hula apocalisse

hula apocalisse è un libro sperimentale a tre voci con le raccolte Affeninsel di Roberto Batisti, L’inesploso di Francesco Brancati e Il sogno di Pasifae di Marco Malvestio, uscito per Prufrock spa. Pubblichiamo una selezione.

Roberto Batisti, da “Affeninsel”

di Ohrmizd e amputazioni discettavano,
noi li volgemmo in fumo. come chi erige
accenti e corònidi apponemmo pennacchi di
cenere al cielo.

*

sfebbreranno le spiagge
e le stagioni porgeranno il collo

tu mi spoglierai in silenzio
e il cielo riavrà una grammatica

ora la lingua, nell’espugnata rocca
mandibolare è una lucertola nuova

e loro bianchi, attoniti, già pronti
dissipata la strage dalle ciglia

a mutarsi in industri nazioni di tangheri
e metafisiche nottole

mentre il poetino rincorre il metro
come nell’aia una gallina guercia

ritorna fra le mie scapole, la tua bocca
una liturgia intradotta

***

Francesco Brancati, da “L’inesploso”

Le luci, affastellandosi,
rincorrevano la verità.

Un lento abbaglio di lame in corteo
spiraglio, fibrosi del buio
stordita cadenza
di gocce, quasi
diafana ipnosi.

Letti profondi, bianchissimi
spazi immensi, vuotissimi. (Oggetti che credi di trattenere,
………………..lingua che preghi di pronunciare).

Provando a rimanere svegli in un film.
Non il primo,
neanche il secondo,
un cane affogato
in una mezza misura. (di rientro dal turno lei piccola
diceva: – a sera, come cuore si schianta sulla
vertigine di un mondo – il suo abisso sbrecciato di occhi).

*

Se era l’odio proficuo del mattino
a lavare con i corpi rimasti le lenzuola,
la luce fuori allora, la luce le piante la luce la differenziata.
Ripetevi l’agire pallido, dicevi: è un motivo
della forza sulla materia, anche se non esco,
se osservo al riparo dell’elitra lo sforzo enorme
incagliato dentro la corteccia. Il corpo vedi non si stanca
di abitare la fessura le scale il portantino l’osso temporale [della colazione.
Riconosci ogni alba, se non puoi amare altro che non sia
finzione: il cielo non è un cimitero e non è un agguato, il suo
contorno è la faglia che definisce l’odore esatto dei colori,
il tradimento nella danza e la melodia del trauma.

Fuori la stanza le impalcature alla finestra suggerivano
tuoni, liturgie, un modulo intero di rin
novato illuminismo ingentilito certamente
dalla scia a semicerchio dei lampioni,
nell’angolo reciso della scena, quando l’iride
trema e non trattiene la sequenza ai bordi dell’occhio
smisurata, diventa altro, lava flebile che si perde, dilegua
croce sincopata o divinità dell’eventuale intravista
nell’amigdala di un cane, sotto il ponte, vicino il sottopasso
dello stadio (cz merda) e il campo rom soffice come un [ricordo
nella disgrazia, fra l’erbe e non i fiori.

***

Marco Malvestio, da “Il sogno di Pasifae”

I – Il mare insonne

Hai voglia a dire il mare, il mare, il mare,
il mare come figura del mutamento,
come muta allegoria dell’infinita
varietà delle cose, del loro eterno
…………………rimescolamento –

il mare piatto,
……….lo squallido mare verdastro
che circonda questa
………………….un tempo amica
isola

(un tempo, ma poi chissà quando,
…………………chissà se per davvero):

non c’è invece modo di fuggire
………………….né speranza
da quest’isola di noia che tramuta
in noia anche il mare,
…………………in solitudine e silenzio
…………………………..e in morte.

Naturalmente esagero. D’altronde,
le ninfe delle onde che ai fïanchi
si sporgevano a salutare
…………………….la nave avida
che mi portava al mio sposo
……………………….di acque profonde
qui a Cnosso, chi le ha più viste,
fosse anche soltanto in palestra
…………………………o a un tupperware party.

