Graziella

[Sei poesie inedite]

ERA UN GIORNO REMOTO

e scendeva il pulviscolo dorato
dal cielo o dal soffitto
non sai dire,
la luce ci fasciava
come nei quadri,
il luogo era
il più colmo,
l’ora chiara
riluce nella palma,
sulle sue foglie,
e lì sotto riposa
tra le tenere acque
e molli erbe,
quella Famiglia in fuga
da mali e da dolori
forse già entrati
nelle case bianche
sul confine

e nel giorno del padre,
forse assente
o forse inginocchiato
nella panca
presso la madre
che tanto rassomiglia
alla Donna del manto
azzurro dentro il verde
d’erbe e palma,
quel volto che più non sai
e non sai dire
dalla luce pervaso
e da quel suono
che mai più nella terra
puoi riascoltare,
l’amore più distante
e più segreto,
-il grembiule e il colletto
appena tolti,
in giorni differenti
ora t’addentri-
solo quello
e in quegli anni
è il più assoluto

sempre ho scelto la terra
e non il cielo,
ma quel giorno la terra
era nel cielo

fuori è stagione di ghiaccio,
anche di viole
spuntate dentro il verde
che il bianco cerchia,
e dare le vorresti
ma non sai
a chi stava
in quell’arco di luce
dentro la chiesa

oggi, presso la pista
radi favagelli
venuti fuori,
tremano foglie e petali
dentro il gelo,
le nubi sono nere,
dentro hanno neve

sempre m’è stata cara
la stagione dei ghiacci
e delle viole,
dentro i giorni sospesi
ci sono nato,
più forte splende il muschio
fra la neve

a quei giorni ripenso
sconfinati,
quando l’erbe ed i volti
sono eterni,
e gli amori distanti
e sconfinati

la neve ora ha sommerso
i favagelli,
nel sangue ho questi giorni
come sempre,
come le viole e i ghiacci
di quei tempi,
ma nuova primavera
stenta e fatica

Febbraio 2013

*

NELL’ACQUA DELLE TERME

quest’acqua delle terme
in mezzo al gelo
della terra innevata
-si stende il bianco
sopra rupi e rocce
e mulini e torri,
le pozze e i fossi
sono spesso ghiaccio-
morbida per le membra
e calda scende,
e ti scivolano gli anni
sulla pelle,
uno per uno
come queste gocce,
ma rivolti all’indietro,
a stagioni ormai perse,
e così uniti e stretti
contro il tempo ch’avanza
e ti sgomenta

e tu la vuoi fermare
questa corsa a ritroso
che bagna mente e occhi
e in qualche tappa
all’oggi più vicina
fare una sosta,
magari la più breve e incerta,
ma non puoi,
solo s’arresta il tempo
ai primi giorni,
a quella balaustra
dove t’affacci
sulla vita sospesa
e le vicende,
corrono i papaveri
giù per i greppi,
i fuochi dei soldati
là in fondo,
alla marina

l’eden che ci è concesso
è sempre perso,
dopo lo riconosci
ma perché vive
nelle plaghe della memoria,
lì solamente
e di rado s’accende,
ora dinnanzi agli occhi
scorre sotto l’acqua calda

da poco s’era spento
l’urlo nero
di chi è legato
ai tronchi, alla pineta,
quel tuo eden
lo cerchia un tempo cupo,
ora col padre giungi
al muraglione,
lassù le violacciocche,
dentro il cielo,
nell’altissima scala
il padre sale,
scende con un gran mazzo
e te le dona,
col suo magro sorriso
le accompagna

remota primavera
fatta eterna,
nella corsa degli anni
persa e oscurata,
ma poi ritorna,
a tratti,
e non sai come

Marzo 2013

*

SGUARDI

come rapido e lieve
e così grato all’ora
che il giorno apre
e lo rischiara,
lo scoiattolo scorre
nella neve di marzo
scarsa dentro il verde folto

in questo stesso orto
stava la madre
che cova con lo sguardo
il settembrino,
dalla terra lo stacca
e alza in cielo

lo sguardo sulla terra
e chi nell’erba passa
e chi dentro vi scende
o vola sopra,
da lei m’è penetrato
dentro il sangue

non è questo il tempo
del verde e degli sguardi,
l’hanno già detto,
veramente viviamo in tempi bui,
alla radio non urla
le sue minacce l’imbianchino
e ferro e fuoco
non scende dal cielo,
ma nello schermo vedi
la gente che s’uccide
e si dispera,
l’estrema dignità
che uno difende
quando la casa crolla
e si frantuma

e Jacopo che guarda alla finestra,
ma non sai cosa vede,
cosa fissa,
non gli uomini e le cose,
le erbe e il cielo,
lontana e forestiera
la sua terra,
nessuno che la scorga
o la indovini,
sono chiusi e sbarrati
tutti i sentieri,
questo mi gela il sangue
e mi sgomenta

il tempo che procede
non porta quiete,
non c’è saggezza
nell’età che s’inoltra,
con quel grande poeta,
no, non c’è accordo,
solo sgomento e rabbia
per la fuga degli anni,
per la rapina dei giorni
che ogni ora stride
più furiosa

lo scoiattolo che sale
per il tronco
a chi lo guarda
spezza la catena,
e solo nelle pause
sta la vita

