Andrea Zanzotto, Un blu lontano e quasi straziante (per Mario Benedetti)

Esce oggi il nuovo numero di «Nuovi Argomenti». Dalla sezione ‘Poesia’, dedicata interamente a Mario Benedetti (1955-2020), pubblichiamo un brano inedito di Andrea Zanzotto. Si tratta, come scrive Andrea Cortellessa nella nota di presentazione, di una “recensione parlata” di Zanzotto alla raccolta Il cielo per sempre (pubblicata da Schema Poesia, con una presentazione di Marco Lodoli, alla fine del 1989), andata in onda sulla Radio Svizzera Italiana il 18 aprile 1990. La rendiamo disponibile per la cortesia di Giovanni Zanzotto, della Radio della Svizzera Italiana che la trasmise, e di Donata Feroldi che ha conservato e trascritto la registrazione.

Mario Benedetti è un giovane che sembra sicuramente dotato nei confronti di un tipo di poesia che oggi, per certi aspetti, è diffuso, perché ha una forte componente depressiva, ma che si manifesta con una straordinaria inventività dal punto di vista delle immagini e del tessuto, appunto, della costruzione poetica, e che, d’altra parte, propone una specie di soluzione aperta che merita la più ampia considerazione. “Un lutto e una nostalgia abitano i versi di Mario Benedetti e li dispongono quasi su una carta che è sorella alla pietra bianca delle lapidi dei cimiteri di paese. La voce strappa e singhiozza e non sa ancora pacificarsi”, così dice Marco Lodoli, il noto giovane romanziere che ha fatto la prefazione a questo libricino [in realtà è la quarta di copertina]. “Il cielo per sempre”: perché? È effettivamente questa lapidaria maniera di iniziare, di intitolare, di condurre il libro, una specie di sotterranea e candida bestemmia, nel senso che il cielo “per sempre” non è un augurio ma è una condanna. Il cielo appare soltanto come un esilio, qualche cosa di lontano, qualche cosa di povero e di morto. Il poeta sembra invece sognare la terra, con tutte le sue attrattive. Ma la terra in realtà, anziché essere attraente, è ormai gelatinosa, infausta e piena di ex giochi della speranza che si sono trasformati in giochi della disperazione. Quindi, questo sogno celeste di Benedetti, che tuttavia riesce a dare ai suoi cieli, pur così cupi, una trasparenza cristallina, sembra l’ultimo grido possibile di una speranza che, in questi ultimi tempi, è andata sempre più affievolendosi, almeno secondo tutta una linea della poesia che potrebbe avere come suo alfiere Milo de Angelis. Non c’è una zona dove la speranza possa realmente accamparsi e la terra è il regno della contraddizione, di una contraddizione assolutamente insanabile. Restare sulla terra, su una terra risanata, sarebbe la vera meraviglia, ma appunto, dice il poeta, la terra è quella in cui ad ogni piè sospinto ci si incontra con la nebbia, con la febbre, con la neoplasia. Questo non è detto senza qualche cosa di ostinatamente attivo tuttavia, vorrei dire quasi di ringhioso, ma, dal punto di vista della forma, possiamo dire che l’intensità dei sentimenti finisce col trovare, alla fine, un certo dolce riposo, un qualche cosa per cui tutti i drammi sembrano concludersi in quella che è ancora una volta l’autorità formale della poesia. [Zanzotto legge la poesia a p. 10 della plaquette, saltando un verso.]

I fiori tutte le notti aperti, mi guardi

scrutando in giro

o dalla finestra il campo

come il campo di una volta.

Venuti per i prati,

per non poterli dire

che erbe e alberi.

……….

Potevamo essere fatti di un ferro, di un muso.

L’orto è solo una cosa che facevamo,

una domanda. Ti guardo

perché non ho altro.

 

Ecco che allora si può notare che, al di sotto di un tessuto che sembra limpido, c’è questo pullulare continuo di immagini, di torsioni sintattiche, di invenzioni improvvise, che però non annullano quello che è il candore della pagina, o questo blu lontano e quasi straziante del cielo, ma entrano in una concordia discors che veramente dà una sua caratteristica del tutto particolare a questo libro e che fa pensare che da Benedetti avremo altre sorprese di alta qualità.

Andrea Zanzotto

 

Note:

(1) Il titolo Un blu lontano e quasi strazionate è di Andrea Cortellessa.

(2) La poesia letta da Zanzotto è a p. 10 della plaquette ma la lettura salta il v. 8, che vi suona «Abbiamo incontrato questa montagna»; nell’audiocassetta in cui Benedetti conservava la registrazione – testimonia Feroldi – ad essa segue una lettura del medesimo testo da parte sua, col verso in questione reintegrato. Ma quando nel 2013 Benedetti riproporrà il testo in Tersa morte (a p. 274 di Tutte le poesie, a cura di Stefano Dal Bianco, Antonio Riccardi e Gian Mario Villalta, Milano, Garzanti, 2017), con una dedica che suona «ricordo di Andrea Zanzotto», oltre a scansionare diversamente i versi, a sua volta lo omette (e taglia anche il finale «Ti guardo / perché non ho altro»). (A.C.)

 

Immagine: Foto di Dino Ignani.