Composita solvantur

da | Mag 20, 2015

Composita solvantur di Franco Fortini è stato recentemente riedito da Il Saggiatore. Di seguito tre poesie e la postfazione di Pier Vincenzo Mengaldo.

***

Stanotte

Stanotte un qualche animale
ha ucciso una bestiola, sottocasa. Sulle piastrelle
che illumina un bel sole
ha lasciato uno sgorbio sanguinoso
un mucchietto di visceri viola
e del fiele la vescica tutta d’oro.
Chissà dove ora si gode, dove dorme, dove sogna
di mordere e fulmineo eliminare
dal ventre della vittima le parti
fetide, amare.
Vedo il mare, è celeste, lietissime le vele.
E non è vero.
Il piccolo animale sanguinario
ha morso nel veleno
e ora cieco di luce
stride e combatte e implora dagli spini pietà.

*

Saba

La mattina di luglio
e a volo l’acqua della manichetta
va su gradini e foglie
e là di certo contenta mia moglie
allegra agita lo scintillìo…

Va la memoria ad un verso di Saba.
Ma ne manca una sillaba. Per quanti
anni l’ho male amato
infastidito per quel suo delirio
biascicato, per quel rigirìo
d’esistenza…

E ora che riposano
il suo libro e il mio corpo
indifferenti
come un sasso o una pianta
o una invincibile ombra nel bosco
(nel vuoto il sole s’avventa
e un’iride ne grida) riconosco
con lo stupore di chi vede il vero
lunga la poesia, lungo l’errore.

Parevi stanca, parevi ammalata
ma t’ho riconosciuta, io che t’ho amata.

*

Sopra questa pietra

Sopra questa pietra
posso ora fermarmi. Dico alcune parole
nello spazio vuoto preciso.
Le grandi storie
tentennano in sonno, vacillano
nelle teche i crani
dei poeti sovrani.
L’enigma verde ride la sua promessa.

Olmi e oh vetrate di Trinity illuminatevi!
Ecco il fulmine di giugno.
Batte l’acquata gronde e guglie.
Lo spazio dei dilemmi è verde e vuoto.
Non può vedermi più nessuno qui, nessuno
mi farà male mai più.

***

«Vero» personale e politico

Se si tiene a parte l’Appendice («di light verses e imitazioni ») il nuovo libro poetico di Fortini, Composita solvantur, s’apre e chiude con le parole «vero» e «verità», rincalzate poi da verbi quali «conoscere», «sapere » e il dantesco «vedere» della mente. Di quale verità però si tratta? Di una verità che si contrae al minimo sia nel tempo («È il vero per pochi attimi») che nelle dimensioni, diciamo così, dei suoi oggetti. Composita solvantur è letteralmente abitato, quasi infestato, dai segni di una esistenza minimale nella vita privata e nella natura: le «piccole piante» che forniscono un titolo e petrarchescamente o tassescamente le «pensose antiche piante», con rami e radici, foglie chiare, erbe bambine, felce, erba bifida, gramigna, orzo lieve…; e lo scorpione mentecatto, il tarlo, i ragni esili e i ragnetti, la gabbianella, gli insetti varii, la limaccia, la lucertola, i ghiri gentili e via via dicendo, spesso con succhi e fiele, ambigui portatori di vita/morte, crea-zione/distruzione (si può leggere subito Stanotte, il capolavoro forse della raccolta). Che Fortini lavori sempre più sul fino lo si sa, almeno dalla decisiva raccolta Questo muro del 1973.

Ma sarebbe del tutto erroneo parlare di minimalismo. È vero che ora le piccole esistenze proclamano l’assenza della Verità, forse della Vita, o più in concreto segnalano il ritirarsi nel privato di chi non può più agire nel politico dalle posizioni fortiniane. Ma nello stesso tempo quelle piccole esistenze sono assunte in quanto capaci di contenere allegorie e di protendersi al futuro, e la condizione che così si delinea nel soggetto non è di vacanza, ma, molto evidentemente, di attenzione e attesa. Stanotte… ancora fa testo. D’altra parte la vita minima delle forme della natura e dell’esistenza umana è solo un polo del discorso di Fortini, l’altro è come sempre in lui la storia: semmai è interessante notare che i temi storici si rifugiano soprattutto nella «maniera» dell’Appendice. E anche la storia vale ancora una volta in lui piuttosto come allegoria che come realtà (nel che si può forse vedere anche un tratto cristiano della sua personalità).

