Alberto Cellotto, Non essere

Nove poesie da Non essere di Alberto Cellotto, prefazione di Maria Anna Mariani, Vydia editore, 2019.

Esistono i cavalli vicino ai fiumi. Esistono le strade e hanno
rispetto, esistono i colli nei pollai nascosti tra le lamiere
di questo mattino diviso: il sole, l’ultima nebbia accecante.
Esistono le onde i doganieri gli spettri i sogni che cambiano
pegno ai giorni. Gli specchi no, non esistono più. L’igiene
del mondo poteva essere un colore infranto sullo spazio
sempre più sottile sempre più verosimile
fino a farci sbucare nel bianco.

*

Al mattino la capra distesa sul davanzale della casa
disabitata, immobile, diventa un gigante peluche
che spetta alla caligine scesa dal tetto e dal camino
per la malta fina. La persiana sta abbassata, ma
non del tutto. Passo ogni volta nella sorpresa che prende
con ritardo leggero quando giro la curva secca riempita
dei fossi ai lati, scomparendo nella bombola da sub messa lì
da quello che le ripara. E non ci credo ancora che sia vera,
di più in presenza dell’anatra che becca erba:
credere non è talento dei sornioni del tatto.

*

Pare inverno con la neve alta su tanta terra.
Le scuole chiuse in America, motori accesi
ventiquattro ore. E pure certe temperature; e io, io
sprofondo su questo. Qui s’inventa una pioggia calda
sul gregge, i muli e sull’impermeabile giallo del pastore
che chiude. Guardiamo intanto i rami dei fiumi marroni.
Ci sono ancora le isole di ghiaia al centro e qualche pulcino
finito sul cemento si disperde. Ripenso che avevi ragione
a dirmi prima di nascere tu eri un cavalluccio marino.
Avevi proprio ragione a dire.
Lo sappiamo che è una tenera imitazione della vita
tutto questo, un regesto presto scorso o dimenticato.

*

Un gallo, un grido, un posto buio e uno col tanfo
delle capre, balconi chiusi e una vampa al pancreas
crea di nuovo la salita, una somiglianza con un destino
di fatti d’acque in silenzio e chiare. C’è una rondine
che sta attaccata al sottotetto e va. A lato
ha un vestito vuoto appeso. Il fiato sopra un’onda
e vaste vite e alberi si radunano nel momento di albe, al fare
chiaro su terre e mare, giorni come lampi e starnuti
in un sorso d’acqua. Fosso come il cielo e come il cielo
rosso: il bosco è lavato dilavato, stirato ai lati, nei bordi
delle foglie: mi sveglio nel noto. Adesso sto qua a riportare
ogni stallo al morire e in un grammo di alba fuori stano
l’attesa con chi ricordo: sono già nella vita.

*

Che cosa accade se questa sera è già primavera, sempre
rara la sera nei rami sotto il chiaro, che cosa accade se
tutto questo l’ho vissuto ancora e ero io passato al grigio
delle mani; e so già altrove che ho vissuto la primavera
come questa, so dell’erba e adesso entro in aria e sono
la luna separata da un guanto e proprio così è pensare
che ci sono posti belli per me, e primavera e erba.
Come odissea di capre pecore e tromboni ora
entro e sono i fili, il giorno più chiaro,
un’ariaccia spacciata nelle foglie.

*

La luce non è sempre esistita. Dopo l’esplosione sparì
e il suo ritorno s’aspetta sempre al contrario dell’essere.
Buio predato in una trasparenza di medusa, volevi dire
che a me risponde l’inverso di me, incapsulato di tempo
e riso, e che vivere è un clima spostato avanti presente
e pronto a collassare davanti allo spreco di ogni colore.

*

Il guardiacaccia s’arrende alla luce del gelo. Fra quanto
la volpe spezzerà l’ago del passo in discesa, tra quanto
le storie di questo mattino saranno ventate soltanto, luce
in erba e scorza del masso? All’inizio del sentiero la guancia
d’aria, la pozza ch’era del carbonasso, la neve sopra quella buccia
d’arancia che sa, per forza sa di noi che sventiamo la pancia
alla rabbia, nei ritorni dove la radura si sfa all’eco dello sparo.

*

I trattori qui hanno tutti più di trent’anni. I berretti
schiacciati. C’è chi lavora a un cancello nuovo. La nebbia
avvicina le macchie chiare del cavallo tra gli occhi dentro
la rete così improvviso. Mandano odori di olio perso e grasso,
dietro carri con tutti i rami che ci stanno. A volte succede:
cala e resta due giorni interi a inghiottire qualche vita
nella paglia, gocciola dalle punte alte degli alberi e fa rumore
sull’asfalto, sui sassi o sui calcinacci stesi a livellare una buca lì
dove gira questo primo tempo: già si infila e scende per la gola,
si ricorda per nome o per numero
come un giorno quando finisce.

*

Riassumendo se non mi sbaglio: scrivono che lo sbaraglio
della nostra generazione sia l’inappartenenza.
Fuggente o sfuggente sarà un problema di carnagione.
Prima correvo controvento e contro pioggia. Pensavo
alla nicchia del cavolo e del fiore, a quella del cavallo
senza foraggio o al balcone basso che apre in strada.
Non ci sono nicchie per l’uomo.

Alberto Cellotto è nato a Treviso nel 1978. Ha pubblicato i libri di poesia Vicine scadenze (Zona, 2004, prefazione di Antonio Turolo, premio APS di Pordenonelegge 2004), Grave (Zona, 2008, prefazione di Fabio Franzin), Pertiche (La Vita Felice, 2012, prefazione di Gian Mario Villalta), Traviso (Prufrock spa, 2014, menzione di merito Premio Achille Marazza 2015) e la plaquette illustrata da Nicolò Pellizzon I piani eterni (La collana Isola, 2014). Ha tradotto Duluth di Gore Vidal, Canzoni per la scomparsa di Stewart O’Nan (Fazi) e Una speculazione sul grano di Frank Norris (Amos Edizioni). La sua prima opera narrativa è il libro epistolare Abbiamo fatto una gran perdita (Oèdipus, 2018). Altro su www.albertocellotto.it.

Immagine: Gerard Byrne.