Forme del tempo

Forme del tempo (Letture 2016-2018) di Gianluca D’Andrea, uscito nel 2019 per Archipelago itaca Edizioni, è – si legge nella premessa – “un ciclo di riflessioni si tenta una ricognizione sul presente, ma non solo, che prende avvio dalle esperienze di lettura per incrociarsi con altre esperienze, assolutamente personali, dell’autore.” E, come l’autore ci avverte, “a contraddistinguere tali riflessioni è una sola peculiarità stilistica: l’assenza di stile.” Pubblichiamo due brani.

15. L’OVVIO INUSUALE

«Quanto più il poeta s’immerge nel proprio io tanto più egli allontana da sé ogni facile accusa di solipsismo, ap-punto perché in quella profondissima zona del suo io è il noi».
(Giorgio Caproni)

Non importa che questo pensiero di Caproni rasenti la banalità più scontata, anzi importa che arrivi a esprimere ciò che di più comune è sommerso da una molteplicità di pregiudizi, per riscoprire, in fondo al pozzo, il più veritiero dei pregiudizi: la nostra inappartenenza e, conseguentemente, la necessità della presenza degli altri.
Dentro il nostro narcisismo si scorge la più evidente fragilità: noi non bastiamo a noi stessi, eppure rifuggiamo quest’ovvietà.
Il poeta dell’ovvio che ridiventa originale, o che aspira a farlo, può allora illuminarci sulla nostra scomparsa nella presenza: «E solo / quando sarò così solo / da non aver più nemmeno / me stes-so per compagnia, / allora prenderò anch’io la mia / decisione» (G. Caproni, Parole (dopo l’esodo) dell’uomo della Moglia, in Il muro della terra). La decisione di dire «addio / al vuoto» (ibid.), che significa ripercorrere la strada inversa da una raggiunta pienezza a una spoliazione identitaria, cioè qualcosa di presunto. L’identità, dico, è solo un modo che serve a «ristorar i danni», direbbe Tasso (Gerusalemme Liberata, I, 21), un’invenzione “vuota” che, però, ci consente di riscoprire il “vero” vuoto, quello della nostra assenza o l’inerzia dell’essere che, quasi subdolamente, ci muove.
Come accadesse, con una ripetitività frastornante, di continuo il risveglio da un sonno opprimente in cui, ancora più ossessivamente, si ricade: «Qual uom da cupo e grave sonno oppresso / dopo vaneggiar lungo in sé riviene, / tal ei tornò nel rimirar se stesso, / ma se stesso mirar già non sostiene» (Gerusalemme Liberata, XVI, 31). Ecco, non potendo sostenere il vuoto – la nostra immagine – non sopportiamo l’esistenza, se non rinunciando a riconoscere la nostra vacuità.
Ma, ancora, nonostante l’ipocrisia che fonda l’essere, è soltanto attraverso essa che possiamo accettare la necessità dell’altro, la responsabilità che ci allontana dal vuoto riempiendolo di un’ulteriore illusione. L’appartenenza è quella finzione che reinventa il senso, e in questi territori sembra muoversi la poesia.

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16. POESIA – RITMO – RESPIRO

«Sto nel cuore dell’epoca, ho di fronte
una via incerta, e il tempo crea miraggi».
(Osip Mandel’štam)

Nel suo fondamento la poesia, nella sua pratica – perché ancora parlare di fondamento è assumere una terminologia abusata che richiama concetti altrettanto abusati, come sostanza, ecc. – è il concretarsi di un’ombra attraverso un’immagine. Tentando di essere più precisi: attraverso una lunga sensazione da cui si presume possa formarsi qualcosa. Aisthesis, il nostro tatto interno – quante volte da piccolo, con i sensi completamente scoperti, sentivo giungere un’onda indescrivibile di percezione, ed era “altro” dentro me stesso? Era il “noi” caproniano? («Quanto più il poeta s’immerge nel proprio io tanto più egli allontana da sé ogni facile accusa di solipsismo, appunto perché in quella profondissima zona del suo io è il noi», G. Caproni) – forma veramente qualcosa: l’illusione della nostra presenza. Non la materia di cui sono fatti i sogni, ma più prosaicamente la materia che si affianca a un segno, fino a trasferirsi totalmente in esso, nell’artefatto che da sempre ci supera, ci schiaccia in una “disidentificazione” che, finalmente, rende fattiva la nostra scomparsa. Forse per questo, l’essere umano, oggi, immerso e sostenuto da una massa abominevole di artefatti, oscilla tra una resa definitiva alla verità ultima dell’oggetto, che è liberazione assoluta, e la costante frustrazione della perdita del proprio ruolo identitario, conquistato, sin dagli esordi, al prezzo di sacrifici abissali, come ad esempio la rinuncia alla verità della scomparsa, a favore del desiderio di sussistenza, del segno banale che “fa” presenza.
La poesia non fa che confermare questa oscillazione, ma più come il ricordo ostinato della necessità di essere dentro un quadro già definito, finito. Come fosse il raggiungimento di una massima libertà dentro il suo opposto.
Nel passaggio dalla definizione alla liberazione nel finito, allo stesso modo «passano le figure», ma come «ombre» e «flussi trapassati», «membrane che respirano / le azioni compiute» (così dicevo in Trasito all’ombra) e frazionano il tempo, gli rendono giustizia nel movimento consequenziale che si sviluppa dal respiro. La nascita del ritmo risiede in questa libertà necessaria, cioè andare “a capo”, oggi, è un’esigenza che il soggetto ricava dalla, in questo caso sicuramente primaria, necessità di libertà: è la solitudine del soggetto a far sì che avvenga un ritmo e, infine, la scelta del respiro.
Resta un’interrogazione, com’è possibile assimilare al ritmo per-sonale un respiro collettivo? Come acquisire altro “fiato”, se non attraverso la conoscenza dell’altro nel suo racconto, nella sua storia? In una parola, nel ricordo:

«Mente, de gli anni e de l’oblio nemica,
de le cose custode e dispensiera
vagliami tua ragion, sì ch’io ridica»
(Tasso, Gerusalemme Liberata, I, 36)

ma solo

«nell’oblio di un ricordo che non può essere ricordato»
(Aspettavo la storia di un quadro millenario, in Transito all’ombra).

Immagine: Spencer Finch, The Outer – from the Inner (Emily Dickinson’s bedroom, dusk), 2018.