Federico Italiano, Habitat

Habitat di Federico Italiano è da poco uscito per Elliot edizioni. Pubblichiamo nove poesie.

 

Le case degli altri

Non avevo paura delle case degli altri.
La porta semiaperta
di un bagno, la penombra

di un tinello, gli odori imprevedibili
di cucine in stand-by pomeridiano,
gli strapiombi di luce,

i tranelli dei vestiti dismessi,
o le sagome ambigue delle piante –
tutto si disponeva

cartograficamente nel presagio
di avventure future, tutto entrava
nella mappa dei tesori sepolti.

Non avevo paura delle case degli altri
da bambino, ma adesso
sono i loro fantasmi a farmi visita:

le ciabattine rosa,
che guadavano attente
le sconnesse distrazioni del gioco,

la curva parabolica
di una pista Polistil, nera
regolatrice di affetti e tensione

o il buio di un armadio,
nel fondo d’indumenti sconosciuti.

 

Corpo d’acqua

I L’estensione del riso

Tra le camere di risaia, quando
l’estensione del riso
a fine luglio pare di smeraldo,

le garzette bianche dal becco nero
ripongono la solita, inevasa
domanda a chi le guarda dal treno,

a chi è stato assente una settimana,
poche ore o tutta una vita, e confonde
ciò che sorge con ciò che plana

– mentre con ali candide,
procedono da un argine
all’altro, sopra le loro tenute

d’acqua dolce, con il collo che forma
una Z, il capo retratto nelle spalle,
punto interrogativo sullo schermo

del crepuscolo –: tu, dove stai andando,
ora che brucia pure l’ultima
robinia, ora che tutto si consuma?

 

II Il retino

Andavamo a caccia di rane
nel labirinto degli argini,
col ronzio dell’autostrada per bussola.

Un retino da pesca in una mano
e nell’altra una torcia
elettrica, puntata sui margini

della risaia, vicino alla strada,
alla bocchetta a valle, dove l’acqua
di una camera defluisce nell’altra.

D’un tratto, le vedevi saltar fuori,
gracidanti, a decine,
inconsapevoli, inebriate

dalla luce che entrava nelle tenebre
verdi dei culmi, dentro i neri
nugoli di zanzare.

A volte, sulla riva dirimpetto,
si scorgeva la snella
silhouette d’una egretta garzetta

il lungo ciuffo di una pavoncella,
o il frac di una nitticora.
Più raro era imbattersi allora

nell’airone cinerino, maestoso,
altèro, col becco sempre rivolto
al di là del tuo mondo, forse

sdegnato dal fango sulle tue mani,
dalle ginocchia rosse, dalla gomma
degli stivali e dai pomfi dei tafani

che si gonfiavano come bubboni
finché tiravi su il retino, colmo
di agitazione verde – e per un attimo

speravi ti guardasse da pari
a pari, da cacciatore a cacciatore,
ma lui era già in volo, silenzioso,

nell’ultimo bagliore
del giorno, verso i tributi di un altro
corpo d’acqua, di un altro regno sommerso.

 

Gli anelli di Saturno

Clara mi ha scritto una lettera,
sui suoi pianeti preferiti,
sull’occhio di Giove,

l’anticiclone più grande
del sistema solare, su Tritone,
la luna di Nettuno,

che si chiama come il figlio
del dio del mare, quello
che ce l’ha con Ulisse,

e su di noi, perché mi vuole bene
e voler bene – scrive –
significa preoccuparsi,

occupare il tempo prima, esserci
prima che il tempo
sia occupato. Perciò –

scrive – preferisce Saturno,
perché i suoi anelli sono
l’immagine del nostro abbraccio.

 

Sette tipi di bianco

Attraversammo due secoli, due imperi,
l’est fece un balzo in avanti
e il balcone si popolò d’ipomee,
di basilico e coleotteri.

Una vita emerse tra le giraffe
di Schönbrunn, i cinghiali della riserva occidentale
e la cupola dorata sullo Steinhof.

L’inverno dava il rosso alle tovaglie,
e si tastava il fondo
con le calze fatte a maglia, serbando
in dispensa le bottiglie

più amare. Poi disegnammo
sette tipi di bianco, sette terre incognite,
da percorrere al buio: un grammo

di lievito, un foglio nuovo, caramelle
alla menta, una coltre di nebbia,
uno sbuffo di gesso,
la duplice semantica del sale.

 

La guida agli uccelli della Foresta Nera

III

L’astore è magnifico quando invecchia.
Cambia gli occhi: da gialli
diventano rosso ciliegia.

L’astore è monogamo, fedele
e non disprezza quasi nulla
tra ciò che striscia, incede e vola.

Sostenta il suo splendore con fringuelli,
serpenti, corvi, conigli, leprotti,
galli cedroni, passeri e scoiattoli.

L’astore è la somma perfetta
del suo territorio quando invecchia.

 

Pronome indefinito

I

Qualcuno servì un infuso con bucce d’arancia,
intonando il canto di David sull’orlo della notte,
prima dell’apparizione dell’orso.

Qualcuno ci confessò, osservando la polaroid,
che il ricordo gli doleva ancora come
un ginocchio dalla cartilagine consunta.

Qualcuno annunciò la fine degli alibi, il crollo
dei pretesti, l’estinzione dei salvacondotti e il divieto
al transito per bestie in transumanza.

Qualcuno sosteneva che il drenaggio avesse sottratto
colore ai campi e privato stivali, zampe e zoccoli
dell’emblema della loro esistenza.

Qualcuno disse che nel ticchettio dell’orologio
si nasconde una finzione – e se tic-toc è già un romanzo,
toc-tic è trama post-apocalittica.

Qualcuno ci svelò i sentieri dei fantasmi, le tecniche
per smascherarli, quando meno se lo aspettano,
e la breccia nella loro dialettica.

Qualcuno dichiarò che non ci avrebbero
messo in salvo le lingue dei sapienti
ma ciò che crea gioia negli interstizi.

Qualcuno ha visto un giardino nascosto nei tuoi occhi
una promessa floreale in forma di pupilla,
una serra in cui sbocciano equinozi.

 

Villanelle di Qohèlet

Ciò che la tua mano trova da fare,
– disse – fallo con tutte le tue forze
con tutte le tue membra,

con l’inguine, con l’osso temporale
con le ciglia, con il piccolo psoas,
ciò che la tua mano trova da fare,

fallo col cremastere, con le labbra
e con le ghiandole di Skène – disse –
fallo con tutte le tue membra,

con lo sterno, con la spina dorsale,
con la fossetta di von Mohrenheim,
ciò che la tua mano trova da fare,

fallo con ogni tua singola vertebra
con tutte le ferite del tuo corpo,
fallo con tutte le tue membra,

fallo, non esitare, poiché quando
sarai nel sottosuolo,
con tutte le tue membra,
la tua mano non avrà nulla da fare.

 

……………………………………………da un verso di John Clare (1793–1864)

Siamo tutti ostinati nell’amore
– disse – e il tocco che illumina un viso

è un’arma a doppio taglio
che trapassa il seno esausto di un altro.

Siamo gli esclusivi consumatori
dei nostri patimenti,

insoddisfatti, se il fornitore
non ci annienta come da protocollo.

Siamo immemori abrasioni che godono
quando del nuovo sangue le rinfresca.

Siamo Perseidi: una frode celeste.

 

Immagine: Janet Laurence: After Nature.