Luglio – tra i cactus e gli Champs

1 – Paul Auster parla

«È strano che la realtà somigli alla finzione, ma non possiamo interpretarle tutt’e due allo stesso modo. Se iniziassimo a leggere la realtà come se fosse un romanzo cadremmo nella pazzia», dice Paul Auster alla professoressa I.B. Siegumfeld, che con le sue domande ricerca gli spunti e le origini dei libri dell’autore americano.
Sembra che tutta la sua vita si incroci alla scrittura, che ogni evento porti a prendere in mano la matita: non avere l’autografo del suo giocatore di baseball preferito, vedere un bambino morto colpito da un fulmine, vivere in povertà, tradurre libri, sposarsi con Lydia Davis. Non si può parlare di finzione senza citare la realtà.

È difficile definire le opere di Auster, si passa dagli scritti autobiografici de L’invenzione della solitudine a un storia di «assurdo kafkiano» e «un tocco di filosofia buddista» ne La musica del caso, dal realismo magico anni ’20 di Mr Vertigo alla meta letteratura noir della Trilogia di New York.
«Gli scrittori in genere sono assolutamente soddisfatti dei modelli letterari tradizionali e contenti di produrre opere che reputano belle, autentiche, e valide. Io ho sempre voluto scrivere quello che mi sembra bello, autentico e valido, però mi interessa anche inventare nuovi modi per raccontare una storia. Io volevo rovesciare le cose. Immagino sia una posizione tremendamente ambiziosa: non essere soddisfatti delle convenzioni, giocarci ogni tanto e poi smascherare le norme tradizionali e forzarle oltre i limiti».

Paul Auster, Una vita in parole, Einaudi. (Traduzione di C. Mennella).

 

2 – Proust legge Balzac

Nei primi anni del ‘900 Marcel Proust pubblica sul Figaro dei pastiche letterari dove gioca con lo stile di Balzac. «L’opera di Balzac, agli occhi di Proust, è impura come una soluzione chimica imperfetta, in cui galleggiano dei corpi estranei che avrebbero dovuto sciogliersi completamente».
Se all’inizio Balzac sembra essere un’influenza minore – rispetto ad esempio a uno Stendhal – col tempo il «padre del romanzo moderno» sembra avere sempre più appiglio su Proust e sulla Recherche du temps perdu.

I due francesi non sono solamente uniti da una sacrale attenzione ai particolari: «Il versante enciclopedico della Ricerca, come il ciclico ritorno dei personaggi da un volume all’altro, sarà più prossimo allo specchio impuro di Balzac che alle “vaste superfici, dal monotono scintillio” del romanzo flaubertiano».
Mariolina Bertini, che ha curato i Meridiani Mondadori di Balzac, opera un’indagine cercando nelle frasi di Proust – pubbliche e private – e dei suoi personaggi, le influenze (linguistiche, estetiche, stilistiche e morali) della Commedia Umana. Questa inchiesta arriva a seguire l’intreccio tra i due personaggi, omosessuali, tra i più complessi della letteratura francese: il criminale Vautrin, che incontriamo per la prima volta nel Pére Goriot, e l’aristocratico Monsieur de Charlus, ami du monde di Swann e buon lettore di Balzac.

Mariolina Bertini, L’ombra di Vautrin, Carocci editore.

 

3 – Sebald cercatore di fantasmi

«Non ho mai avuto qualsivoglia ambizione di diventare uno scrittore. Ma verso la metà della mia vita mi sono sentito soffocato dal lavoro all’università, dalle necessità di fare tutte le altre cose che la vita ti richiede a una certa età, e sentivo il bisogno di una via di fuga».

Mettendo insieme interviste e saggi, Lynne Sharon Schwartz cerca di far luce sul Sebald uomo – «pensavo di trovare un Sebald riservato, arcigno, persino taciturno» – e sul Sebald scrittore, autore di opere difficilmente definibili: Gli anelli di Saturno, Vertigini, Austerlitz… che, «sfidando qualsiasi classificazione, prendono la forma della coscienza dell’autore».

«Bè, scrivere vuol dire tirar fuori qualcosa dal nulla, è un gioco di prestigio».

Schwartz, per fare un quadro completo, ha inserito tra i saggi anche quello di un detrattore, secondo cui «Sebald opera senza obbedire ad alcuna procedura, senza offrire nessuna delle piacevolezze del romanzo», con «totale assenza di humor, fascino, grazia, sensibilità», e con una «ossessività senza sentimenti».
L’autore tedesco dalle interviste non pare interessato alla critica, quando parla dei suoi libri parla sempre del prima, del come ci è arrivato, della ricerca e delle influenze – Nabokov, Thomas Bernhard –, della storia europea, dell’infanzia in Germania e delle guerre mondiali. «Ho sempre sentito come necessario scrivere la storia della persecuzione, del vilipendio delle minoranze, del tentativo, a cui ci si è avvicinati molto, di eradicare un intero popolo».

Il fantasma della memoria, conversazioni con W.G. Sebald, a cura di L.S. Schwartz, prefazione di Filippo Tuena, traduzione di Chiara Stangalino. Treccani.

 

Bonus Track – Il guardiano dei cactus

«I fiori di cactus non sono paragonabili agli altri fiori. A guardarli sembra quasi che abbiano ottenuto una vittoria…».
L’olandese Cees Noteboom passa da mezzo secolo le estati a Minorca, la casa piena di libri e il giardino pieno di cactus. In questo diario osserva il mondo, ricorda, fa collegamenti, legge, si preoccupa per le piante e osserva gli uccelli che vengono a fargli visita, studia gli insetti.
«I robot e gli insetti sono il nostro futuro, certi insetti però li capisco meglio di altri, anche se non ne conosco il nome. Eccone altri due. Il primo sembra un siluro. Arriva di sera, con l’insondabile precisione di un aereo da caccia (stavo per dire “come un Messerscmitt”, sono pur sempre un figlio della guerra) per rimmergersi nei fiori viola della buganvillea».

Il diario di uno scrittore ultraottantenne non è solo un album di osservazioni e memoria, ma anche una collezione di domande: «Io non sono una pianta, ma se fosse il giardino a coltivare me?», «Si può definire un evento un fatto che ti cambia la giornata?», «Cos’è la poesia assoluta?».

«Un’isola non è il posto ideale per i libri. L’umidità è il nemico, la muffa è la sua arma. Chi frequenta molto i libri ne conosce gli umori. Vogliono essere letti, si struggono nell’attesa di una mano che li afferri, di dita che li sfoglino».

Cees Noteboom, 533. Il libro dei Giorni, Iperborea, (traduzione di F. Ferrari).

Nato in Liguria nel 1989, ha vissuto a Parigi e negli Stati Uniti. Vive a Roma, scrive e traduce.