FARUK ŠEHIĆ, POESIE

da | Mag 14, 2018

Pubblichiamo alcune poesie di Faruk Šehić nella traduzione inedita di Ginevra Pugliese. Le traduzioni sono tratte dalle sillogi Hit depot (2003) e Transsarajevo (2006). Nel 2019 Lietocolle Editore pubblicherà una silloge bilingue di poesie edite di Šehić. Le poesie sono anticipate da un’introduzione di Giovanna Frene.

REGOLE E OBBLIGHI DELLA GUERRA: LA POESIA DI FARUK ŠEHIĆ

Faruk Šehić aveva 22 anni ed era studente di Veterinaria all’Università di Zagabria, quando fece precipitosamente ritorno in Bosnia-Erzegovina per difenderla dall’attacco prima serbo, e in seguito croato, entrando a far parte del 5° Corpo dell’Esercito Bosniaco, dove guidò durante tutta la guerra un contingente di 130 uomini. All’inizio del 1992 il progressivo diradarsi dello scontro tra Serbia e Croazia, e il concomitante annuncio del presidente bosniaco Izetbegović, inerente alla risoluzione del governo della BiH di indire un referendum per creare uno Stato indipendente dalla Federazione jugoslava (cosa che avverrà nel marzo dello stesso anno), portò l’attenzione dei Serbi verso lo Stato a maggioranza mussulmana, con la conseguente dichiarazione del parlamento serbo della nascita della “Republika Srpska”, con a capo il famigerato Karadžić. A nulla valsero gli inziali tentativi internazionali di trovare una mediazione pacifica alle richieste di Serbi, Croati e Mussulmani. Era l’inizio della fine in Bosnia-Erzegovina di quella che da secoli era la legge di convivenza civile tra etnie diverse, il komšiluk (fine il cui peso gravò anche sulle spalle della Croazia), e il via libera agli anni infiniti di una guerra caratterizzata da orrori inimmaginabili, compartiti tra massacri di civili e fosse comuni, pulizia etnica, stupri, detenzioni in lager, distruzione, sottrazione d’intere regioni.

In realtà, già da allora fu chiaro a tutti che non si trattava di un conflitto locale, ma di un conflitto di dimensioni globali; nel 1999 il segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan, riferendosi per esempio al massacro di Srebrenica, affermò: “In Bosnia-Erzegovina vi fu una guerra mondiale nascosta, poiché in essa furono implicate direttamente o indirettamente tutte le principali forze mondiali, e in Bosnia-Erzegovina si spezzarono tutte le essenziali contraddizioni di questo e dell’inizio del terzo millennio”. Vi è dunque una data che per certi versi riassume il Novecento e apre degnamente il Duemila, e non è quella dell’attentato alle Torri Gemelle, ma è il 7 febbraio 1992: la firma apposta sul trattato di Maastricht segnava la nascita dell’UE, ma allo stesso tempo a Graz, nel cuore dell’Europa, in una riunione segreta i rappresentanti della comunità serba (il mondo bizantino e ortodosso) e della comunità croata (il mondo occidentale e cattolico) decidevano a tavolino le spartizione del territorio bosniaco secondo criteri etnici. E anche la città famosa per la sua ricchezza multietnica, Sarajevo, fu il primo teatro di scontri lungo le strade tra civili armati – immediatamente degenerati nel lungo cruento assedio da parte delle milizie serbe. Senza dimenticare, da ultimo, che furono proprio le guerre dell’ex Jugoslavia ad essere il primo evento mediatico continuato e collettivo della storia – una sorta di illusione che davvero quello che la televisione trasmetteva giornalmente fossero i tasselli con cui costruire a casa propria una storia “fai-da-te”. A distanza di anni, si intuisce che così non è stato, e mai come ora non suona affatto retorica l’idea che la letteratura possa sopperire, se non sostituirsi, con estrema nitidezza alla passata sovraesposizione mediatica. Ed è ciò che la scrittura di Faruk Šehić riesce a fare, ottenendo con il minimo sforzo linguistico il massimo del risultato comunicativo (non a caso uno dei suoi poeti preferiti è Giuseppe Ungaretti).