Marzo 2013

*

PRESENZE

mai così fitti
ho visto i ciclamini
come giù nella conca
attorno al fosso,
lì l’erba è la più verde,
l’acqua bianca,
le raganelle saltano tra i rami
e spunta il pettirosso
dalle foglie,
e la casa è lontana,
ha camminato dentro il primo grano
tra le viti e gli olmi
un giorno intero,
adesso è lì
disteso tra quei fiori,
se scendi giù tra i campi
a Scotaneto
o sali dall’altra parte
al Furlo aspro,
non c’è luogo in terra
così chiaro

s’alza il serpe improvviso
da dentro il viola,
la sua lingua sottile
vibra e minaccia,
il sibilo ti gela
gambe e faccia

dopo lui scende
nella buca fonda,
ma il verde s’è oscurato
e spento il fiore

anche alla madre
quand’era bambina
-sempre voleva lei
guardare i nidi
dentro il verde e l’azzurro
dolci e sospesi-
s’era drizzato il serpe
dalle foglie,
i piccoli e le uova
già inghiottiti

lei non era più salita
tra i bei rami,
più non guarda
i nidi luminosi

più non torna il ragazzo
alla sua conca,
la biscia è lì nascosta
in mezzo ai fiori

l’antico più non torna
a quella fonte,
gli è apparso il cane nero
tra bianche vacche

anche se non lo cerchi
un luogo trovi
che sia il tuo,
chiaro e riparato,
ma si drizza la serpe
o latra il cane,
una presenza c’è sempre
che l’oscura

Marzo 2013

*

IL TEMPO NUOVO

forse il tempo nuovo
erano soldati in cachi,
le risse al Ragno d’Oro,
quelli dai fazzoletti rossi
coi polacchi gentili,
troppo gentili con le donne,
sempre pronti ai canti
e alle preghiere,
e altri canti risalgono
la piazza,
passano con le bandiere
e con le grida,
grida così diverse
dall’urlo nero dei ragazzi
legati ai tronchi,
a cerchi nella pineta
stretti e ammassati
solo mesi prima,
e c’è un vento forte
che alza i cuori,
li muove al riso,
a un pianto immemore
e felice,
ma tu ricordi i narcisi
giù per i campi
e la bruna sorella
che li coglie,
a mazzi lunghi e fitti
li dispone,
è azzurra la sua veste
come l’aria fredda
e buona che ci avvolge,
qui le voci giungono
ma attutite,
qui ci sono solo
passeri e narcisi,
questo è il tuo tempo nuovo,
scostato dalla nascita
ma appena,
distante da quegli altri
che nelle strade
ridono e s’abbracciano
come ubriachi
per quella nuova era
che s’affaccia

e poi più tardi
quelle aule serrate,
e di nuovo coi canti
e le bandiere, rosse
e disposte ai fianchi
dei palazzi,
e la birra, gli scontri
e le ragazze,
ma tu ricordi una casa
tra i campi
serrata dai sambuchi
e dagli ornelli
e quel suo riso biondo,
luminoso,
il sole ormai calato
tra l’erba spagna,
scendono fitte lucciole
tra i greppi,
l’eden che tu ricordi
dagli altri sempre separato,
dal loro tempo nuovo
così distante

tempo nuovo anche questo
che affretta il suo cammino
come il falso maratoneta
domenicale sulla pista
lanciato con gli occhi fissi
e gli orecchi serrati
da fili e da metalli,
solo attento al respiro
che sia il più esatto
e al suo cuore
se pulsa giusto,
non vede le nuove foglie,
i gialli fiori
tra inverno e primavera
sempre sospesi

Jacopo sulla pista
cammina piano,
poi corre, si ferma,
barcolla un poco,
segue la brioche
che hai nella mano,
è il suo vessillo
unico e imperioso,
più del suo pianto
è il riso che t’inquieta,
stridulo e assurdo
nessuno lo decifra,
la madre lo rincorre
e lo sorregge,
poi lei t’abbraccia
e chiede: “quelli
sono i favagelli?”

dopo è il ritorno
nella casa nuova,
cantanti e cuochi
fitti sullo schermo,
questi anni sono i loro
-non si discute-
Jacopo che s’aggira
e non ha requie,
la madre che lo stringe
e lo consola,
guardi dalla finestra
queti olivi,
scendono fitti e scuri
fin quasi al mare,
diversa è la vicenda
come il luogo,
non sai che tempo nuovo
sia per te questo

Aprile 2013

*

INCONTRO

il crepuscolo lungo
che si spegne,
dall’erbe e dalle macchie
fitte più di formiche
in processione
le rane nella strada
e contro i vetri,
sul cofano aggrappate
con rauchi gridi

ma non c’era un torrente
tutt’intorno,
neanche un fosso
il più scavato e perso,
non era quel cammino
così assurdo e irreale
e senza meta?

ma tacevano i lunghi
campi e freddi,
ottobre li bagnava
con la sua brina,
solo un grillo tenace
nel trifoglio
lo stanco canto
oppone
al primo gelo

chi non sa dove andare
meglio cammina,
nel buio che s’annuncia
conviene perdersi,
i sentieri tra i campi
sono infiniti,
la fonte sta dovunque
o in nessun luogo

scendono per i greppi
le rane a balzi,
forse non hanno meta
forse è smarrita,
tu le guardi,
pensi
quant’è dolce
perdere la strada

Maggio 2013

Immagine: Gustav Klimt, Apfelbaum, 1912.

04/03/2014
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Michele Toriaco
È ancora il vivere quotidiano che prende il sopravvento nei "racconti" che queste nuove belle poesie del Maestro Umberto Piersanti evocano con la solita concreta vitalità di chi, come lui, sa mischiare sapientemente la vecchia oralità contadina, della sua terra marchigiana, con il bagaglio d'esperienze poetiche accumulate via via. Non scorgo nulla di ripetitivo in queste poesie, ma al contrario ho la sensazione che esse siano, o vogliano essere, la prosecuzione infaticabile di una ricerca personale che nella memoria trova sempre uno scrigno inesauribile di preziose presenze.
18 Marzo 2014, 18:19