La Silicon Valley dell’800?

Esistono luoghi che, per un certo periodo di tempo, sembrano catalizzare ciò che di migliore la mente umana riesce a creare. Ne è un esempio Atene, nel V secolo a.C., o Parigi, nella Belle Époque, o Firenze e Roma nel Rinascimento. Per qualche strano allineamento dei pianeti e della Storia, in certi momenti dallo scambio di menti e cuori, scaturiscono arti e pensieri che rimarranno centrali per tutta la “civiltà umana” a venire. Esiste una città che non è stata capitale di grandi Imperi, non certo un centro per gli equilibri sociopolitici di qualche nazione, da cui però sembra essere uscita fuori una quantità incredibile di pensieri fondanti per la filosofia occidentale moderna. Parliamo di Jena, una città con meno di 5.000 abitanti, un quinto dei quali sono studenti, che riesce a diventare, nel 1800, l’epicentro intellettuale e culturale della Germania.

Jena nel 1800

Jena sembra il contraltare di Parigi; se qualche anno prima dalla Francia è partita una rivoluzione “fisica”, violenta, politica, di cui si vedono, incarnati da Napoleone, i suoi valori in atto, da Jena parte una rivoluzione della metafisica. Le grandi idee arrivano da grandi menti e nel borgo medievale del ducato di Sassonia-Weimar ve ne vivono e soggiornano alcune: Fichte, Schiller, Schelling, Novalis, Hegel e Goethe.
Peter Neumann, giovane studioso tedesco, cerca con un tentativo quasi romanzesco, di seguirne giornate, dialoghi e ragionamenti, per dipingere quella Jena di fine ‘700 che lui chiama “la repubblica degli spiriti liberi”. La paragona alla Silicon Valley. Il parallelo solleva domande, un parallelo forse nato per un tentativo pop, di marketing. Ci si perde in questi affreschi e si è costretti a tirare fuori la Garzantina per fare una quadra di cosa stia succedendo. Bisogna riconoscere a Neumann lo sforzo in pieno zeitgeist di puntare ogni tanto la torcia su personaggi femminili: Caroline Schelling, moglie affranta e una delle Universitätsmamsellen, e Dorothea Schlegel, scrittrice e traduttrice e pluriconvertita (nata ebrea, diventò prima protestante e poi cattolica).

Fichte

Abbiamo la sensazione che per capire davvero cosa succedesse in Germania all’inizio del secolo, sia necessario leggere e studiare tutte le opere degli autori citati. Si salvano certe immagini, come Goethe che beve cioccolata (gliel’ha consigliata Alexander Von Humboldt) e si lamenta della filosofia: è «troppo astratta», e cerca così con Schelling un dialogo sulla natura, che «è soltanto l’altro dello Spirito, non la sua cattiva matrigna», contrapponendo la sua continuità con la «evenemenzialità della storia».

La tesi sembra chiara; con l’onnipresente eredità di Kant, che qui a Jena è una «vera e propria moda», risollevata la Critica della ragion pura, dopo anni di polvere, nasce l’idealismo tedesco: «la filosofia della libertà di Fichte è nel senso più vero una filosofia dell’azione». Fino ad allora la “rivoluzione” kantiana non era ancora stata messa davvero in luce, qui la vediamo camminare. Più difficile è comprendere come ci sia arrivati, a metterla in piedi. Ma c’è una certezza che prescinde i tentativi di narrativizzare questi anni: gli incontri di queste menti nelle aule delle università, nelle locande, intorno ai tavoli a bere birra, scatenano una nuova era del pensiero filosofico che ancora oggi, in occidente, facciamo fatica a scrollarci di dosso.

Nato in Liguria nel 1989, ha vissuto a Parigi e negli Stati Uniti. Vive a Roma, scrive e traduce.