Th + Ru + P + P + I

Th + Ru + P + P + I → ThRuPPI
(torio, rutenio, fosforo e iodio)

La stechiometria del mondo

«Poi riflettei che ogni cosa, a ognuno, accade precisamente, precisamente ora. Secoli e secoli, e solo nel presente accadono i fatti; innumerevoli uomini nell’aria, sulla terra e sul mare, e tutto ciò che realmente accade, accade a me…»
Jorge Luis Borges, Il giardino dei sentieri che si biforcano, in Finzioni, Einaudi, 2012 [trad. di F. Lucentini]

Il giorno in cui ho usato per la prima volta il minimo comune multiplo e il Massimo Comun Divisore per difendermi stavo cercando di rendere possibile il bilanciamento di un rapporto piuttosto complesso. Quelle cose che succedono quando confondi i tuoi piani emotivi e ti ritrovi, sotto casa, a litigare con un ragazzo perché non sapete cosa siete l’uno per l’altra – e anche perché lui è sceso dal motorino e per tutto il tempo della discussione non si è mai tolto il casco.
Forse, quel giorno, sarebbe andato tutto in maniera diversa se fossi riuscita a capire quante molecole valeva il suo mento chiuso dal gancio di plastica o quanta entalpia era nascosta nella sua fronte arrossata sotto la spugna del rivestimento interno; ma c’era chiaramente un problema quantitativo tra di noi.
E così gli ho detto che ci eravamo scomposti fino a ridurci ai minimi termini, che ci eravamo affannati a cercare il numero più grande possibile e che quello aveva finito per separarci; gli ho detto che il punto non era il Massimo Comun Divisore, ma il minimo comune multiplo: che avremmo dovuto prendere tutte le nostre frazioni di partenza ed esaltarci in una somma algebrica quantomeno possibile.
Può succedere, quando i limiti sembrano troppo sfacciati o quando le persone vestono la maschera delle equazioni complesse, che ci si fermi e si inizi a pensare alle fattorizzazioni, ai prodotti dei numeri primi, alle quantità comuni e non comuni, alle cifre prese una sola volta e con il loro esponente più piccolo, alle cose semplici. A me succede.
E, per come la vedo io, succede pure a Giovanni Truppi.
Per questo ho deciso di scrivere del suo ultimo disco e di tutti gli altri, perché Giovanni Truppi io me lo immagino seduto di fronte alla lunghissima reazione chimica che tiene in piedi questo universo, a cercare di studiarne i coefficienti stechiometrici; me lo immagino in silenzio, con la faccia seria, a spostare i numeri, tentando di capire come stanno i reagenti, dove si trovano i prodotti e in che rapporto si sono messe tra di loro le sostanze; me lo immagino scuotere la testa, azzerare la calcolatrice e domandarsi, in tutto questo, dove siamo andati a finire noi.

C’è un me dentro di me: il torio

[Simbolo dell’elemento: Th / Numero atomico: 90 / Serie: attinidi]

Le persone sono di cristallo. Ti ho trovata rovistando dentro a un cesto. Mentre ti vedo evaporare. Mi cambierei la forma. Vorrei poterti dimenticare, ma anche no. Questa nostra ultima notte d’amore. In fondo a questo mondo. Anche quando fa freddo. Così vediamo se due che s’abbracciano strettissimi ce la fanno a scomparire. Ti porto con me come un’ombra. Vorrei sognare di essere un’altra persona. Che i nomi di tutte le cose dovranno cambiare. Questo fatto di stare a costruire. E subito all’alba è la via. Oggi non c’è proprio niente da dimenticare. Questo dolore da dove viene, come si chiama e che vuol dire. Siamo soltanto richieste d’aiuto. Significa smettere di respirare. Scusa vado di fretta. Gli manca soltanto una voce per farti sparire.
Tra gli elementi radioattivi, il torio è il più abbondante sulla crosta terrestre, ma non come minerale puro: per ottenerlo, bisogna estrarlo da qualche altra parte, cercarlo in mezzo alle percentuali di minerali che contengono metalli della famiglia dei lantanidi. Nel 2010, Truppi è da lì che ha cominciato a scavare, da quel punto in cui sai di esserci, ma non sai come, non sai in che quantità o con chi. Il suo primo disco è una disamina di immagini, di cose che esistono davvero e di altre che non ce la fanno per niente, di rime, famiglie, scoperte e respiri: tutto visto attraverso il fluttuare di un desiderio.
Ne Le Cosmicomiche, in chiusura del racconto La spirale, Calvino scrive: «E in fondo a ognuno di quegli occhi abitavo io, ossia abitava un altro me, una delle immagini di me, e s’incontrava con l’immagine di lei, la più fedele immagine di lei, nell’ultramondo che s’apre attraversando la sfera semiliquida delle iridi, il buio delle pupille, il palazzo di specchi delle rètine, nel vero nostro elemento che si estende senza rive né confini».
Ecco, così.