Faruk Šehić, poeta, scrittore e giornalista, nato nel 1970 a Bihać, ma cresciuto a Bosanska Krupa (sulle rive del fiume Una, nella Bosnia Nord-occidentale), è considerato una delle voci letterarie più autentiche della ex-Jugoslavia, tanto che i suoi libri di poesia sono diventati dei best-seller; in Italia è approdato nel 2017 con il romanzo autobiografico Il mio fiume (Mimesis Edizioni, edito in Bosnia da Buybook nel 2013), nel quale si trovano per così dire in forma argomentata gli stilemi propri della scrittura poetica dell’autore: alla narrazione bellica si intersecano i ricordi dell’infanzia, in un balenio continuo di frammenti; i miti di una terra liminare come la Bosnia vengono accostati alla storia recente quasi con la fatale inerzia di un destino tragico; alla natura splendente che segue il suo corso immortale si contrappone l’onnipresente capacità distruttiva e omicida dell’uomo; la dimensione onirica e fiabesca di alcuni sprazzi del testo lascia il posto ad altrettanti squarci sulla brutalità della guerra; e su tutto, la voce del protagonista narratore snocciola con la stessa naturalezza le avventure di pesca della sua infanzia e le riflessioni più tremende sulla guerra che ha combattuto nella sua giovinezza. Il mondo del “dopo” ha distrutto non solo fisicamente il mondo del “prima”, ma ne ha reso impossibile la ricostruzione interiore: la guerra che è formalmente conclusa sopravvive come sindrome post traumatica in chi l’ha combattuta o vissuta; e siccome tutte le teorie del trauma sono concordi nel darne una definizione che lo collega non tanto all’evento traumatico ma alla sua successiva interpretazione, a maggior ragione Il mio fiume, scritto a distanza di vari anni dagli eventi bellici, è il segno del trauma, tanto più se nel suo riflettere la voce del narratore arriva ad affermare con agghiacciante pacatezza: “La guerra è piombata così, come un incubo, priva di un inizio e di una fine ragionevoli. […] Non desidero sapere nulla di certo sulla nascita della città, non voglio occuparmi di cose remote ed essere profeta dal corto respiro: la storia non ha mai insegnato nulla di intelligente. Il fiume sa, ma non parla. […] Quello che so per certo è che tutto si ripete: la storia si ripete, le nazioni-mattatoio si ripetono – non vengono mai distrutte, perché ogni volta le loro tecnologie sono segretamente protette per essere di nuovo utilizzate. Le fosse comuni sono un ritornello e in tutto questo le città non se la passano mai bene. […]  Il mio sangue è il contributo a questa storia.” (pp. 143-144).