La mia regalità, si capisce,
…………………mi tiene occupata lo stesso,
dato che ho studiato, in un certo senso,
……………………….anche per questo
(la monarchia è una forma
………………..di terziario avanzato):
non senza efficienza, mi pare, la esercito,
tanto per quanto riguarda
……………………..burocrazie cultuali,
quanto nei falsamente più leggeri
……………………..momenti conviviali.

Il fatto è che non dormo:
………………….non nel senso
che non mi addormento, o che invece mi risveglio
anzitempo, ben prima dell’alba –
voglio dire che tutti i miei sonni,
anche quando sono sonni interi,
…………………….completi, apparentemente
……………………………..indisturbati,
un senso li turba di inquietudine,
come luci accese in un palazzo vuoto
che pulsano nel fondo della notte:
il buio del sonno è come una tenda
che si agita – che mi dà l’impressione
di agitarsi, ma è buio, appunto,
non si capisce –
…………………….e intorno a me queste tenebre
si potrebbero muovere, vibrare,
………………………forse,
ma non ne sono sicura,
…………………….e allora aspetto, aspetto,
e non succede niente,
……………………ma al mio risveglio
sono esausta, e il mare al tradimento
…………………..si aggiunge del sonno
che si schianta lentamente sulla riva e si allontana.

Passati gli impeti esordiali suoi
…………………e gli entusiasmi miei
(tutti d’ufficio),
…………….il mio letto si è raffreddato –
mai stata un granché, siamo onesti
(e lui anche ignaro della clitoride,
………………………….sicché…),
e questo
……..tutto sommato
………………..buon matrimonio
è questione, non ho difficoltà
a riconoscerlo, di buona famiglia,
con quel che ne consegue:
…………………….buone letture,
buon gusto nel vestire e l’arredare,
in generale tutto oscenamente
………………….buono, ansiosamente calmo,
pacato come
………..un soffocamento
……………………..a casa di mio padre
il Sole (così pare).

Da ragazza ero più bella: non credeteci,
ma ricordo la corte di un neoterico,
disperata, tremante di egoismo
come ogni cosa
……………nell’adolescenza
(e infatti, guadagnatosi qualcosa –
non tutto, figuriamoci –
………………….sparito pure lui).

Il problema, a dispetto del mio albero
genealogico, è quest’incapacità
che sento in me
…………….di trasmettere calore –
le mie ossa sono troppo sottili
…………………..per trattenerlo,
la mia pelle come il vetro luccica nel sole,
ma ne è attraversata, e lo disperde,
ma questa trasparenza tuttavia
non sa essere sinonimo
……………………di purità:

come dimostra il mio futuro
……………………noto a tutti,
come dimostra al tempo presente
la furia di queste vampe adulterine
di calore,
…………pronte a provocare maremoti
nei miei occhi azzurri
……………….iniettati di sangue.

Riconosco che ci sono molte donne
così come me –
…………..e in questo contesto
ammetto il mio privilegio:

ma che sapere queste cose in qualche modo
debba alleviare il dolore che provo –
no, questo no –
……………..ma che dolore, poi,
non è nemmeno quello – la voragine
che mi si è spalancata
…………………sotto i paramenti,
i lini, i monili, gli ori, le tiare, i Dior,
al posto del cuore

(l’apatia, mi è stato detto, l’abulia,
…………………….l’anedonia: ma che differenza fa)

piantata qui, circondata da questa
gente cordiale e distante
………………..che pare non smettere mai
di volere qualcosa da me,
………………..circondata da questo mare
inutile, infertile, ineluttabile.

Immagine: Laure Prouvost.

Caporedattrice Poesia

Maria Borio è nata nel 1985 a Perugia. È dottore di ricerca in letteratura italiana contemporanea. Ha pubblicato le raccolte Vite unite ("XII Quaderno italiano di poesia contemporanea", Marcos y Marcos, 2015), L’altro limite (Pordenonelegge-Lietocolle, Pordenone-Faloppio, 2017) e Trasparenza (Interlinea, 2019). Ha scritto le monografie Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, 2018).