Musica ’44

da | Dic 22, 2014 | Senza categoria

Carmine pensò: il tempo è serpente. S’allunga come i capitoni e sguiscia via. Ma se uno gli comanda “morditi la coda” si chiude a mo’ d’anello. Allora strizzò gli occhi, appoggiò i gomiti al muretto e riguardò il Vesuvio. Con minima lacrimazione poteva figurarsi il fumoso pennacchio scomparso dopo l’eruzione del ’44.
Settant’anni fa, fu lì la prima volta che il ragazzo la vide. Poi non ricordava più se si baciarono al principio o alla fine né se fosse verso sera o mattina perché a marzo le ore del giorno si confondono e la memoria, si sa, è continuo tradimento. Quassù nel vicolo dove una volta vivevano le lavandaie, al Borgo Due Porte, qua oggi Carmine non sarebbe andato se non avesse letto il libro di Roberto De Simone Satyricon a Napoli ’44. S’accese una MS godendola di più dopo il caffè e fu per un minuto come avere diciott’anni. Fissò il suo fumo e immaginò il fumo scomparso del Vesuvio come stesse lì. Nel ’44. Poi guardò giù il presepe che s’estende, e piaccia o no, sempre pare memoria di sogno anche se cambia o si peggiora il panorama. Forse perché a essere guardati siamo noi o siamo da qualcuno risognati pure a credere il contrario.
“Il tempo è una serpe – recita nel libro De Simone – di cui non vediamo mai né la testa né la coda. Talvolta stupidamente ne registriamo lo strisciare con irragionevoli motivazioni, istintive e immotivate”.
Seduto sul divano nero a casa del maestro De Simone, un giorno di molti anni fa, osò chiedere con leggerezza se gli accennasse al pianoforte il suo Coro dei soldati che cantano le lodi delle Sei sorelle. Allora lui, leggermente sorridendo, scoperchiò la tastiera si sedette e suonò. Caterina era la quarta, la più impulsiva sorella fra le sei

che fa la sarta,
che parte in quarta
per far l’amor!

Il ragazzo la conobbe all’Infrascata una mattina che lei cuciva o stirava nella bottega da dove si vedeva già la massa rossa del Museo Nazionale. Caterina era la quarta di un’antica famiglia comandata dalle femmine. Lavandaie risalite alle Due Porte quando la stagione dei bombardamenti martellò tutti con cocciuta pazzia. Loro due s’intrecciarono magri e desiderosi come se le macerie, scaglie di pietra e cenere dei crolli non li sminuissero ma eccitassero i cinque sensi, e il sesto ch’è un sovrappiù regalato dall’amore e finisce sbriciolato vita proseguendo.
Pestarono sassi legno e memorie infrante camminando sui resti di Santa Chiara sgretolata dai bombardieri. De Simone ricorda: “Fra turbini di terriccio, esplosioni, spostamenti d’aria, crolli e rimbalzi di calcinacci, e un vento polveroso che accecava e soffocava tutti i testimoni terrorizzati in cerca di riparo, gli americani firmarono il documento più ignobile della loro violenza sui civili”.
Quando i soldati yankees arrivarono, un motivo si sparse come coltre di zucchero velato sulle coltri polverizzate e il sangue secco della città: Pistol packin’ mama del musicista country Al Dexter fu la hit del ’44 e il suo testo parodiato, storpiato, fischiettato mise ritmo al sesso di marines e segnorine, al loro ficca ficca, alla faccia dei tipi alla Eduardo che tornando laceri a casa chiusero la commedia o la tragedia di tutte le case auspicando forse senza crederci che ha da passa’ ‘a nuttata. Come scritto per un’innamorata persa, per protesta verso le innamorate perse, un giorno Michele Galdieri passò al musicista Alberto Barberis il testo della canzone che scalzò, sulla bocca della gente, il lay that pistol down, babe.
Munasterio ‘e Santa Chiara nacque sulle rovine che il ragazzo e Caterina calpestarono intenti a baciarsi e attenti a non cadere. Piangeva la perdita del cuore e dell’innocenza delle donne dopo i bombardamenti, mentre loro due, innocenti e scampati, rovesciavano per se stessi la canzone e smentivano, volta per volta senza sapere se fosse l’ultima, la disperazione generale col reciproco te voglio bene.

Vagarono più o meno dove vagò il prodigioso piccolo pianista De Simone coi suoi amici, fra chiese e case di medium, nel perimetro di monasteri e ospedali, sotto lacerti di palazzi caduti a metà e dentro loschi cinematografi. I ricordi del ragazzo si sovrapposero tramite canzoni e a distanza di tempo una celata rapsodia gli sarebbe rimasta infissa fra la testa e il cuore, sicché riascoltato per caso un motivo avrebbe riportato a galla schegge di conversazione, una risata, un tatto o il sapore della polvere di piselli distribuita dagli americani, il cui gusto si rapprese nei loro baci sparsi.
Molti anni fa da oggi, molti anni da allora, ascoltando a casa del maestro le lodi delle Sei sorelle, Carmine pensò alla quarta che parte in quarta per far l’amor. Suppose che, pure fatta sarta, Caterina serbasse l’animo remoto delle lavandaie venute alle Due Porte prima di lei, la forza inafferrabile di chi sta al centro di quella Terra Desolata ch’è il Presepe ed è Napoli priva del tempo. De Simone nel libro fa vestire a Turiuccio, giovane pastoraio e talentuoso cantante naturale, la carne della Tradizione che muore – Requie e Pace – non per vecchiezza ma “schiantata dall’impossibilità di sopravvivere con un cuore gravemente infermo”.