Già qui dunque l’autore mostra di muoversi fra estremi. E come per le grandi costellazioni tematiche, avviene anche per le forme e il linguaggio, in tutto il denso libretto: alternanza, come già in Questo muro, di poesie «dal vero» e «di maniera», oscillazione fra strutture libere, informali e strutture chiuse della tradizione (sonetto, terzina dantesca ecc. ecc.), fra lingua moderna e anticheggiante (c’è anche una poesia in latino e non si contano gli ammiccamenti ai classici italiani), fra versi liberi e regolari, fino all’alessandrino, fra stile compatto e plurilinguismo, pastiche. Si può dire che Fortini ci parli in due modi, direttamente, con la propria lingua, e indirettamente, attraverso forme e linguaggi altrui. Altra divaricazione: quella fra un linguaggio che registra umilmente eventi e uno che continua ad essere perentorio, gesto che indica, suggerisce, comanda. Ma dire che Fortini si muove fra estremi è quanto dire che è sempre viva in lui la tensione dialettica, per sepolta che sia. In un epigramma è reso obliquo omaggio a Hegel, e nella nota finale il titolo del libro, ricavato da un’epigrafe di un allievo di Bacone, è commentato così: «si dissolva quanto è composto, il disordine succeda all’ordine (ma anche, com’era nel vetusto precetto alchemico, si dia l’inverso)»: è facile capire cosa può nascondersi dietro l’alchimia. In generale di questa raccolta i motivi personali sono ancor più insistenti del solito, e ne costituiscono l’asse portante. Di qui l’importanza del tema del «vecchio», coi suoi motivi d’accompagnamento come la sera, il sonno, le voci intraudite, lo stesso temporale (o toscanamente «acquata»), ed eventualmente l’opposizione al giovane. Il tema da un lato dà forma al sentimento del conservarsi di un senso nelle realtà minime, ma dall’altro mette a verbale una sconfitta: «Poi a sparire, sparire, sparire!». Ma ecco: «Ritornerai com’eri» suona la chiusa di un breve testo: che è certo un’onirica verità individuale, ma è anche il rovescio di quel diventare ciò che si è in cui con Goethe la borghesia in ascesa espresse il suo dinamismo.

Perciò, come Fortini sempre ha inteso, la biografia personale allude cripticamente alla storia. Come l’uomo vecchio sogna di ritornare com’era, il vecchio poeta è tutto intento a recuperare frammenti del suo passato di artista. L’ultima poesia prima dell’Appendice attacca «E questo è il sonno…», inizio di una lirica giovanile di Foglio di via. Ma tant’altro riemerge con variazioni dal Fortini più recente (per esempio «Al traghetto / batte fra le canne della riva una vedova barca pensosa»). E un significato analogo mi pare abbiano le riprese dal poeta contemporaneo che Fortini ha più compreso e amato, Sereni, da cui viene il titolo Lavori in corso o, fra altro, la micro situazione «E i cari amici che ora è qualche anno / non vennero in vacanza, li hai più veduti?». Anche un modo di far poesia che ha sempre interessato Fortini, quello del surrealismo, riemerge qui vivace, a indicare lo stacco fra realtà e vita quotidiana, realtà e utopia, la natura protestataria del sogno, anzi la distanza stessa tra realtà e parola poetica: «L’enigma verde ride la sua promessa»; e anche qui talvolta il surrealismo è un modo indiretto per raggiungere Brecht. Particolari eccettuati, è un po’ in tutto il tratto stilistico di questo Fortini che continua a vivere quello di un tempo.

La parola che definisce questo stile è «densità». Ecco così che dalla voce tematica «conosco» si diramano a p. 19 «cosa», «composto» e poi «come» e «corolle»; ecco un endecasillabo poggiante su una replicazione rovesciata fra perentoria e patetica: «Così non fu, non fu così, non era…»; o un altro endecasillabo teso dalla figura che i retori chiamano iperbato, un po’ come in Foscolo e, ancora, Sereni: «Uno dei miei compivo ultimi anni»; e non si contano i versi compattati da ritorni organici di suoni. C’è anzi un luogo in cui Fortini sembra quasi alludere, al confine fra coscienza e coazione, a questo suo imperativo della densità: è «elci frassini faggi carpini larici olmi», stretta enumerazione che rimanda al verso denso per eccellenza, il petrarchesco «fior, frondi, herbe, ombre, antri, onde, aure soavi». La si prenda dal lato dei contenuti, ora a vista ora nascosti, oppure da quello delle forme, questa del vecchio Fortini ci conquista ancora come una, rarissima in questi tempi viscerali, poesia dell’intelligenza.

Pier Vincenzo Mengaldo
(“L’Unità”, 28 marzo 1994)

Caporedattrice Poesia

Maria Borio è nata nel 1985 a Perugia. È dottore di ricerca in letteratura italiana contemporanea. Ha pubblicato le raccolte Vite unite ("XII Quaderno italiano di poesia contemporanea", Marcos y Marcos, 2015), L’altro limite (Pordenonelegge-Lietocolle, Pordenone-Faloppio, 2017) e Trasparenza (Interlinea, 2019). Ha scritto le monografie Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, 2018).


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