I + Ca + N + I

 

La poetica chimica di Niccolò Contessa 

«Il calore non va dalle cose calde alle cose fredde obbligato da una legge assoluta: ci va solo con grande probabilità. Il motivo è che è statisticamente più probabile che un atomo della sostanza calda, che si muove veloce, sbatta contro un atomo freddo e gli lasci un po’ della sua energia, che non viceversa. L’energia si conserva negli urti ma tende a distribuirsi in parti più o meno eguali quando ci sono tanti urti a caso. In questo modo le temperature di oggetti in contatto tendono ad uniformarsi. Non è impossibile che un corpo caldo si scaldi ancora di più mettendosi in contatto con un corpo freddo: è solo terribilmente improbabile»

Carlo Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica, Adelphi, 2014

Ero l’unico tamburo femmina della banda del mio paese, poi ne sono diventata il rullante e, alla fine, ho suonato pure la batteria, ma l’ho suonata sempre piano, con vergogna: studiavo il quattro quarti nella mansarda della casa dei miei genitori, sperando che non mi sentisse nessuno. Non ho mai avuto vera attitudine per la musica, non ho orecchio.

Per un po’ sono stata insieme a un violinista ma, quando ascoltavamo un disco, mi interrogava sempre sugli strumenti che stavano suonando: «Dai, almeno provaci!», mi diceva, ma io non sapevo distinguere un violoncello da una viola e quindi, com’era giusto, ci siamo lasciati.

Non sono capace di spiegare la musica: non c’è un modo in cui io sappia dire perché mi suona pure dentro quello che mi sta suonando fuori; dunque, è per l’impossibilità che sto scrivendo di questo disco, di questo gruppo, di questo cantautore: è per il tempo, per il calore, per i buchi neri, per la tavola periodica, per il senso probabilistico dei fenomeni termici, per i sentimenti accartocciati in tutte le dimensioni spaziotemporali ammissibili. Ecco, che sia chiaro: non sto scrivendo di Niccolò Contessa perché so parlare di musica.

Sto scrivendo di Niccolò Contessa perché Aurora è un disco che, in qualche modo, segna un punto di arrivo nell’evoluzione della linea poetica de I cani, chiude una figura che mostra in maniera non equivocabile uno spazio chirale che non solo non è sovrapponibile con l’immagine speculare di se stesso, ma non è sovrapponibile nemmeno con altre strutture sub-atomiche ipotetiche.

 

Prima di tutto: il calcio

[Simbolo dell’elemento: Ca / Numero atomico: 20 / Serie: metalli alcalino-terrosi]

Facebook, Wes Anderson, American Apparel, The Kinks, il post-punk, i MacBook Pro, David Foster Wallace, Whatsapp, Monti, Tumblr, non c’è niente di twee, il Lexotan, Vera Nabokov, Roma Nord e Roma sud, Flickr, gli hipster, il rallenty, Pasolini e Jay-Z, Daniel Johnston, le reflex digitali, i pariolini, gli FBCY, il 2033, le quartine, la cocaina, il Circolo degli Artisti, Corso Trieste, la Milano perbene, il generico quanto autentico fascismo.

I primi due dischi de I cani sono ossa e denti, sono scheletro, guscio, roccia, calce viva: Niccolò Contessa racconta una realtà che è ficcata dentro a un mondo che scala a Paese, a città, a quartiere, a locale, a cameretta, a tastiera del computer, a riga di uno status. Una realtà che è la realtà che conosciamo più o meno tutti, ma la cui prospettiva è talmente centrata, il punto focale è talmente ingrandito su Google Maps, che a rigor di logica non dovrebbe essere comprensibile oltre il Grande Raccordo Anulare. Invece succede, quando una prosa è prosa, quando una voce è voce, che si forma un ascolto, un pubblico che percepisce quello che passa attraverso il filtro stretto di una visione del mondo e vuole continuare a vederlo.

