Irene Brin, Le perle di Jutta

da | Dic 6, 2020 | Non Fiction

Nella meravigliosa Villa Rossi di Sasso di Bordighera, la casa di famiglia in cui Irene Brin trascorse lunghe estati e trovò sempre conforto, un baule di pelle ha saputo custodire un prezioso segreto per ottantadue anni: Le perle di Jutta, il primo e unico romanzo firmato dall’autrice genovese che è appena stato ripubblicato dall’editore fiorentino Clichy con la curatela di Flavia Piccinni – di cui pubblichiamo la nota biografica dell’autrice inserita nel volume – e di Tommaso Mozzati. Segue il primo capitolo.

 

Irene Brin, una melanconica vita di società
Breviario biografico
di Flavia Piccinni

Aveva nello sguardo – in quegli occhi grandi e trasparenti, miopi, che teneva sempre spalancati – la sua anima, Irene Brin. Aveva in quella scrittura densa e pungente, a tratti malvagia, quasi mai ingenua, da ottovolante cosmopolita e da donna in frattura – una donna che sa decifrare il tempo, dote rarissima e quasi sempre sottovalutata – il suo straordinario talento.
Era nata nel 1911 a Roma come Maria Vittoria Rossi, da padre ufficiale e da madre ebrea originaria di Vienna, che secondo le voci famigliari – e i documenti che sono lettere e memorie scritte – era parecchio austera, dal carattere quasi dispotico (a Maria Vittoria e alla sorella Franca impose l’apprendimento delle lingue, e inculcò la passione per l’arte, la letteratura e i viaggi).
Dopo aver trascorso un’adolescenza di letture e di studio, dopo aver imparato a memoria Proust, cominciò a scrivere giovanissima su «Il lavoro» di Giovanni Ansaldo – che la introdusse ai cani schiacciati, come venivano definiti all’epoca gli articoli di costume; dunque iniziò la sua carriera di reporter mondana prima come Oriane ancora in onore di Proust, dunque in qualità di Mariù in virtù della nota canzone, infine secondo il battesimo che le offrì Leo Longanesi per debuttare sulle pagine del suo «Omnibus» (celebre la confessione: «Io non mi chiamo né Irene, né Brin, anche se così figuro in contratti, elenchi telefonici, discorsi familiari. Io sono un’invenzione di Longanesi»).
Rifiutava gli occhiali da vista, anche se all’epoca le lenti a contatto non esistevano e la miopia le impediva di vedere oltre i dieci centimetri di distanza. Non portava le calze neppure in inverno. Indossava solo ciabattine dal mezzo tacco che lasciavano il tallone scoperto. Amava le pellicce. Cambiava continuamente colore e taglio di capelli, ingrassava e dimagriva con una rapidità incredibile (Lietta Tornabuoni: «Era una trasformista nata»). Si sposò con un omosessuale (Natalia Aspesi: «La loro era l’unione perfetta»), conosciuto a un ballo: lui si chiamava Gaspero del Corso, e avrebbero trascorso tutta la vita insieme.
Eppure, per quanto fosse voce diffusa che il suo cuore palpitasse solo per altre donne, nella sua giovinezza si era affacciato un altro amore – di cui poco si è scritto, nonostante quella relazione perduta abbia lasciato una traccia mai sopita nel suo animo. Protagonista era Carlo «Roddie» Roddolo, giornalista e grande amico di Montanelli, che le scriveva lettere d’amore dalla Grecia e dall’Abissinia, e la definiva una «bruna sfinge marina circondata dai vezzi alpestri del lago di Braies», e ancora: «Sei troppo donna, sei fatta per l’amore. Anche se tenti di sfuggirlo esso è con te. Ti segue, l’hai nel sangue».
Nella realtà, Irene godeva di una sessualità misteriosa, e segretamente disinibita. Qualità che si andò ad affiancare ai suoi molteplici camaleontismi: fu infatti giornalista di costume, giornalista di moda, giornalista di teatro e di molte altre cose (per ognuna utilizzava uno pseudonimo diverso, tanto che la leggenda vuole abbia collezionato più di cento nom de plume durante la carriera).
