Il corpo e l’orto

A cura di Mario Fresa.

***

Quando non hai corpo ti conosci meglio,
scorre e dice l’acqua
mentre si specchia in te;
quando non sei corpo
susciti ogni meraviglia
e, meravigliato, sei sbigottito
della conquista.
La natura ti annulla, è niente,
e tu sei natura.

*

Un’orrenda pioggia di isotopi
Colpisce violenta i giardini
e gli orti.
Nell’ombra avvengono mutazioni:
la natura si apre come
un fiore velenoso,
colori venèfici si spargono
in ogni dove; noi stessi,
ormai entità prenatali,
ridotti a oggetti mostruosi,
perduta anche la paura…

*

Il pozzo, un antispecchio
che non vuole conoscere
il tuo volto.
Almeno, non quei lineamenti
che tu aspetti riflessi.
Come quando la terra
viene scavata, mai guardare
dentro, troppo tardi
uno si ritrae.

*

Quando non hai corpo ti conosci meglio,
scorre e dice l’acqua
mentre si specchia in te;
quando non sei corpo
susciti ogni meraviglia
e, meravigliato, sei sbigottito
della conquista.
La natura ti annulla, è niente,
e tu sei natura.

*

Dietro il giardino, lì
Non ci vedono.
Mi fai mancare il respiro;
non è una colpa,
vorrei che accadesse anche a te, ma dolcemente,
non come un’asma che spaventa.
E intravedi, dalle pozzanghere,
un’immagine accesa
che appartiene a chi ti parla.
Prima il volto era bruno o grigio;
adesso tu hai colorato di rosso
gentile, innocente,
le vie del corpo
e sento cambiare di me le tinte.
Con lui, con altri lui,
compivi una simile magia?
(Allontana ogni voce,
con tenerezza impedisci la bocca…)

*

Vorresti abbandonare il corpo
rimanendo in vita, adesso che fiamme
maestose, misteriose insidiano
ogni capillare, ganglio, fibra
e consumato il senso della gioventù
avanza inequivocabile, odiata e necessaria,
la maturità.

*

Tutto questo freddo da quando
sei nato; forse è la fine
che viene a liberarti, si spera
nel segno della salvezza.
Per il resto, conviene fingere
ogni smargiassata, adottare
comportamenti da gaglioffo,
per illudersi che questa misera
presenza non scompaia del tutto.

***

Nell’estate del 2006, Marco Amendolara pubblica, in modo semiclandestino e dopo un silenzio durato molti anni, un breve e affilatissimo volume, Epigrammi: sia il titolo, sia la generale tinta icastica e tagliente che percorre l’intera raccolta sono un omaggio a Marziale, poeta amatissimo da Amendolara e da lui molto ben tradotto. C’è una durezza acuminata e ferma che si esprime nella forza implosiva di questi versi. Da essi emerge la visione della ostinata crudeltà di un mondo che, insensibile e inerte, non vuole e non sa rispondere al disperato richiamo di ascolto del poeta. Il tempo e la sua vanitas, il suo terrifico discendere nell’abisso interminabile della nullificazione e della distruzione, e il folle desiderio di essere, una volta per tutte, fuori dalla ragna imprigionante del tempo stesso, costituiscono i temi e i motivi costanti della breve e intensissima silloge: «lo specchio diventa vecchio, / riflettendo una gioventù enigmatica, / mentre gli altri / si affannano a contare / le tue primavere»; «un veleno / che doni l’immortalità dell’anima / non è ancora in commercio»; e ancora: «il ragazzo che sei stato / ti guarda dai tuoi occhi, / credendosi inosservato».

Ma vi è pure ritratta, con una impagabile ironia, la patetica schiera dei piccoli finti intellettuali, indefessi carrieristi e galoppini affatto privi di ritegno che Amendolara ben conosceva e derideva: «il padre, politico e docente universitario. / Il figlio docente universitario / e (prima o poi) politico. / Come le caste di Diocleziano. / Ma ancora più triste è osservare / come questi vivono la cultura: / con piglio notarile, da burocrati, / capaci di trasformare in marmo / perfino la piuma di un canarino»; «Gli Abbaiastorto, chissà se per destino / o per fatalità, fanno tutto in famiglia, / nelle università. / E ci campano da più generazioni, / in tutte le discipline. / Il Mazzafosca, un bìgolo, da vecchio / si è scoperto narratore / e fa ancora più pena che da studioso. / Lo Sciolti, il Paraguanti, l’Arrivamale / sono già conservati per l’eternità / in una morgue dell’ospedale.»

Altri versi, invece, tolta la maschera dolce e amara della ironia e dell’acre sarcasmo, si aprono sulla pagina come piccole e insanabili ferite: improvvise esplosioni di estenuata dolenza, proiezioni di ambasce indicibili, infinite: e suonano come un’acuta condanna, irredimibile e totale: «quando vedrai il corpo / da una parte e la mente dall’altra, / il sangue sarà uscito assolutamente, / rimarrà solo uno spettro, / saprai che non c’entravi niente, / che la questione era tutta interiore, / e mi perdonerai.»  In questi infocati Epigrammi sono incise parole forti, disperate, violente: parole che nella quotidiana gratuità del comune linguaggio accomodante noi spesso dimentichiamo e non vogliamo pronunciare: e cioè «sangue, «svanire», «scomparire», «nulla», «freddo», «crudeltà». Leggerle, intenderle, viverle profondamente significa disperare, schiantarsi, rovinare.

