Luce – I laser e i riflettori di Hong Kong

Con il 2019 Hong Kong ha visto riaccendersi le proteste contro il governo locale che già cinque anni prima avevano scosso la regione con il fallito “movimento degli ombrelli”. Da febbraio dell’anno scorso, quando i focolai di malcontento sono riesplosi, il territorio non ha conosciuto giorno privo di disordini o in generale di manifestazioni di dissenso.
Le cause delle proteste vanno cercate nella controversa proposta di legge di estradizione che avrebbe permesso ai presunti criminali di Hong Kong di essere giudicati da un tribunale cinese, ma l’intera mobilitazione trova le sue radici storiche nel ritorno di Hong Kong sotto il controllo della Cina. Tra i temi fondamentali al centro della mobilitazione c’è la democrazia, che passa per la difesa del sistema giuridico e il suffragio universale, ma anche delle riforme auspicate da anni come, ad esempio, l’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente sull’operato della polizia.
È da almeno un decennio, infatti, che il rapporto tra quest’ultima e buona parte della popolazione si è deteriorato fino a sfociare in gravi scontri. Hanno pesato i modi spesso brutali mostrati nella gestione della piazza, l’uso indiscriminato della forza e anche, soprattutto, gli arresti considerati illegittimi da un numero crescente di osservatori.
Le proteste sono ancora in corso e la sensazione è che non si spegneranno finché Hong Kong non vedrà riconosciuta dal governo almeno una parte delle proprie richieste. Alcune vittorie politiche importanti, d’altra parte, sono già state ottenute.

Quanto avvenuto finora non è facile da riassumere. Le proteste si sono svolte con modalità e forme molto diverse tra loro, dibattiti, incontri, flash-mob, occupazioni, fino agli scioperi e alla guerriglia urbana. Ci sono state diverse interpretazioni dello scendere in piazza, la maggior parte delle manifestazioni sono state pacifiche, altre invece si sono macchiate di episodi di violenza e intolleranza politica.
Tra le vicende di svolta, tuttavia, è possibile ricordare quelle che sono passate alla cronaca come le “proteste dei laser”, cronologicamente gli eventi compresi tra il 6 e l’8 agosto 2019.
La sera del 6 agosto il Presidente dell’unione studentesca della Hong Kong Baptist University, Keith Fong, è a passeggio nel distretto di Sham Shui Po. Sham Shui Po è uno dei distretti più poveri della città (dove un’economia floridissima non riesce ad arginare il gap crescente delle disuguaglianze sociali) e anche uno dei più animati e vibranti.
Keith Fong, fino a quel momento, aveva avuto un ruolo piuttosto marginale nelle proteste eppure si era trovato coinvolto in prima persona in diversi frangenti di guerriglia urbana e aveva avuto modo di apprendere diverse tecniche, tra le quali quella di utilizzare i raggi dei puntatori laser per confondere la polizia e mettere temporaneamente fuori gioco le telecamere di sorveglianza.
Rendere complicato o addirittura impossibile il lavoro di controllo delle forze dell’ordine è uno dei punti di forza dei manifestanti di Hong Kong, il cui maggiore vantaggio, fin dall’inizio, è stato la capacità di agire velocemente: più velocemente della polizia. Il social media più utilizzato è Telegram, che permette – o almeno permetteva fino a poco tempo fa – di comunicare in modo relativamente sicuro, ma le azioni vengono coordinate sulle più svariate piattaforme digitali, applicazioni, forum, siti di annunci. Addirittura su Tinder.
Prima di cena Fong compra una decina di puntatori laser in una via famosa per i negozi di ogni genere di gadget elettronico, Apliu Street. Poco dopo alcuni agenti in borghese lo perquisiscono e lo arrestano per possesso di armi.
La notizia dell’arresto si diffonde in modo virale. Nel giro di un paio d’ore trecento persone si ritrovano riunite davanti al commissariato locale, dove iniziano a gridare slogan per il rilascio dello studente. Dai cordoni della polizia, presa d’assedio, vengono sparate le prime cartucce di gas lacrimogeno, una pratica che a Hong Kong è comune e ha già causato delle vittime. L’aria si fa irrespirabile. Le maschere protettive e i volti coperti rendono la scena simile a quella di molte città cinesi in un giorno di smog, non fosse per i manifestanti piegati a terra e altri che scappano nelle vie laterali per riuscire a respirare.
Il giorno successivo, il 7 agosto, in molte parti della città si organizzano nuove manifestazioni di dissenso. La Baptist University è ovviamente il centro in cui si coordina una spettacolare reazione all’arresto. La sera stessa, davanti al museo della scienza, centinaia di studenti e di persone si radunano e tirano fuori, come provocazione, quei puntatori laser che la polizia vorrebbe incriminare. Ma i raggi dei laser, anziché essere diretti verso i caschi dei poliziotti, questa volta vengono fatti danzare in aria come uno sciame d’insetti e poi puntati verso le pagine di un giornale che un ragazzo, in piedi nella folla seduta, tiene spiegato sopra la sua testa.
La scena ha un messaggio chiarissimo: il mondo, e in particolare la Cina, non possono ignorare il popolo di Hong Kong.
L’8 agosto Keith Fong viene rilasciato dalla polizia.

