“Mio padre diceva che Cile significa: là dove finisce la terra”

«Mio padre diceva che Cile significa: là dove finisce la terra» ricorda Pedro, il protagonista di questo meraviglioso volume che è al tempo stesso una graphic novel, un diario disegnato, un album di famiglia, un resoconto storico. Il padre di Pedro, Guillermo, intellettuale, socialista, amico di Salvador Allende, tiene sempre una pipa in bocca, legge giornali sia di destra che di sinistra, ama fare giochi di prestigio, fa ticchettare i tasti della sua grossa Olivetti, ed è l’unico cileno che non segue il calcio.

Né Guillermo né suo figlio sono il frutto della fantasia dei due autori, Désirée e Alain Frappier, che quando si imbattono in Pedro Atias, a casa di amici, capiscono subito che la storia che avevano a lungo cercato si trova davanti ai loro occhi. È da questo incontro che nasce Là dove finisce la terra (add editore, 2019), un viaggio a ritroso nella memoria di Pedro e allo stesso tempo nella storia del Cile, dal 1948 al 1973, l’anno in cui inizia la dittatura di Pinochet, «un libro dove l’intimo e il collettivo sono una cosa sola, di chiarezza esemplare» scrive Annie Ernaux.
«Da bambino volevo crescere, spingere con le mie mani i battenti di una porta da cui sarebbe sgorgato un futuro fresco e luminoso come il sole di primavera. Di quell’io che non sono più, abbandonato sulla pista di un aeroporto un mattino d’ottobre, conservo con cura i ricordi» racconta Pedro.
L’infanzia luminosa del protagonista, l’adolescenza tumultuosa, la prima giovinezza, si intrecciano con i piccoli e grandi eventi che per un ventennio scuotono il Cile, il Sudamerica, e il mondo intero. Le giornate in spiaggia a scavare buche con la sorella Antonia, le corse tra le lenzuola stese al sole, i picnic a base di parilla, le partite a biglie, si confondono con il colpo di stato a Praga, la caccia alle streghe del presidente McCarthy, l’incoronazione della regina Elisabetta II, la morte di Stalin, la Cuba di Fidel Castro e di Che Guevara, la Guerra in Vietnam.
Pagine molto frammentate e piene di baloons si alternano a tavole a tutta pagina con lunghe didascalie, o a quadri muti che raffigurano il bellissimo paesaggio cileno. Le stesse sfumature di grigio usate in tutta l’opera sembrano assumere tonalità calde quando raccontano gesti di tenerezza, e fredde quando riportano scene di tristezza e di conflitto. Il tratto, semplice ma minuzioso, sembra cogliere nient’altro che l’essenziale.
Sotto lo sguardo vigile del lettore Pedro cresce a vista d’occhio, si fa espellere da scuola, si appassiona alla letteratura, va per la prima volta allo stadio di Santiago in occasione dei Mondiali del 1962, e, quando la politica varca i cancelli del suo liceo, si scaglia in fitte discussioni sul socialismo e la rivoluzione. Nello stesso anno in cui Muhammad Alì, «un Che Guevara del ring», diventa campione mondale dei pesi massimi, Salvador Allende, soprannominato El Chico dai suoi sostenitori, perde le elezioni per la terza volta consecutiva, ed Eduardo Frei diventa presidente. Nel frattempo Guillermo è andato via di casa, si è costruito una nuova famiglia, ha affittato un appartamento per le vacanze a Isla Negra, non lontano dall’abitazione di Pablo Neruda, che una sera li invita a cena.

