Alter

Cinque poesie da Alter di Christian Sinicco. La raccolta, con introduzione di Giancarlo Alfano, è da poco uscita per Vydia editore.

[NOME: avvio alfabeto fuori]

alter è il mio nome,
non progettano più automazioni
macchine del più che volevano il cielo,
macchine del più, voluminose e volanti

io posso camminare e ho visto una fragola:
nei campi della produzione
ha i segni di una ferita,
sarebbe un alfabeto fuori di sé
fino a toccare le sue prime parole,
ha il sapore della bocca
mentre è contro di me,
tocchiamo il suo viola
noi sbocciati sopra gli occhi

piove così forte,
tu sosta in uno splendido rosa
e matura l’idea
fino a toccare la magnolia
che non sa perché
l’ondaluce se ne va

*

[MACCHINE: assimilazione innesti 1]

sono
aurora gialla e senso, macchine del più,
macchine che vogliono il più,
che somigliano a farfalle

puoi udirne la comparsa,
puoi udire questo attraversare:
possa io
essere la tua cucitura
e come una cucitura
essere l’involucro
del vento, l’eccesso
della sua colorazione,
il significato e le nuvole

e ora come un vuoto
fissiamo la luna:
si installa, guardando il cielo,
la nostra fronte ritagliata
e il verde accanto a un piccolo ciliegio

l’utopia può offrirsi in una goccia
fingendo di nutrirsi sul petalo:
la tua schiena di latte e di acqua
è percorsa da queste macchine

sono farfalle:
ciò che entra è smisurato,
ciò che cresce è appena nato;
hai solo assimilato la nuova muta
e l’emozione

*

[FORMA: incidente progressione calcoli]

eravamo il piacere infinito,
eravamo rive e orbite di luce,
siamo un incidente di nuclei e di sistemi,
siamo una combinazione di molecole
replicanti e cangianti,
siamo stati un uomo deserto di sé,
siamo stati un’esplosione,
vogliamo essere un grembo
tra il prima e il dopo,
vogliamo essere una progressione
e la risacca che riempie di tulipani
le sue stanze – tutto ciò si è separato,
tutto ciò che siamo, che percepiamo
come i riflessi sul vetro, è la madreperla,
tutto ha messo in moto il mare,
tutta l’acqua
inclina la violazione di questi palazzi
immobili come un codice;
più diventiamo
una distesa di azzurro,
più segni di luce
calcolano il bianco:
adagio il tuo ventre su questo fine,
adagio più debole sugli scogli e snaturo;
osservo la forma che specchia, l’onda
si infila nel mare come nella vita

*

[MACCHINE: assimilazione innesti 2]

la vetroresina è nella pancia
e suonano i buchi neri,
organi di stelle, dormono epoche,
guardando tessiture, rive e gocce
di sole, e dinamiche di abbagli
intermittenti: macchine del più
sussurrano il tuo » saresti infinito «
e si dirigono oltre quasi
accecate, in direzioni opposte
rivedendo la prima trasmissione,
film nerisgranati, e radiotracce
– noi siamo un guscio, noi siamo identità
solamente riavvolgendo il passato:
questo è il concetto di tempo che dà forza
e attaccamento alla vita, eppure l’ascolto,
eppure zigomi assetati e allagati,
eppure il succedersi di foreste
e frenesie di spazi, strati di rocce,
di viadotti… Come l’agile tigre,
legato dalle antiche bucoliche,
hai vissuto spesso nell’animale
ferito, o in cattività e quasi
guardi fuori di te, sopra
prima che questo senso
che si innesta scompaia
è la notte e nel bosco
solo lucciole che ti fanno amare

*

[MACCHINE: assimilazione innesti 3]

lascia partire il tempo,
io sono sulle ali bianche
il silenzio e un sopracciglio di bimbo,
io sono sull’aria che muove
il suono e il nome come gli uomini e il cielo
innestato di colori e sillabe,
io sono stato un campo di girasoli,
la chimica che assomiglia agli odori,
io sono un fuoco improvviso e la perdita di controllo,
lo sguardo dell’animale dalla vetta alla pianura,
sono stato una pompa che aspira
tutta la clorofilla, con la bocca
una nuvola azzurra, un ricordo apparentemente nostro,
io sono stato riavvolto e scandito dall’avvicinarsi
mentre l’automatismo ti portava
su questi fiocchi di vento vermiglio
su questo caldo assunto lentamente
riassunto dall’ombra

 

Immagine: John Akomfrah, Purple, 2017.