Nella raccolta di scritti di John Barth L’algebra e il fuoco curata da Martina Testa (e tradotta da Damiano Abeni) per  Minimum Fax, c’è un bellissimo saggio – quello con cui si apre la raccolta (originariamente apparso nel 1982 sulla New York Times Book Review) – che si intitola Alcuni motivi per cui racconto le storie che racconto nel modo in cui le racconto invece che un altro tipo di storie in un altro modo. Barth spiega come tutto nella sua vita abbia contribuito a farlo diventare lo scrittore che è diventato – dall’aver avuto una gemella eterozigote all’aver pensato di diventare un batterista jazz per poi scoprirsi senza talento (chissà dove conserva i resti della sua batteria, la mia è passata dal posto più alto della casa dei miei, la mansarda, al posto più a terra, il garage) – e, a un certo punto, parla della «nursery della baia di Chesapeake», la contea del Maryland piena di paludi in cui è nato, che lo ha fatto diventare uno scrittore anfibio che «porterà nel sangue un orologio perpetuo sincronizzato sulle maree».

Succede, quando hai calcio, ossa, denti, scheletro e filtro, quando quello che vedi si codifica nella tua testa con delle immagini che sono soltanto tue, che tu riesca a ricreare quel mondo in un’opera, in un libro, in un racconto, in un disco. Nel primo album de I Cani, Contessa ha caricato il pendolo di storie, nel secondo disco l’ha sincronizzato con il suo meccanismo interno e poi, quando tutto funzionava, ha lasciato la cameretta, il quartiere, la città, il mondo ed è andato a farsi un giro nello spazio e nel tempo, a cercare nuove dimensioni da raccontare.

Poi: l’azoto

[Simbolo dell’elemento: N / Numero atomico: 7 / Serie: non-metalli]

Durante il secondo trimestre di studi, a Ingegneria Meccanica, mi portavo in giro per Roma Fondamenti di chimica di Paolo Silvestroni con una fatica enorme: era un libro gigante, di quelli che esteticamente sembrano contenere tutte le verità possibili. C’era poco  bianco al di sopra del ciclo dell’azoto («le precipitazioni atmosferiche, che portano al suolo i composti azotati si formano nell’atmosfera per reazione di N2 con O2 sotto l’azione delle scariche elettriche e nella stratosfera per azione delle radiazioni ultraviolette (…). Nel terreno agrario i composti azotati vengono assorbiti dalle piante, trasformati in proteine vegetali, e da queste, usate come alimenti, si originano proteine animali. Infine batteri denitrificanti e fermentazioni biologiche riportano l’azoto nell’atmosfera»), ma in quel poco spazio, a matita, io ci ho aggiunto Emily Dickinson.

«Il problema che più mi tormentava –

Perché mai non si liberasse il Cielo –

E si rovesciasse – Azzurro – su di me –»

Nella prima parte di Aurora la luce è violacea, l’atmosfera si snoda rumorosa attraverso  un immaginario che riesce a raccontare l’esistente spacchettandolo: la diffrazione crea disegni inconsueti dell’amore, del senso della fine, dell’ambizione, della droga, della solitudine. Nella seconda parte, la luce cambia: gli atomi iniziano a cadere mentre il cielo resiste e tutto si apre all’impossibilità, ai viaggi immateriali, a uno spaziotempo che ti si rivolta contro, all’infinito, al rumore di fondo e poi al silenzio interstellare.

In tutto il disco le parole sono specifiche e puntuali.

E allora: lunedì neri, laghi disseccati, Cina, pozzanghere di brodo primordiale, serotonina, apocalisse, Google, idrogeno e metano, satelliti, Parigi, viscere del cosmo, default, Plutone troppi muscoli da usare, acqua, ammoniaca, nucleotidi e dna, America, silenzio, buio Omega, Saturno contro Urano, contaminazioni, sillogismi e imperativi, anche una cosa stupida, Arabia Saudita, WTO, crepuscolo, cubo e ipercubo, gli spazi di Calabi-Yau, un brivido lucido e nero come di seta, il calore della singolarità, l’aurora boreale, nello spettro tra il rosso e il blu, tasso d’interesse, dimensioni, Atlantico, scarti di qualche supernova, gengive, tra l’after party e il panico, lacrime calde, metilone e mefredone, eruzioni tossiche, Fukushima, Nagasaki e Mururoa, veloce come luce, materia oscura, pure a sparire ci si deve abituare, Milano, fulmini, saette e tempeste elettriche, un piano lucido, quanti modi di resistere quando qualcuno non c’è più.