Finito il liceo, nel 1967, Pedro si prepara con gli amici Rodrigo e Augustin per un viaggio che lo avrebbe condotto verso il più profondo sud, fin dove arriva la strada e finisce la terra. Forte della lettura dei diari di viaggio di Manuel Rojas, Mark Twain e Jack London, zaino in spalla e pochi soldi in tasca, il giovane parte per un’odissea di 1035 chilometri. È su una nave da crociera in cui si è intrufolato senza pagare il biglietto, in un dormitorio di terza classe, che Pedro si rende conto di vivere «in un paese dalla bellezza inaudita la cui miseria e ingiustizia sociale non erano né il risultato né la volontà della natura». Le cose devono cambiare. Tra una sigaretta fumata sul ponte della nave, una notte di mal di mare e la paura del controllore, Pedro discute con i suoi compagni di viaggio del Cile, di Frei, della morte di Che Guevara, e si rende conto delle contraddizioni che convivono in chi, come lui, detesta gli yankee ma adora i loro jeans, la loro musica, il loro cinema.
Poi il 1968 arriva prorompente anche in Cile: «Cuba ci aveva riempiti di audacia. Rifiutavamo l’imperialismo americano come rifiutavamo l’embargo sul nostro futuro. Volevamo che il Cile smettesse di essere il terzo mondo degli Stati Uniti e che la guerra fredda smettesse di raffreddare il mondo. Volevamo far vibrare i nostri corpi e reinventare le nostre vite.» Sempre più fermo nelle sue convinzioni, Pedro diventa un militante del MIR, il Movimento della sinistra rivoluzionaria, lavora come volontario nelle periferie più povere di Santiago, fonda una compagnia teatrale, si iscrive alla facoltà di sociologia, sente di partecipare alla creazione di un futuro più luminoso, più pulito, più giusto.
Oltre che dai poster di Bill Haley, Bob Dylan, e Jimi Hendrix, le pareti delle camere dei suoi amici sono tappezzate da quelli di Violeta Parra e degli esponenti della nuova canzone cilena (tra tutti Victor Jara), che cantano lo sfruttamento degli amerindi e la guerra in Vietnam.
Quando, nel 1970, Allende vince finalmente le elezioni un tripudio d’esultanza invade le strade di Santiago.

Trionfo di Salvador Allende, 4 settembre 1970

Eppure questa gioia dura solo lo spazio di un paio di pagine, il tempo che segue viene spasmodicamente contratto, i due autori decidono di non raccontare qui la presidenza di Allende, ma di dedicarle un volume a parte, La terra degli Umili, in fase di preparazione.
Con un salto a più pari arriviamo all’11 settembre 1973, quando Augusto Pinochet instaura una delle dittature più sanguinose della storia dell’America Latina. Lo stadio di Santiago viene trasformato in un enorme centro di detenzione e tortura, Allende viene ritrovato morto nel palazzo della Moneda, Victor Jara, mani rotte e quarantaquattro pallottole in corpo, viene identificato in mezzo alle centinaia di cadaveri scaricate dai militari all’obitorio di Santiago. La casa di Pablo Neruda viene saccheggiata e i suoi libri bruciati. Il poeta muore nella Clinica Santa Maria poco dopo. Guillermo, che in quei giorni si trova in Unione Sovietica per un evento in onore di Puškein, riceve il divieto di tornare in Cile. Muore in Francia nel 1979 senza più rivedere il suo paese. La sua immensa biblioteca viene perquisita, saccheggiata, distrutta. Gli amici e i conoscenti di Pedro si dividono tra chi sceglie di restare ed entrare in clandestinità, e chi viene arrestato, torturato o ucciso. I più fortunati riescono a prendere la via dell’esilio.
E una mattina d’ottobre Pedro viene svegliato dal gelo di una canna di fucile sulla nuca e una serie di calci nelle costole. Gli legano le mani dietro la schiena e, mentre sua madre grida disperata, gli infilano la testa in un sacco di tela.
Le ultime pagine del volume sono «tutte nere – scrive Luis Sepulveda nell’introduzione – perché tale è stata l’oscurità (…) che ha coperto il cielo del Cile a partire da quel giorno funesto.»
Questo volume è la prova di ciò che Pedro è stato e non è più, di ciò che il Cile è stato e non è più, è la testimonianza di sogni che si sono trasformati in illusioni, e illusioni che si sono trasformate in tragedie. Ma tra il nero disperato delle pagine di questa graphic novel, prima della notte più buia della storia del Cile, «c’è stata una vittoria. Una vittoria di mille giorni. Mille giorni belli come una tempesta in mare», la vittoria di quei rivoluzionari e di quei romantici, a cui è dedicato il libro.

Marta Viazzoli (1996) è nata a Roma ma vive a Bologna, dove studia Letterature Comparate. Oltre a scrivere, scrivere e scrivere, coltiva orchidee, prepara dolci e legge fino a notte fonda. È arrivata in semifinale al Premio Campiello Giovani 2017 e in finale al Premio Chiara Giovani 2018, collabora con la casa editrice Mattioli 1885.