Anche se non ti conosco: il rutenio

[Simbolo dell’elemento: Ru / Numero atomico: 44 / Serie: metalli di transizione]

Sam Kean, ne Il cucchiaino scomparso, racconta come, nel 1944, il rutenio sia entrato nella composizione della punta della Parker 51, la penna che viene considerata «la migliore di tutti i tempi»: Kenneth Parker aveva incaricato un esperto di metallurgia della Yale University di creare un pennino «praticamente indistruttibile» e così venne brevettata questa punta fatta al 96% di rutenio e al 4% di iridio.
Truppi, nel 2013, con il suo secondo disco, ha fatto questo: a forza di scavare, di studiare, di osservare, di vivere e morire, ha definito i numeri più giusti per raccontare il mondo fuori metrica, messo a fuoco da una voce ironica, da uno stile inconsueto e da parole praticamente indistruttibili.
Ti voglio bene Sabino, anche se non ti conosco. E il mondo è come io me lo metto in testa. Che la domenica la gente litiga. Ma qui si tratta solo di ingannare il tempo. Noi due quando scopiamo, scopiamo meglio con altre persone. Io oggi lo odio, preferivo ieri. La lotta contro la paura comincia dalla salatura della pasta. Oggi la realtà somiglia molto di più a un negozio di cinesi. Lo senti il rumore dell’universo in questo momento? Per tutto quello che hai fatto. Io mi chiamo Giovanni e il mio nome è un plurale. È bello cercare la verità, ma è meglio perderla che trovarla. Io voglio una spiaggia bianca nel cervello, pesciolini colorati e barriere di corallo. Cambio sesso per un po’. E dovevamo capirlo e non avere paura. Parlando di Lavezzi e della solitudine degli eroi. Perché io più capisco e più non capisco. Un giorno sto nel mare e un altro nuoto in una vasca. Non me li aspettavo tutti questi addii, pensavo che ogni cosa che amavo poi rimaneva mia.

Io spesso mi confondo: due volte il fosforo

[Simbolo dell’elemento: P / Numero atomico: 15 / Serie: non-metalli]

Davanti al metabolismo dei rapporti umani, fisso a contare il numero delle finestre che si devono aprire per poter dire che è giorno, chiuso tra i margini di un pianoforte fatto a pezzi per poterlo spargere ovunque, fertile, fertilizzante e fosforescente, molto infiammabile, se sei un artista che riesce a sbilanciare l’aria, a moltiplicare il fosforo per superare tutti i limiti imposti, diventando la parte velenosa e vitale di una piccola mappa per capire dove siamo andati a finire, allora:
«(prendi appunti sull’inerzia
nel concetto di massa, raduna materiale
sull’ansietà dei corpi mansueti e la
vertigine astrale, sulla forza
di gravità che ci strappa
il cordone ombelicale.)»
(Elio Pagliarani, La ballata di Rudi, Marsilio, 1995)

Tutto si trasforma e va a finire nel mare: lo iodio

[Simbolo dell’elemento: I / Numero atomico: 53 / Serie: alogeni]