Fece innamorare Diana Vreeland che la notò a Central Park, mentre passeggiava abbracciata al marito abbigliata con un elegantissimo Fabiani rosso, un voluminoso cappello a incorniciarle il volto. Vreeland la fermò, chiese di quale stilista fosse il tailleur, domandò della moda e dell’arte italiana. La chiacchierata divenne un pomeriggio insieme, e un lavoro: Irene Brin venne nominata prima corrispondente italiana per «Harper’s Baazar», incarico che mantenne fino al 1968. Fra le due nacque una lunga amicizia.
Ma lei – che era un caleidoscopio di ambizioni e di passioni, un talento in divenire nell’Italia della guerra, dunque della Dolce Vita e del boom economico – concepiva la moda come un frammento di qualcosa di più grande, che è l’arte, che è la vita. Non a caso divenne anche gallerista. Iniziò come commessuccia nel cuore di Roma, in via Bissolati, alla Galleria La Margherita. Dunque in Via Sistina al numero 146 (dove ora trionfa un negozio di scarpe cinesi) fondò con il marito la Galleria L’Obelisco, che avrebbe raccontato un’epoca. Il battesimo è del 23 novembre 1946: una mostra dedicata a Giorgio Morandi suggerisce che anche nella Roma ferita dalla guerra sta tornando l’arte. L’Obelisco – la cui corposa eredità è un fondo adesso conservato presso la Galleria d’Arte Nazionale Moderna di Roma – fu presto un punto di riferimento per gli intellettuali capitolini: era la casa di Luchino Visconti, ma anche di Renato Guttuso. Tenne a battesimo Renzo Vespignani, diede lustro ad Afro e Alberto Burri, a Bruno Caruso e Giorgio De Chirico (che ne creò quello che oggi, blasfemamente, potremmo definire il logo), consacrò in Italia Salvador Dalí (di cui Irene Brin tradusse la biografia, nell’unica edizione ancora in circolazione), mostrò il genio surrealista di Magritte e quello eccentrico di Tanguy, presentò l’arte americana secondo Rauschenberg e Calder (la cui mostra, inaugurata il 31 marzo del 1956, divise l’opinione pubblica che si chiese: ma questa è arte?). Ogni anno poi, in concomitanza del Natale, veniva organizzata una collettiva: nel mito quella del 1952, dedicata ai gatti, che espose opere di Picasso e Chagall, mentre in vetrina durante il vernissage giocavano «i più bei gatti di Roma»; meno accondiscendente l’esposizione delle opere su carta di Grosz, che sconvolse la Roma benpensante e fruttò alla coppia una denuncia per oscenità.
Alla pop art, Irene e Gaspero preferivano però l’arte cinevisuale. Ad Andy Wharol il maestro futurista Giacomo Balla, cui dedicarono tutte le mostre del 1968. La coppia era instancabile: promosse all’estero l’arte italiana, e a Roma portò ciò che in fermento stava accadendo nel mondo; essere cosmopoliti era il mantra. Un mantra che Irene Brin declinava anche nella moda, divenendo punto di riferimento degli emergenti stilisti romani: strinse una cara amicizia con le sorelle Fontana (che nel loro atelier di Piazza di Spagna conservano ancora numerosi, bellissimi capi creati appositamente per lei), lo stesso fece con Roberto Capucci e Fernanda Gattinoni. E fu sempre Irene ad accompagnare, nel 1951, il primo gruppo di compratori statunitensi nella dimora fiorentina di Giovanni Battista Giorgini in quello che sarebbe diventato il primo Pitti della storia. Il suo lavoro di sostenitrice del made in Italy le farà avere quattro anni dopo, il 2 giugno del 1955, l’onorificenza di Cavaliere ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. E a tutte le sfilate di Pitti, Irene Brin partecipava. La sua poltrona, sempre riservata, resta accanto a quella di un’altra donna inafferrabile e inquieta, la disegnatrice Brunetta Mateldi che con i suoi acquerelli illustrò un’epoca.