«La notte, scossa dalla sua stessa angoscia, ribolliva come un’enorme fumata nera piena di scintille: al ritmo stesso del suo respiro sempre meno ansimante, la notte si irrigidiva ed attraverso gli squarci delle nubi alcune stelle si precisarono nel loro movimento eterno che lo invase assieme con l’aria più fresca dell’esterno.» [1]
La Shanghai dell’insurrezione ne “La condizione umana” (1933) di André Malraux è per prima cosa una città moderna. È densa, fumosa, elettrica. È trascorso quasi un secolo, eppure è possibile accostarla all’odierna Hong Kong e ritrovare elementi di una stessa scenografia: il fiume, il mare, il teatro degli scontri con le sue luci e le sue ombre, la Cina.
In Malraux realtà e finzione, Storia e metafisica si inseguono, si alimentano le une con le altre. Cosa si riesce a mettere a fuoco? Cosa estrapolare dalla massa indistinta e caotica del vissuto? Quale materiale può diventare cronaca pubblica e quale appartiene esclusivamente ai soggetti, destinato a rimanere confinato nella loro intimità?
I personaggi de La condizione umana vivono momenti drammatici. A loro Malraux – che ammise di ispirarsi a T. E. Lawrence – riconosce un’eroicità di cui lui stesso si sarebbe voluto ammantare. Una battaglia è fatta di pezzi di scacchi e pedine di dama, nella Cina marxista e collettivista della Rivoluzione come nelle vie ipercapitalistiche di Hong Kong, ma le individualità non vengono annichilite: non sono mai state così vive.
Il giovane Cen, idealista e innamorato, ha fatto della causa della lotta la sua ragione di vita. Così attende nei minuti che lo separano dalla morte: «Nell’oscurità completa non sarebbe stato altrettanto sicuro del suo colpo, e gli ultimi fanali si sarebbero ben presto spenti. La notte desolata della Cina delle risaie e delle paludi aveva conquistato il viale quasi abbandonato. Le luci torbide della città di nebbia che passavano per le fessure delle imposte semiaperte, attraverso i vetri oscurati, si spegnevano una dopo l’altra. […] E Cen, ben presto, non li vide più che sulle tabelle verticali coperte di caratteri dorati. Quella notte nebbiosa era la sua ultima notte, e Cen ne era soddisfatto. Sarebbe saltato con l’auto, in un lampo balenante che avrebbe illuminato per un secondo il viale lercio e avrebbe coperto il muro di un mazzo di fiori di sangue.» [2]
Non esiste nessuna lotta, nessuna rivoluzione fatta da masse senza nome. Anche a Hong Kong il movimento leaderless e be-water (termine preso in prestito dalla filosofia di Bruce Lee) non può non essere fatto di soggetti, di personalità, di intelligenze. I vivi a differenza dei morti non possono essere ignoti. Accettare la morte apre a Cen una nuova prospettiva: «I caratteri enormi, sprofondati in prospettive confuse, si perdevano in quel mondo tragico e vaporoso come nei secoli.» [3]
Immolarsi per diventare Storia. Viene da pensare che possano avere avuto tormenti simili a quelli di Cen coloro i quali hanno espresso il loro dissenso nel modo più radicale, togliendosi la vita. Solo nel 2019 si è assistito a quattro suicidi di attivisti politici. Tra di loro c’è una ragazza che la gente di Hong Kong ricorda con il semplice nome di Mak. Si è tolta la vita a 28 anni. Sul suo letto, insieme a un messaggio di affetto, i familiari hanno trovato una piccola collezione di oggetti legati alle proteste, incluse protezioni che lei stessa aveva costruito per fronteggiare le cariche della polizia. Per Mak essersi tolta la vita è stata una questione pubblica o privata? Se si è trattato di un martirio, come molti ritengono, la risposta è: entrambe.

Hong Kong non vive (ancora?) una rivoluzione, né assiste a immani spargimenti di sangue (l’epiteto “Triadi” che i militanti urlano alla polizia è fuori luogo, se si conosce la storia del massacro di Shanghai), ma anche qui, come ne La condizione umana, è possibile riconoscere i gesti che trasformano una mera esistenza in testimonianza. Gesti che tuttavia non avrebbero senso se non fossero illuminati dal bagliore di uno stato di allerta, da una mobilitazione. Di questa luce l’opera di Malraux è ricolma, e lo sono le giornate di Hong Kong.
Siamo di fronte a una grande opera al chiaroscuro, come se un riflettore la illuminasse a tratti, richiamando l’attenzione su una parte della scena. Se è vero, come John le Carré fa dire a un impiegato dell’ambasciata britannica che osserva degli studenti, immaginando il loro slogan, che «la libertà è autentica solamente quando combattiamo per essa.» [4], allora la lotta procede sempre insieme alla ricerca di sé.
Questo dicono le centinaia di manifestanti che di fronte ai poliziotti in tenuta antisommossa, per timore di venire arrestati e fatti scomparire nelle carceri, si mettono davanti a uno smartphone e registrano messaggi di congedo per i loro familiari. I video sono online e ripetono quasi tutti le stesse parole. Il mondo è instabile, non so cosa succederà. Quando avrete sentito questo messaggio io sarò stato arrestato. Vi chiedo scusa, ma questo sono io. Vostro figlio. Oscurità illuminata all’improvviso da un lampo.

___

Opere citate

1. A. Malraux, La condizione umana, Milano, Bompiani, 2012.
2. Ivi.
3. Ivi.
4. J. Le Carrè, A small town in Germany, Londra, Penguin, 2011, traduzione dell’autore.

Filippo Rosso é nato a Roma nel 1980. È autore di s000t000d, uno dei primi, se non il primo ipertesto narrativo in Italia. I suoi contributi sono apparsi su diverse riviste cartacee ed online. Vive e lavora a Berlino.