Tutt’’a ricchezza ‘a Napule… era… ‘o core
Dice… ch’a perzo pure chillu llà!

“In tal senso – avverte il maestro – il presepe è la MemoRIA di un sogno, i novanta numeri della tombola sono il sogno d’una meMORIA“. Dice che si può iniziare la lettura della Smorfia a ritroso, dal numero 90 per proseguire calando all’1. Ci si può arrampicare fino all’89 e riscendere nel mezzo, al 45, dove decidi se andare su o giù. A quel numero sito al centro della scala, pensò Carmine, la cabala dei sogni attribuisce il personaggio della Lavandaia, obbligatoria sul Presepe vantando presuntuosa il merito di chi assistette al parto verginale di Maria. Sannazaro il poeta dedicò a questo mistero una chiesa sulla spiaggia a Mergellina, dove la Madonna poi venerata a Piedigrotta avrebbe perso il prodigioso scarpino. E così nacque a Napoli la vera Cenerentola, la Gatta del Pentamerone di Basile che De Simone nella sua opera più celebre chiamò dal sonno, dai sogni e dalla Smorfia agitando il paniere pieno di numeri. Pure sortì il 45 perché le lavandaie nuovamente cantassero Jesce sole come accadde la prima volta – dicono – ottocent’anni fa.

Si potessero richiamare i morti, pensava Carmine guardando lo scomparso pennacchio del Vesuvio, i morti verrebbero. Solo i vivi si rifiutano, ai vivi solamente è data facoltà di dire non vengo.
Il ragazzo nel ’44 pure lo pensava, facendo di quest’intuizione non concetto ma emozione, come milioni di civili e soldati, di giovani o vecchi quando sentivano la nostalgica Lilì Marlen. Il tenore Gabriele Vanorio ne eseguì al teatro San Carlo la versione dialettale per le truppe tedesche un anno prima:

Ah, nce putessemo turnà
comme na vota tiempo fa
cu te, Lilì Marlen
cu te, Lilì Marlen.

Da sottoterra mi solleva e chiama
rint’’a nu suonno la tua bocca che mi ama.

I morti vanno e vengono per la porta dei sogni, che è meno vigilata, e Caterina sognava spesso e raccontava tutto perché fra tanti pudori diminuiti dalla guerra c’era quello di parlare coi fantasmi e non fu il peggiore:
– Che t’hanno detto? – chiese il ragazzo.
– Che se non ci sposiamo nel giorno del miracolo di San Giovanni non ci sposeremo più.
– E quando cade?
– Ogni 29 agosto scioglie il sangue nella chiesa di San Gregorio Armeno.
– E’ presto – lui si sgomentò.
– Come credi, ma questo disse la ragazza chiamata Lucia, magra magra vestita da sposa mentre sudavo e correvo intorno a un pozzo, tanto correvo che al risveglio mi girò la testa.

“Alla lettura del Vangelo, il nero e solido contenuto del vitreo oggetto fu percorso da strisce serpentine di liquido purpureo, da altre sempre più numerose e più chiare, finché la fiala, invasa dal bollichìo e friggìo della materia vivente, brillò di un unico colore arancio spumoso e oscillante”. Quel giorno, al prodigio di San Giovanni, loro due mancarono. Il ragazzo non volle o non se la sentì, o lei non volle e non se la sentì. Forse se ne dimenticarono, perché spesso le assenze hanno ragione banale. Mancarono così la porta schiusa al di là di questo nostro tempo da calendario, che coi foglietti strappa una per una possibilità d’evasione, miracoli, inusitate estrazioni dinanzi al sangue sciolto, come quello di San Gennaro, su devota preghiera. “Eravamo qui e lì: – racconta De Simone, che ci andò – nella chiesa di San Gregorio Armeno il 29 agosto 1945 e nel buio carcere in cui dal collo reciso del santo era sgorgata la perenne linfa sanguigna di chi annunciava che la Divinità in persona a breve avrebbe parlato col pane del Suo corpo e col vino del Suo sangue”.

