Morire in Piedi: Adrian Tomine e la vita minima

«Adrian Tomine disegna, pensa, scrive e sente. Vede ogni cosa, conosce ogni cosa; è nel vostro appartamento, nella metropolitana, nei vostri sogni. Adrian Tomine ha più idee in venti tavole che certi romanzieri in una vita intera», così scrive Zadie Smith, autrice di White Teeth, a proposito di Morire in Piedi (Rizzoli Lizard, 2016), l’ultimo libro dell’autore, esponente di spicco del fumetto americano.
Classe 1974, americano di quarta generazione ma di origine giapponese, Tomine inizia prestissimo a pubblicare a sue spese la serie a fumetti Optic Nerve, i cui racconti vengono poi raccolti dalla casa editrice canadese Drawn and Quarterly. Dai piccoli albi distribuiti personalmente ai negozi del quartiere alla collaborazione con il «New Yorker» il passo è breve: mostre, riconoscimenti e premi, tra cui il prestigioso Eisner Award, non si fanno attendere.
Morire in Piedi – Killing and Dying è il titolo originale – unico volume in cui compaiono tavole a colori, si compone di sei racconti grafici indipendenti e assai diversi tra loro per lunghezza, stile e tono narrativo.
Un giardiniere con dubbie ambizioni artistiche, una ragazza rovinata dalla sua somiglianza con una pornostar, uno spacciatore violento di mezza età, un padre che fa di tutto pur di sostenere una figlia in progetti che sa destinati al fallimento, un uomo che di nascosto entra nell’appartamento dove viveva con un amore – questi sono alcuni dei personaggi che si muovono tra le tavole.
Teneri, inetti, delusi, pietosi, ironici, tutti si trovano a dover fare i conti con le piccole, minuscole, tragedie della vita quotidiana, e conoscono la fatica delle relazioni – occhio del ciclone e principale oggetto d’indagine della raccolta – e il peso delle speranze, dei fallimenti, delle mancanze.
«Forse ho pensato troppo in grande. Se c’è una cosa che ho imparato dal mondo vegetale è che bisogna sempre partire con qualcosa di piccolo» si dice per farsi coraggio il giardiniere Harold, che si illude di poter diventare famoso per le sue “ortisculture”.

Ed è proprio dal piccolo che parte Tomine, dalla vita minima, da gesti che passano inosservati, che potrebbero sembrare trascurabili ma non lo sono affatto, perché rivelano sentimenti che non possono lasciare il lettore indifferente. Una carezza sul capo, una mano davanti alla bocca, un gioco d’occhi: è tutta qui la magistrale arte dell’autore, in una essenzialità minimale priva di orpelli. L’autore Tomine è lo stesso voyeur che non conosce imbarazzo delle raccolte precedenti: dal racconto Echo Avenue, inserito in Sonnambuli e altre storie (Coconino Press, 2011), il primo volume tradotto in italiano, in cui i protagonisti spengono la luce per poter osservare meglio la coppia che fa l’amore dietro la finestra di fronte, fino all’ultimo racconto di Morire in Piedi, in cui un uomo si intrufola di soppiatto nel suo vecchio appartamento e si fa un uovo al tegamino. Tomine mostra i suoi bizzarri cavalieri senza armature né scudi, nei momenti più intimi e intensi: in macchina mentre meditano il suicidio, in bagno mentre si lavano i denti o piangono facendosi il bagno, a letto, con i propri compagni, in cucina intenti a lavare i piatti o a mangiare a bocca aperta insieme alla propria famiglia.

Con un tratto schietto ma mai spoglio, pulito senza essere banale, Tomine non lascia nessun particolare al caso. Il sapiente accostamento dei colori, il segno deciso, la predilezione per gli ambienti domestici e gli spazi chiusi, hanno un che di hopperiano. Somiglianza, questa, che risulta evidente soprattutto se si osservano le copertine del «New Yorker».

Edward Hopper, Compartment C, Car 293, 1938

Adrian Tomine, Missed Connection, 2004

Sbaglia, tuttavia, chi crede che di sole immagini siano fatti i racconti grafici di Tomine, la cui formazione letteraria – una laurea in English Literature all’Università della California – è la chiave di volta dei suoi archi narrativi. Nella ricerca di un paragone, sono spesso affiorati i nomi di Raymond Carver e Alice Munro, non solo per l’inclinazione a quella brevitas che li accomuna, ma anche per uno stesso occhio clinico e un’attenzione al dettaglio che permettono alla mano di usare il bisturi senza indugio. La parola conta quanto l’immagine, la sostiene e la completa. I dialoghi sono realistici ed introspettivi e in tre delle sei storie vengono affiancati da narratori che, usando la prima persona, riescono ad accompagnare tra le tavole anche i lettori meno avvezzi ai fumetti.
Particolare è, a questo riguardo, la storia più breve della raccolta che s’intitola Tradotto dal giapponese e racconta di un ricongiungimento familiare. Madre e figlia volano dal Giappone in America, dove stanno per cominciare una nuova vita. Tomine sceglie di non rappresentare mai i personaggi, né di farli parlare tramite balloons, ma di adottare il punto di vista della donna, che, dopo molti anni, scrive una lettera alla figlia per raccontarle di quel viaggio.

Se in Tradotto dal giapponese le illustrazioni occupano spesso la pagina nella sua interezza, la storia più lunga, e a mio avviso la più commovente, quella che dà il titolo al volume, si compone di vignette piccolissime e non ha narratore. Il racconto è tutto affidato al dialogo e ancor di più al non detto, agli spazi bianchi. Non ci sono parole né disegni possibili per descrivere la morte di una moglie, di una madre, e allora Tomine salta una vignetta, non ne disegna neanche i contorni, lascia che il dolore fluttui nel vuoto dello sfondo, nel bianco della pagina, che nella tradizione orientale è il colore del lutto.

In Morire in Piedi, che secondo Chris Ware è “Quel Libro” che tutti sperano di creare, Tomine racconta le vite minime, le tragedie quotidiane, la tenerezza e la vulnerabilità dei rapporti, tutto ciò che è dolorosamente umano.

Il suo prossimo libro, The Loneliness of the Long-Distance, uscirà per Drawn and Quarterly nel maggio 2020.

Marta Viazzoli (1996) è nata a Roma ma vive a Bologna, dove studia Letterature Comparate. Oltre a scrivere, scrivere e scrivere, coltiva orchidee, prepara dolci e legge fino a notte fonda. È arrivata in semifinale al Premio Campiello Giovani 2017 e in finale al Premio Chiara Giovani 2018, collabora con la casa editrice Mattioli 1885.