Fortissimo

Sei poesie da Fortissimo di Matteo Bianchi (Minerva, 2019).

da Diario di un amore

6 GENNAIO

Spesso non misuriamo quanto ci siamo allontanati e viviamo a vista d’occhio. Forse per quella stupida possibilità di ritorno, di riabbracciarci e perdonarci insieme, per-donare. Non diamo peso alla speranza. Quando muoiono, però, è l’abbandono. Non c’è ragione che menta.

*

13 MAGGIO

Ricordo quando mi domandavo cosa fosse quell’ubi consistam irraggiungibile che aveva fatto ammattire Pavese; quasi egli fosse in ritardo sulla tabella di marcia della vita, un escluso a oltranza, o meglio, da allora a prescindere. Adesso è chiaro e fatale: avrebbe desiderato che una donna fosse diventata la sua origine, il suo eterno e necessario ritorno, per non avere più bisogno di quattro mura da scegliere, di un nome sulla mappa.

La mia vorrei fossi tu. La maledizione innocente di chi mai si accontenterà delle sua passione.

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21 MAGGIO

“A”, di altrove: avete presente quando non potete esserci e l’altro non manca mai? E perdete i suoi momenti più lievi, i sorrisi senza posa, l’imbarazzo appena impudente di una spalla scoperta, le mani libere dalle faccende abituali. Ma vi resta soltanto un pugno di “clic”. “C”, di Canossa: chi si volta è perduto! Cercati una “b”, di bacio, Orfeo, una via di mezzo, un altro stato terrestre in cui consistere.

***

da Mezzo piano

Non la qualità delle cartucce sarà
a stendere la preda di chi caccia
a vista nella nebbiosa pianura;
bensì la quantità di coscienza,
il male conseguente al male.

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Preparo il bollitore
per il tè verde

«anche per me?
Se lo trovi – tra le bustine –
anche un uomo che mi ami».

L’equilibrio nostra infusione.

*

Insistevi che il poeta
deve tutto alla musica.
Ti ripetevo che il poeta
deve invece camminare.
Non stancarsi subito
di tornare indietro,
riattraversare la stessa porta,
reduce delle stanze
quando scappa di casa.

Ti frugavo nella borsa
per fare parole della mia penna,
le mie braccia di edera
strette impotenti
alle corde del tuo violino.
Tralci di comunione e foglie
rosse sopravvissute.

Immagine: Mark Rothko.