La silloge di poesie che viene qui presentata per la prima volta in italiano, tradotta da Ginevra Pugliese, è tratta da due raccolte, Hit depot (Sarajevo 2003) e Transsarajevo (Zagabria 2006), quest’ultima molto popolare nell’intera ex-Jugoslavia. Come ha affermato l’autore, il suo intento era quello di scrivere per erigere piccoli monumenti funebri in ricordo dei suoi compagni morti, facendo della scrittura il terreno della dialettica tra immortalità della natura e mortalità dell’uomo, che anzi trova nel ritorno alla natura dopo la morte la sua dimensione di resurrezione terrena, “nell’intesa segreta tra animato e inanimato” (il cimitero militare Ometaljka). La natura, però, non è partecipe delle vicissitudini dell’uomo, è solo l’ambiente dove l’uomo combatte, o dove muore, e quindi è il territorio di segni che il soldato riferisce a sé: per analogia, al compagno morente “il blu del cielo / si addensava nelle sue labbra” (‘Redžo Begić ha perso la vita’); le colline erbose e idilliche sono diventate un cimitero militare, e neppure l’idea che “i cadaveri nutriranno la morbidezza dell’erba” le rende vive (il cimitero militare Ometaljka); in una pausa tra i combattimenti, il poeta soldato osserva il minuscolo operato dei minuscoli animali della terra, sennonché le rane depongono le uova “sul fondo della pozzanghera di uno stivale militare”, preludio all’incipiente deflagrare del campo di battaglia “come la cellula di un tumore maligno” (intermezzo). L’analogia dei segni non si spezza neppure di fronte al tremendo ritrovamento di un frammento di cranio di un compagno morto (“era tutto ciò che era rimasto sulla terra”), al suo essere ruvido e vischioso come la superficie della luna (quando per la prima volta ho visto un pezzo di cranio umano). E tuttavia è la stessa stupidità della storia e della guerra a rivelare che il βίος naturale vince sempre e comunque sul λόγος.

La particolarità di questi versi è che, pur essendo stati scritti a distanza di tempo, riportano chi scrive (e chi legge) nel mezzo della vicenda bellica, e non a caso i tempi verbali usati sono l’imperfetto e più spesso un presente diventato assoluto. Non viene lasciato terreno all’immaginazione, ma piuttosto si seziona linguisticamente la realtà ricostruendo scene, nomi, luoghi, e poi sensazioni e pensieri, come se fossero davanti agli occhi e nella testa: la morte di Redžo Begić è in diretta (‘Redžo Begić ha perso la vita’); la corsa per sconfiggere la precisione geometrica del cecchino-Polifemo (per il quale lo sparare per uccidere viene definito “lavoro”) descrive altrettanto geometricamente quanto sia infinitesimale ed istintivo il confine tra vita e morte (gioco di guerra, e poesia successiva); il soldato, diventato “un insieme di sensi affilati”, si abitua alla routine della presenza della morte come in un assurdo gioco scaramantico, con tanto di amuleto portafortuna (regole e obblighi).

La guerra ha azzerato il tempo e i sogni, e ciò che rimane sono derelitti di diversa natura che saettano attraverso la città, la città di origine (Bosanska Krupa) e quella di approdo (Sarajevo); fra questi, il poeta nomina coloro che sono “il sale della terra”, fra i quali siede. Questa situazione al limite tra realtà e mondo onirico (riconducibile all’effetto del PTSD) si riflette sulla doppia focalizzazione, che va dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo. Infine, la guerra ha azzerato anche l’amore, che è diventato un potente canto elegiaco già durante i combattimenti: la donna amata che il poeta anaforicamente vede “su ogni campo di battaglia […] // in mezzo ai proiettili incendiari che impazzavano tra i boschi, le colline, le stelle […] // anche nelle nuvole funeree pesanti come i corpi dei morti” (Azra); la stessa che lo abbraccia, ancora sporco dai campi di battaglia, e fa diventare il mondo uno sfondo insanguinato e distante; la stessa che appare come speranza al di là di ogni speranza di poter vedere ancora qualcosa; è pur tuttavia colei che alla fine il poeta soldato vede “ergersi a elegia”. Detto questo, la poesia di Faruk Šehić, ben distante dall’essere puramente nichilista, fa piuttosto venire in mente le parole di Simone Weil sulla guerra: “Per chi sa vedere, non c’è oggi sintomo più angosciante del carattere irreale della maggior parte dei conflitti. Hanno ancor meno realtà del conflitto tra greci e troiani. Al centro della guerra di Troia, almeno c’era una donna […]. Per i nostri contemporanei, il ruolo di Elena è svolto da parole adorne di maiuscole. Se potessimo afferrare, nel tentativo di comprenderla, una di queste parole gonfie di sangue e di lacrime, vedremmo che è priva di contenuto. Le parole che hanno un contenuto e un senso non sono omicide.” (Simone Weil, Sulla guerra, Il Saggiatore 2017, p. 71).

