Datità

Da poco riedito per Arcipelago Itaca Datità di Giovanna Frene, con prefazione di Andrea Zanzotto. Pubblichiamo una scelta di poesie.

La datità, l’essenza delle cose, il sorso
bevuto all’orlo della sepoltura, l’impostura
generale del mondo essendo dal tempo roso,
le siepi che attorno s’accavallano,
il cadere nullo (il non cadere) nel vallo,
l’io in infinito sublime innalzamento al cielo:
sento in questo carico grondante
il vedere chiaro, chiaramente il pensiero.

*

Epochè

Farò della pazienza una sorella fedele,
della fedeltà una fratello paziente.
Ricordi sono immagini che sbiadiscono,
nel senza-immagine tenero e dolce
putrefaggono col senno del posteriore
si aprono e si chiudono soltanto
parentesi. Farò della parentesi
una madre-materna per il mio
ventre padre-paterno cachetico.
Farò del fare un non-fatto – fino a che
germoglieranno i segni.

*

L’innamoramento unico e la molteplicità dei volti
(mi appaiono poco prima del sonno)
come larve di un indiviso sentimento mentale
e mortale (dimenticai inoltre giovedì di scrivere le altre cose)
fluttuano reciprocamente all’interno del pensiero
si intersecano in lacci insidiosi e nodosi alla vista
visto che il primo è un’idea inizialmente costante
i tuoi occhi rovesci li vedo shelleyrianamente come due [bocchine
con due bulbi incastonati boccheggianti parole tonde [luminose
mi giungono alle orecchie se il dio d’amore non è umano
parole disumane amorose erose dal tragitto vedo uscire
come cerchi concentrici verso lo sbigottimento
delle mie labbra umanamente silenziose
– forse abbiamo due dei dell’amore diversi o forse nessuno –
il luogo dell’unità manifesta come nell’infanzia……

(due bocchine: richiama un sogno di Shelley, nel quale gli apparve una donna con i seni che avevano al posto dei capezzoli due occhi aperti.)

*

All’amante-bambina

I.

La dolce verginità che mi penetrò gli occhi trapassa
al cuore della mente vergine di corrotta natura…
corro per i campi oscuri incurante del passato richiamo
madre/paterno e galleggio nel vuoto – si può galleggiare
nel vuoto (?) vi chiedo e mi dico che senza materia
non è valente nessun concetto dei presenti all’appello
della terra allora anche l’essere è forse materiale
intuizione istantaneo accecante colpire del sole gli occhi
contro lo specchio dell’anima (?) – corro per i campi
dell’anima così inclinati e nebbiosi con un’unica voce
presente… la dolce verginità del tuo canto di diamante
la triste datità terrena del tuo corpo corporale
corruzione mentale →
corruzione spirituale →
nulla

*

Dalla terrazza in cui vedevo il mondo

«ora che siamo giunti alla stagione del freddo»
(una trovatrice)

dalla terrazza in cui vedevo il mondo
vedevo accanto l’altro osservatorio vuoto
sporto verso l’ignoto dell’interrogazione

e le spalle conserte sul nostro destino s’immuravano
s’innervavano tese in desiderate supposizioni
presupponendo ramificazioni inesistenti

vedevo i soli intenti a raffrenare la corsa
di un tempo remoto che avanzava instabile
sulle bocche intrecciate in una morsa insanabile

⋅ era amore quello che derivava all’orizzonte
oltre quel ponte di nubi
sull’estate del nostro sentimento ⋅

dalla terrazza in cui vedevo il mondo
ti ho vista partire avvolta in una nube
tolta al mio sentire dell’interrogazione

amorosa ti ho vista assente in cielo
evaporare in un deserto di mondi ignoti
tessuti sull’assenza da un telaio inesistente

ti ho vista intenta-essente nel tuo cammino
reclinato il desiderio nel giardino a piedi nudi
del mausoleo indiano della sposa insanabile ⋅

era amore quello che scivolava nell’orizzonte
oltre il ponte di nuvole
sull’estate del nostro sentimento ⋅

dalla terrazza in cui vedevo il mondo
mi vedo ancora assisa alla tua destra
protesa nel silenzio dell’interrogazione

ora che a lungo siamo giunte
al freddo della stagione come temevamo
ora che il calore sembra inesistente

ti vedo ancora come l’adesso che vedevo allora
disfusa in un tempo di vento ignoto
malata di un sentimento insanabile ⋅

è solo amore quello che rimane
è solo amore quello che diviene ⋅

(derivava: anche “avanzare alla deriva”)

*

da SETTE STANZE AUREE (1995)

I.

Non si sarebbe dovuto dimenticare l’abbandono
l’idea del disfacimento molecolare del cuore
ad ogni rintocco dell’alto sole del tempo
il bene diventa sempre più male quale-è
e l’incompiuta nostalgia dell’inscorrente
discende sul capo di ognuno in forma di mente

*

Requiem per Sarajevo

I semafori divennero verdi….contemporaneamente
dalle opposte parti partirono….tutte le macchine
senza coscienza senza pazienza….fu una carneficina
senza precedenti visti….poi tutto fu ripulito
tornò come prima cancellata….anche la memoria
però io che ricordo tutto….quel sangue
non posso tacere seduta….ai bordi della strada
attendo il prossimo supplizio….nella veglia delle parole
sopra tutti i morti che furono
………………………..e che verranno

*

la memoria diede il metro e la misura
il proprio pensiero parla dentro ognuno
come una serpe annidata nel cratere
le parole sbocciano compiute come pietre
………………………………………………….
a chi si infisse la propria colpa
la propria condanna diventa puro latte
e al nessuno che non disse niente
niente fu risposto senza bisogno di qualcosa
e infatti qualcuno ha il potere e il difetto
di lavare il suo sangue con il suo sangue
di dirsi nelle vacue lettere tutto il suo
amore proprio
………………………………………………….
tutto è simultaneamente lontano

*

Combustione dell’uauatonem

Per il 75º natale di Andrea Zanzotto

Manine dei poeti-bambini
manine dei poeti-neonati
manine dei poeti mai nati

manine dei poeti-divini
manine appese al cielo nero
manine sprofondate nel mare

manine intessute di bare
manine distese dal ventre vero
manine dei poeti-piccini

manine dei poeti-alati
manine dei poeti mai baciati
manine dei poeti-vicini

prendete la penna prima che secchi
prendete il foglio prima che bruci
prendete l’idea prima che fugga

prendete prendete le vostre manine
toccate il corpicino per poco vicino
toccate la testina per poco serena

prendete e toccate questa è la vostra
pioggia della penultima stagione
prima della combustione estrema

manine-cenere dei poeti-data
manine-niente dei poeti-venere
«datta dayadhvam damyata»

(auautonem: bambino che dice “uaua”, in Quintiliano; «datta dayadhvam damyata»: penultimo verso de La terra desolata di T. S. Eliot)

*

da 168 PROVERBI SOSPESI (1996)

«clouds swang on the deep» (William Blake)

1. L’ombra non dimostra la luce, ma ne è proiezione.

Immagine: Sophie Calle, Madre.

Caporedattrice Poesia

Maria Borio è nata nel 1985 a Perugia. È dottore di ricerca in letteratura italiana contemporanea. Ha pubblicato le raccolte Vite unite ("XII Quaderno italiano di poesia contemporanea", Marcos y Marcos, 2015), L’altro limite (Pordenonelegge-Lietocolle, Pordenone-Faloppio, 2017) e Trasparenza (Interlinea, 2019). Ha scritto le monografie Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, 2018).