Intanto, il mito intorno a Irene Brin si sublimò. Si diceva che lavasse il viso solo con il latte, che facesse lunghissimi digiuni e che una volta, come Maria Callas, avesse ingoiato una tenia. Nel 1943, nell’Almanacco della donna italiana, veniva così descritta: «Ha labbra morbide, lineamenti pastosi. Anche nell’acqua, guardatela, è miope. In terraferma traballa, è titubante e distratta, bisogna aiutarla a scendere le scale. Ma non fidatevi! È Irene Brin, la fustigatrice dei costumi, la più insolente, la più brillante delle giornaliste italiane. Non ha un minuto di requie, viaggia sempre, collabora a quindici fra riviste e giornali, conosce tutti, legge tutto, è dappertutto, scrive due articoli al giorno, vive nei luoghi e nei tempi più inquietanti».
Fu Irene Brin che ai tempi della Galleria la Margherita vendette i regali di nozze per mantenere il marito, divenuto maggiore dell’Esercito Italiano, e a seguito dell’armistizio ritrovatosi disertore. Fu Irene Brin che con un altro celebre pseudonimo, quello di Contessa Clara, firmò il galateo più noto del nostro Paese con l’unica missione di insegnare – come faceva dalle pagine della «Settimana Incom» di Luigi Barzini Junior – un poco di buone maniere agli italiani arricchiti, ma alquanto poveri di educazione. Il libro, pubblicato da Colombo per la prima volta nel 1953, diventò subito un best seller, ed è oggi un abecedario di deliziosi consigli e di raffinate riflessioni.
«Fedeltà. Istinto essenziale oppure decisione ammirevole. Siate fedeli in affari, in amicizia, in politica, in bontà; e, si intende, in amore. Ma non aspettatevi la fedeltà che nessuno vi ha promesso e nulla vi ha garantito». Oppure «Asparagi. Se non si è affatto sicuri di sé non si mangiano asparagi». E, ancora: «Conformisti. Sono sempre più frequenti e sempre più insopportabili, in qualsiasi campo». «Brillanti. Sono i migliori amici delle ragazze, come tutti sanno. E, come tutti intuiscono, anche delle centenarie. Purché siano veramente belli, si possono portare quasi continuamente. Al principio del secolo, si serbavano per la sera. In seguito Chanel li mescolò a biglie di legno o di agata. Poi la duchessa di Windsor, avendone di splendidi, volle mostrarli sempre. Fu un tentativo convincente per tutti». Imperdibile poi: «Bikini. Mentre l’atollo su cui cadde la prima bomba atomica viene già dimenticato, il costume da bagno minuscolo che ne trasse il nome di bikini sta giustamente passando di moda. L’uso imprudente della propria nudità può equivalere, per una ragazza in cerca di marito, ai disastri prodotti dalla bomba. In città, la credevamo snella, non scheletrica e la scopriremo, alla spiaggia, simile ad un piccolo, sofferente, invendibile abbacchio. E sua sorella, che giudicavamo florida, si rivelerà straripante e sproporzionata, una giovenca senza Giove. Questi paragoni con le vetrine dei macellai e con i mattatoi pubblici dovrebbero intimorire le maliziose, e indurle a coprirsi». Non meno incredibili i ritratti dei protagonisti del tempo da lei firmati, come Chanel («grandissima sarta, riabilitò il tessuto di maglia ed i gioielli») o la contessa Dorothy Dentice di Frasso («che trasformò Gary Cooper in un vero artista»), ma anche i principi Mdivani («Armeni, arrivarono a Hollywood offrendo corone principesche e fascini inquietanti. Si sposarono un’infinità di volte. Parecchie dive e miliardarie, si chiamarono, successivamente o contemporaneamente, principessa Mdivani») e Rodolfo Valentino («le cui vedove dignitosamente ninfomani lo piangono con ostinazione»).