Giovanna Frene

sulla terrazza presso I due pescatori
(na tesasi kod Dva ribara)

metafore ubriache
volano da te verso di me
al nostro tavolo
fioriscono parole
come alghe marine

il tavolo diventa appiccicoso
salato e verdastro
le parole sono saporite
e le nostre lingue si congiungono
gonfie dall’alcol

lottiamo con i draghi
costruiamo macchine del tempo
perforiamo la nebulosa di Andromeda
le parole sono docili e riconoscenti
e bisogna innaffiare bene ciascuna

le nostre teste sono
in nuvole di tabacco
ce ne stiamo sprofondati
su sedie di plastica
quando la conversazione si ferma
le parole si disperdono
nella polvere quantistica

poi si aprono
nuovi files nella memoria
gli occhi splendono a mo’ di laser
e prima di tornarcene
nei regni virtuali
ordiniamo due birre ghiacciate.

***

non voglio andare su una stella
là fa troppo caldo
per il mio concetto di viaggio
cosa faccio se mi attacca una tigre barionica
o se mi morde un serpente neutrino
il primo cyber pronto soccorso è molto lontano
potrei morire per le ferite
in quell’astro sperduto, a casa del diavolo
per questo resto qui
conscio, razionale e sicuro
il sismografo biologico lentamente disegna
arabeschi sulla mia pelle
la morte come anche Larry Flynt
ama immagini fantastiche.

più invecchio e più credo nell’oroscopo
(što sam stariji sve više vjerujem u horoskop)

a cinque passi dietro di me
si libra la mia stella
bella e pulita
come uno scalpello chirurgico

migliaia di persone sulla via principale
si portano dietro le proprie stelle
come i bambini si portano dietro
cuori o delfini gonfiati a elio

la disposizione dei fagioli, il guardare nei cucchiai
la chiromanzia, i tarocchi, la magia bianca
scopri il destino in una tazzina da caffè sbeccata
tutto è possibile, viviamo al tempo zero.

mentre aspettavo che il sole tramontasse dietro la palazzina
(dok sam čekao da sunce zađe za zgradu)

un pazzo scivola tra la folla
spaventato da ciò che vede

un invalido mendica in un sottopassaggio pisciato
il suo nudo moncone
è la metafora del mondo in cui
viviamo

se io sono il poeta delle chiappe
allora la strada è piena di immagini poetiche

sulla panchina sto in compagnia delle vecchiette
le amo come le ama Różewicz
esse sono il sale della terra.

***

Redžo Begić ha perso la vita
a Golo Brdo
una pallottola l’ha colpito
trafiggendogli il petto
dalla bocca gli usciva il sangue
invece del caldo respiro
la sua faccia diventava
bianca e gialla
tutto è durato un paio di secondi
il blu del cielo
si addensava nelle sue labbra.

gioco di guerra
(ratna igra)

sulla torre più alta
della Città Vecchia
il cecchino
ha la sua tana
la distanza tra
noi e lui
sul luogo che
attraversiamo di corsa
è di una cinquantina
di metri in linea
d’aria
se per un istante ti fermi a pensare
e dimentichi
che devi correre veloce
te lo rammenta il sibilo delle pallottole
se non te lo rammenta
significa che sei morto.

