni con il limite
stampato sulle targhe, le schegge di lago
che in quel momento rimbalzano verso lui
e lo feriscono negli occhi.

IV.

La parola è finzione. Contare gli scalini
e dire quattro, se sono cinque,
mentire, se devi dire una verità.
La parola è finzione e non è difficile
mandarla a mente.

V.

La parola è simultaneità del gesto
con cui le bacia il seno destro mentre lei
gli prende il sesso e lo accarezza.
Del giorno camuffato dalle tende,
nell’odore del caffè,
di un vetro che tintinna al passaggio di un autobus.

VI.

La parola è perché.
Non è stato un incidente.
Ha smesso di guardare mentre guidava
sul costone. L’ha fatto di proposito, e lo squillo
notturno a cui lei non ha risposto le conferma
che è così. Ecco cos’è. Ecco perché.

VII.

La parola è iniziare
ad accorgersi ancora:
la figura che sfila dalla camera al soggiorno,
gli oggetti che ha toccato, le persone
che incontra e che per lei sono importanti.
Ricominciare a sentire la domanda
delle immagini, il peso delle assenze,
la leggerezza delle sorprese.

VIII.

La parola è compleanno, auguri
sussurrati da una fessura che dà sul giorno,
mentre in camera è ancora penombra, dormiveglia.
«Grazie», poter dire, sentendosi felici.
«Buongiorno», sentirsi dire: «Oggi compio tre anni».

IX.

La parola è vergogna, ed è facile metterla addosso.
Trisillaba, educata come tante,
e invece scrivere, battere
sui tasti, rimestare in un’aria condivisa
da uomini che non comprendono,
che dicono mio, nostro intendendo
non tuo, di nessun altro.

X.

La parola è impalcatura. Fatta di pali,
di giunti, di fatica condivisa
per costruire una struttura
temporanea, da smantellare,
di cui non resta traccia non appena
la costruzione del condominio è terminata,
la luce è stata accesa e le prima
parola pronunciata fra quattro mura.

Immagine: Luigi Ghirri, Reggio Emilia, 1973.

23/04/2015
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