Alla fine: una molecola biatomica di iodio

[Simbolo dell’elemento: I / Numero atomico: 53 / Serie: alogeni]

La tavola periodica è un’opera d’arte bellissima e complicata che sa raccontare storie e legami, ordinando la base di un mondo che fa di tutte quelle complicazioni questo sistema entropico che cuoce le nostre vite facendole ribollire (c’è un libro che ne racconta molto bene le peculiarità di costruzione attraverso i secoli, le guerre, i Nobel e le personalità: si chiama Il cucchiaino scomparso di Sam Kean e in Italia lo ha pubblicato Adelphi).

Lo iodio fa parte degli elementi del settimo gruppo, gli alogeni, che avendo sette elettroni nello strato più esterno, sono i più elettronegativi della tavola periodica – dopo di loro, c’è solo la stabilità dei gas nobili. L’elettronegatività è la capacità di attrazione degli elettroni che permette agli atomi di creare un legame e credo che sia anche l’unica maniera possibile per dire in che modo mi rimbomba pure dentro quello che mi sta rimbombando fuori.

«C’è una vita dentro questa vita. Un riempire di vuoti. Tra gli spazi c’è qualcosa. Io sono diverso da questo. Non sono solo questo, sono di più. In me c’è altro, che non so come raggiungere. Appena al di fuori della mia portata c’è qualcos’altro che appartiene al resto di me. Non so come chiamarlo, né come raggiungerlo. Però c’è. Io sono più di quello che sapete. Ma è uno spazio troppo strano per riuscire ad attraversarlo. Non ci posso arrivare, ma so che c’è, e che ci si potrebbe arrivare. Dall’altra parte è dove si è liberi. Se solo riuscissi a ricordarmi com’era la luce in quello spazio prima che avessi occhi per vederla. Quando al posto dei miei occhi c’era una poltiglia. Quand’ero tessuto grondante. C’è qualcosa nello spazio tra ciò che so e ciò che sono, e ciò che riempie questo spazio è ciò per cui non esistono parole» (Don DeLillo, La stella di Ratner, Einaudi, 2011)

Spesso, quando ci voltiamo a guardare la linea temporale della nostra vita, quella che ci ha condotti dall’indossare mostrine e cappello e battere il tempo delle marce suonate da una banda a essere le persone che oggi ci guardano nello specchio tutte le mattine, è perché il presente può tentare di apparirci come l’opzione meno possibile e allora ci chiediamo come diavolo è successo che siamo arrivati a questo punto: con quali premesse abbiamo iniziato a prenderci libertà sulla chimica, sulla musica, sulla letteratura, sulla nostra vita.

Ma il fatto, alla fine, è che se è possibile che un corpo freddo scaldi un corpo caldo, allora forse si può pensare di scompaginare l’uniformità termica del mondo, raggiungere la superficie limite dell’universo, tuffarsi in un buco nero, confondere il passato con il presente e capire.

Quindi telefonare all’ex ragazzo violinista e dirglielo: «Non vorrei sbagliarmi, ma mi sa che, in questo disco, non c’è nemmeno una chitarra».

 

Elisa Casseri è nata a Latina nel 1984 ed è laureata in Ingegneria Meccanica. Autrice del blog "Memorie di una bevitrice di Estathè", ha pubblicato il suo romanzo d’esordio Teoria idraulica delle famiglie per Elliot nel 2014. Nel 2015, ha vinto la 53° edizione del Premio Riccione per il Teatro con il testo L’orizzonte degli eventi.

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