***

il cecchino è Polifemo
lui ha solo un occhio
quando dorme il suo occhio
vigile e insanguinato
prende la mira su soldati spettrali
di mattina si alza, va al lavoro
di sera prima del riposo
conta le tacche sul calcio del fucile.

regole e obblighi
(pravila i dužnosti)

di notte resti in ascolto
di giorno osservi
sono i tuoi obblighi
al fronte
oltre a questo
non c’è niente
mangi quando c’è
cibo e tempo
fumi con piacere
dormi di rado
ti sei trasformato
in un insieme di sensi
affilati
conti anche
sul fattore fortuna
e pure su qualcos’altro
hai anche un amuleto
contro il malocchio
malgrado tutto
credi che non riuscirai
a sopravvivere
ti abitui alla morte
ed è proprio questo che ti mantiene
in vita.

il cimitero militare Ometaljka
(vojničko groblje Ometaljka)

qui ci sono ovunque colline erbose
i venti soffiano anche d’estate, spesso cambiando direzione
in linee regolari qui abbiamo seppellito i nostri morti

qui ci sono ovunque tumuli nudi e stele di legno
i nomi dei caduti, le date in mezzo alle quali si è rannicchiata la vita
e i gigli maldestramente dipinti di verde.

qui ovunque i cadaveri nutriranno la morbidezza dell’erba
nell’intesa segreta tra animato e inanimato
sparpagliati, liberati dalla resurrezione, pazzi atomi.

intermezzo

il tè ti si raffredda nella gavetta verde
la sigaretta a scrocco brucia tra le dita

fissi una rana che depone le uova
sul fondo della pozza di uno scarpone militare
o una penna unta di cornacchia
su cui si palesano i colori dell’arcobaleno

guardi la punta nera del fucile
e svelto volgi lo sguardo
ai fili d’erba ensiformi piacevolmente combacianti
nel cui labirinto si infilano frenetiche formiche

vedi il muso di un’arvicola che trema
sbucando fuori dal tunnel appena scavato
attorno al quale svapora la terra ammucchiata

nei bassi cespugli di biancospino si odono i pettirossi
se ne sta quieto il campo di battaglia come la cellula di un tumore maligno.

quando per la prima volta ho visto un pezzo di cranio umano
(kad sam prvi put vidio komad ljudske lobanje)

avevo ventidue anni
eravamo appena arrivati al fronte
dicembre aveva portato l’inverno secco
le foglie ricoperte di brina
scricchiolavano sotto gli stivali
sul sentiero ho visto
alcune gocce di sangue
il pezzo di un cranio umano:
esternamente una ciocca di capelli
internamente, una superficie ruvida
vischiosa e simile a quella della luna,
era tutto ciò che era rimasto sulla terra
di Šarić Seduan.

Azra
L’ho vista mentre passeggiavo sulla strada serpeggiante sopra la profonda vallata semibuia dove giaceva la città di Cazin.
Ho visto la pelle perfetta del suo volto, così liscia e luminosa, e mi sembrava che splendesse nel buio come una minuta stella umana, i cui occhi erano piccole mandorle scure dalla leggera forma asiatica.
Ho visto i suoi capelli color rosso rame, le labbra e la forte energia vitale che prorompeva dal suo sguardo.
Frettolosamente sono passato accanto alla panchina di legno su cui sedeva di fronte alla sua amica.
L’ho vista e l’ho dimenticata, ma il suo volto mi si è impresso nella memoria come una nuvola irripetibile sul cielo attraversato dalla pioggia estiva.
L’ho vista su ogni campo di battaglia, negli istanti lunghi come le righe della Bibbia, quando dominava il silenzio marziano.
L’ho vista in mezzo ai proiettili incendiari che impazzavano tra i boschi, le colline, le stelle.
L’ho vista anche nelle nuvole funeree pesanti come i corpi dei morti.
L’ho vista nelle guance erbose delle collinette coltivate con cui desideravo fondermi e sparire nei verdi succhi immortali.
L’ho vista alta, con le guance rosse, le lunghe dita calme avvicinarsi a me, sporco dai campi di battaglia, e abbracciarmi finché il mondo non svanisce dietro le nostre spalle come una fiaba insanguinata.
L’ho vista nel mio cuore nei momenti in cui pensavo che non avrei più visto niente.
L’ho vista forte e slanciata ergersi a elegia.

Immagine: Sarajevo