Io le canzoni di Giovanni Truppi le ascolto come se fossero uno di quei mezzi di contrasto delle radiografie, quelle sostanze tipo lo iodio, che ti fanno vedere delle cose che altrimenti non potresti vedere, che dialogano con i tuoi occhi e con le orecchie, con la bocca, le vene, lo stomaco e le mani.
Magari sto correndo nelle vie sterrate di qualche ginepraio di elementi sconosciuti senza essermi nemmeno messa il casco, magari sto pensando a un modo per equilibrare un litigio fino a renderlo perfetto o magari sono sola con me stessa e mi sembra di non poter restare, allora mi metto ad ascoltare Giovanni Truppi.
Roland Barthes, in Frammenti di un discorso amoroso, dice quella cosa sulla solitudine, in esergo: «il discorso amoroso è oggi d’un estrema solitudine. Questo discorso è forse parlato da migliaia di individui (chi può dirlo?), ma non è sostenuto da nessuno; esso si trova ad essere completamente abbandonato dai discorsi dei vicini: oppure è da questi ignorato, svalutato, schernito, tagliato fuori non solo dal potere, ma anche dai suoi meccanismi (scienze, arti, sapere). Quando un discorso viene, dalla sua propria forza, trascinato in questo modo nella deriva dell’inattuale, espulso da ogni forma di gregarietà, non gli resta altro che essere il luogo, non importa quanto esiguo, di un’affermazione».
Certe volte, un io che parla da dentro di sé come se stesse parlando di sé, come se «tutto ciò che realmente accade» stesse accadendo a lui, è l’unica cosa che uno vuole sentire.
Da queste parti ci dovrebbe essere la differenza tra paradiso e inferno. I primi dubbi, le prime insicurezze, le prime ansie sul sesso, i pudori, le incertezze. Dentro la massa elettrica dei sogni sognati di tutti. Te lo ricordi quando quasi non dormivamo? Come polvere e luce. Ed è normale che ti senti solo perché sei solo. E alla fine Google, la BCE, Obama, il parlamento italiano, la regina Elisabetta me li immagino spaventati come noi. Pure io sono alieno per te. Ho sognato che facevo l’amore con Superman. La speculazione che si mangia il mondo. Con un’astronave o con un pensiero. Tieni presente il diavolo? E dai non fare così, non dire che non è scema. Parti di noi stessi che conosciamo molto poco. Sarai contenta che ho visto il pilota. Se eravamo di spalle o eravamo vicini. È iniziata l’era dell’Acquario, è finita quella dei Pesci. Io per te e tu per me. Francesco, scioglila. In capa mia, ci sta tutto l’universo e le galassie e le costellazioni, stelle e pianeti a milioni di milioni. Ma tu non ti dimenticare del paradiso.

Il giorno in cui ho letto per la prima volta Borges, ho pensato che se ogni libro è possibile, allora si può davvero decidere di prendere l’immagine del mondo che ci portiamo dentro e renderla infinita, una reiterazione di gesti, un labirinto di strade, un linguaggio ideale, una geometria sconosciuta. Viene da questo la necessità di scomporre le orme dei passi in fattori sempre più piccoli, capire la stechiometria del mondo, trovare un contrappeso per se stessi, litigare col Massimo Comun Divisore e cercare di non perdere l’orientamento – se un orientamento c’è.
A stare davanti a quella lunghissima reazione chimica che tiene in piedi l’universo, si può finire per sentirsi come il protagonista de Il giardino dei sentieri che si biforcano: contriti, stanchi, sempre sull’orlo di dubbi inestricabili, enigmi impossibili e difficoltà di comunicazione: eppure è tutta lì la meraviglia.
Per me, è così. E, per come la vedo io, è così pure per Giovanni Truppi.

 

Elisa Casseri è nata a Latina nel 1984 ed è laureata in Ingegneria Meccanica. Autrice del blog "Memorie di una bevitrice di Estathè", ha pubblicato il suo romanzo d’esordio Teoria idraulica delle famiglie per Elliot nel 2014. Nel 2015, ha vinto la 53° edizione del Premio Riccione per il Teatro con il testo L’orizzonte degli eventi.