“Napoli – scrisse l’agente segreto inglese Norman Lewis appena arrivò – odora di legno bruciato. Ovunque macerie – che in alcuni casi ostruiscono completamente le strade -, crateri di bombe e tram abbandonati”. Qualcuno cucinava con l’acqua di mare mangiando la sua fame. Qualcuno aveva avviato lucrosi traffici di borsa nera. Il boss Vito Genovese contrabbandò di tutto, persino la penicillina. Lucky Luciano in tight con risvolti d’argento laminato pagava con camorre e illeciti commerci le feste che fecero rivivere, agli occhi del piccolo pianista Roberto, i fasti e l’ineffabile volgarità di Trimalcione. Là stava esposto tutto un nuovo Satyricon da vivere o da scrivere: Satyricon ’44.
A un banchetto nuziale a Torre del Greco, sotto il Vesuvio senza più fumo, inebriati ballarono conquistatori e femmene quando il generale Charles Poletti si lanciò al centro, scuotendo dal torpore di vino donna Fortuna detta Furturella. Lei “principiò a scandire con i percussivi legnetti il ritmo della danza e le si unirono tutti i suonatori presenti, eseguendo la celebre tarantella di Luigi Ricci, dall’opera Piedigrotta”. Fecero pancia e pancia, culo e culo, Napoli e l’America incorporati nel “graduatissimo ufficiale” e in una “degradata tarantellista” che pure lo guidava, “afferrandolo energicamente per un braccio, girando intorno a lui”.

Caterina scomparve in una di queste feste. Si smarrì. Partì senza preavviso per l’America con un sergente dei marines. O fu rapita e ammazzata. Oppure andò monaca claustrale a Santa Chiara per smentire le lacrime di Munasterio. No: c’è chi disse (ma chi?) che venne presa da Lucia la sposa e riportata nel sogno dei morti per rinfacciarle: – Hai visto? Chi si scorda il miracolo di San Giovanni finisce perduto! Ma forse entrò o rientrò nella Smorfia sotto forma di numero: 4, o 45.
Il ragazzo non seppe né capì mai. Più passò il tempo meno diradò il mistero. S’illuse di scorgerla per strada e scoprì in questo modo quante donne di spalle s’assomiglino. S’illuse di trovarla sul presepe e scoprì come a occhio speranzoso persino figure di creta diano pietosa finzione per mancia. S’illuse di rintracciarla alle Due Porte, salendo al Borgo in un inverno diaccio e nella successiva estate di sudore, imparando che neanche il più bel panorama può arricchire gli occhi impoveriti da un’assenza.
Per beffa o per consolazione, intanto, una canzone si diffuse come l’herpes, un virus azzeccoso per tutta quanta Napoli: Dove sta Zazà! E il ragazzo fu contento di sapere che l’autore, Raffaele Cutolo, dovette trasferirsi a Roma per sfuggire egli stesso alla nevrotica domanda che chiunque, dovunque l’incontrasse, subito gli rivolgeva: – Maestro, dove sta Zazà?

Dove sta Zazà!
Uh! Maronna mia!
Come fa Zazà
Senza Isaia?…

“Certo, non è facile ritrovare qualcosa di perduto in una città labirintica come Napoli. Che Zazà fosse un’illusione schizofrenica, un’utopia? Una sigaretta già fumata? La nostra adolescenza svanita per averla trascorsa senza che ce ne accorgessimo, e di qui l’insistenza a cercarla come un orologio da polso smarrito o scippato?”. E chi lo sa, maestro. Chissà se lo possiamo ancora domandare. “Potrebbe essersi rifugiata o nascosta – tu scrivi – nel suo stesso tempo perduto, senza più feste ricorrenti, senza date memorabili in cui poter ritornare”.
Carmine spense la sigaretta e sul Vesuvio non vide più il pennacchio. Eppure, pensò, esiste sempre una data memorabile, c’è una festa ricorrente per farci ritornare. Stavolta era il Natale 2014. Era un libro che come certi libri fa da macchina meravigliosa per ripropagare incanto, peste o inganno e parla veramente solo a chi tiene coraggio. Quasi tutto a un certo punto dovrebbe essere così, ché il resto riempie il mare dell’innocuo e dell’inutile quando non è sofferenza senza remissione.

Era salito fino alle Due Porte per parlare un’altra volta con suo padre, con quel ragazzo che nel ’44 prese e perse Caterina, o ne fu preso e perso, e che per tutta la vita non lo avrebbe raccontato né per tutta la morte, perché mai a Carmine era tornato in sogno. Lui questa storia d’amore ricostruì cucendo come un sarto brandelli di discorsi, ricordi imperfetti di amici, pagine tolte da cassetti schiusi con curiosità o per noia né ebbe mai a chiedere di più a sua madre, che solo molto dopo Caterina sarebbe stata sposa di suo padre e venne magra magra nelle foto come lo spettro di Lucia, come chi mangiò la fame con acqua di mare o è al termine estenuato d’una tarantella a tempo di guerra.
Carmine ne sapeva uguale, a ripensarci, già trent’anni prima, il pomeriggio che chiese a De Simone di suonare le lodi delle Sei sorelle. E poiché di sei ciascuno può sceglierne una sola se non vuol rischiare per superbia, lui scelse la quarta che come la memoria fa la sarta, cuce taglia e ricuce perché così fanno i racconti, così s’ascoltano e si perdono come il fumo scompare in qualche punto fra passato e presente, morti e vivi, fra i libri e la realtà dove non si sa più chi deve spegnere la luce o se siamo veramente giunti all’ultima pagina.

E lloro stanno là
E nuie stammo ccà.

[Dedicato a Roberto De Simone.]