Un libro successivo, La passione prima del gelo. Poesie 1985-2006, costituisce un’auto-antologia ed è pubblicato in una edizione quasi privata, per interessamento di Maria Teresa Cucino. Si mostrano, come nel gorgo di una privata apocalisse, i segni e le visioni di una giostra contraddittoria di sentimenti, nella quale si specchiano e s’incrociano amori e disillusioni, disperazioni e festosi abbandoni, rivincite e trasalimenti, scoramenti e slanci; vi leggiamo, soprattutto, una mitezza sconfinata e una veemenza incontrollata: così «fra le docce non ogni scherzo/ è permesso perché l’energia / va sempre conservata per disegni / migliori dice l’acqua che scende / su un corpo di bagnoschiuma, / mentre l’ombelico parla una nuova / lingua, verticale quest’altra, / ascensiva, come un viaggio / di bicicletta fra prati / quando la stagione invita al grido / e alla licenza.» Nella lingua poetica s’intravedono, insieme, lo stupore incomunicabile e la dolente impossibilità di accettare il dono amato e odiato dell’esistenza. Ma pure, nonostante le tentazioni insoddisfatte e le illusioni (anzi, proprio in virtù di queste) si fa strada l’esigenza di «riappropriarsi della gioventù», che «dopo un lungo freddo» appare come «un esorcismo necessario».

La tanto rincorsa felicità coincide, ora, con il doloroso desiderio di essere altro da sé, di uscire dalla prigione oscura del proprio io. Si devono approntare, perciò, rigorosi esercizi per dimenticare di esserci. Nella Bevanda di Mitridate, un’altra breve e ardente plaquette (di nuovo ospitata nella collanina di Maria Teresa Cucino e data alle stampe nel 2008), Amendolara annuncia, addolorato e rinfrancato nel medesimo tempo: «Sta in un solo rigo, la salvezza, / come in una vocale il piacere. / Si torna alla lallazione, finendo. / Nomade, nessuno, zombie….».  Ed ecco: noi siamo spettri, illusi di essere qualcosa. Siamo corpi in continua discesa. Siamo fragili figure che appaiono dispaiono, abbandonate da tutti, senza pietà: «Questo corpo non è il mio, / dicesti, al supermercato: / no, non è il mio (mentre guardavi altri corpi) / l’avrei voluto più crudele, e potente, / e ora che svanisce e non so dove andare…».

Marco Amendolara si toglie la vita a 39 anni, la mattina del 16 luglio 2008. Lascia inedita una raccolta, Il corpo e l’orto, che alcuni amici e i familiari pubblicano nel 2014 presso le edizioni milanesi della Vita Felice. È un libro forte, i cui versi ferocemente lucidi non lasciano scampo a chi sia capace di comprenderli a fondo. Qui, il soggetto retrocede e si annulla, offrendosi in sacrificio alla crudele rilevanza di una realtà impenetrabile e bruta, e ingaggia un’insostenibile lotta a corpo a corpo con la propria identità e con il mondo che lo circonda e che lo assedia. È la scrittura stessa, qui, a diventare immagine di un’alterità che scompone e sconvolge l’identità e il soggetto. La natura immensa precipita nell’infinitesimale spazio del singolo io. Il corpo diventa l’orto che l’ospita, che senza sosta alcuna concima se stesso, e che infine lo consuma. È un io ch’è pronto ad accogliere, fin dalla nascita, il gelo finale di un desiderato inabissamento, di un freddo eterno e inconsumabile che insidia già «tessuti, giunture, l’intera presenza / umana» e che poi consegna il corpo, misero specchio di crudeli lusinghe, alla pace del «sonno» o dell’«ascensione». Lo stesso corpo, nutrendosi della forza scaturita dal suo auto-inabissamento, assume, adesso, «una dignità oggettiva, /intoccabile, quasi un esempio / di body-art, senza piacere di finzioni».

Quando il poeta s’identifica con il suo corpo, smarrendosi in esso, giunge a coincidere, e a confondersi, con il nulla: istante miracoloso, questo, nel quale si discioglie, fino a sparire, l’«ombra delittuosa» che da sempre, con dolore, lo insegue e l’imprigiona.

Mario Fresa

Immagine: Opera di Thomas De Falco.

Caporedattrice Poesia

Maria Borio è nata nel 1985 a Perugia. È dottore di ricerca in letteratura italiana contemporanea. Ha pubblicato le raccolte Vite unite ("XII Quaderno italiano di poesia contemporanea", Marcos y Marcos, 2015), L’altro limite (Pordenonelegge-Lietocolle, Pordenone-Faloppio, 2017) e Trasparenza (Interlinea, 2019). Ha scritto le monografie Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, 2018).

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