La prosa di Irene Brin – che affrontò i temi di guerra con Olga a Belgrado pubblicato nel 1944, e subito censurato dal fascismo – era inarrivabile: una perpetua piroetta di intelligenza e cinismo, che si tradusse con perfezione nel testo 1952. L’Italia che esplode. Non è un caso che il suo motto fosse: «Nelle difficoltà, arroganza e allegria». Lo mantenne fino alla fine. Quando nel 1968 scoprì di essere malata, non mutò routine. Volle partecipare con il marito nel maggio del 1969 alla mostra di Djagilev a Strasburgo cui L’Obelisco aveva prestato Feux d’artifice di Giacomo Balla. Sulla via del ritorno, la coppia si fermò a Sasso di Bordighera, nella casa di famiglia di Irene, dove lei si spense.
E adesso nei bauli di quella centenaria villa che s’affaccia su un meraviglioso giardino di palme e di acqua, così come nell’immenso Fondo Irene Brin, Gaspero del Corso e L’Obelisco conservato alla GNAM di Roma, sopravvive questa donna indecifrabile eppure presentissima, che seppe cavalcare il tempo, ma mantenne una distanza assoluta da esso. Era vittima di un’instancabile frenesia volta a nasconderne lo spirito, succube della sua intelligenza ironica e spietata, esercitata attraverso una prosa affilata ed elegantissima, che le fruttò l’etichetta di snob (etichetta da cui, forse, non era nemmeno poi troppo infastidita).
Nei suoi modi, c’era sempre una melanconia leggera, che s’annidava in un sorriso impercettibile, in uno sguardo altrove. Dettagli di infelicità che si scorgono adesso nella celebre fotografia che le fece Richard Avedon, ora nel ritratto di Massimo Campigli. Nel fondo del suo sguardo miope, che studiava il mondo attraverso i confini, non cogliendone i dettagli ma l’insieme, si intravede un pensiero inquieto e sfuggente. «Irene Brin ebbeuna popolarità mai raggiunta da nessuna scrittrice in Italia, ma fu sempre scontenta e insoddisfatta di sé», rifletteva Indro Montanelli. E lei stessa nel 1935, in vacanza sul lago di Braies, con tratto premonitore rifletteva: «Perdono ai miei amici di dimenticarmi, di vivere lontano: solo non debbon rammaricarsi di avermi perduta». Ed è questa forse la cifra per raccontarne l’instancabile anima, in perpetuo oscillare fra gli entusiasmi dei vernissage e i dolori privati. Fra il successo di cui godettein vita, e l’oblio che l’ha inghiottita negli anni.
Per chi scrive – che ha vissuto l’incontro con Irene Brin come una missione, iniziata oltre quindici anni fa – il suo fascino è tutto trattenuto dal celebre scatto di Karen Radkai del 1951: lei è nel suo letto a baldacchino, indossa una chemise de nuit e delle perle, le lenzuola in seta bianca le stanno tutto intorno, quasi fossero una nuvola; regge sulle gambe un vassoio d’argento tondeggiante su cui è adagiata la sua Lettera 22. Si tratta di un momento privato che diventa messa in scena per lo spettatore, e si declina nel profilo su cui trionfa una curata accapigliatura; qui Irene Brin è dimessa e distinta nello stesso momento, con la sua raffinata eccentricità si mostra e si nasconde. Guardandola si intravede la bellezza, ma soprattutto si diffonde il suo innegabile, inspiegabile mistero.

Le perle di Jutta

Attendolo si guarda allo specchio: un viso che non fiorisce più. Si guarda a tre quarti, si trova ancora un’aria fiera, specialmente se corruga la fronte. Un dominatore, ecco, ha testa ben modellata con la nuca piatta e i capelli coprono bene ogni calvizie. Ma è una vecchia fioritura del suo viso; un tempo tutta una geometria sembrava illuminare a nuovo quel viso, con lo specchietto da barba si rifletteva la luce dal basso, e ombre si disegnavano vuote e supreme contro la porta del bagno.
O ambizioni, o gloria: reggitore di popoli? divo del cinematografo? Non si saziava mai di capovolgersi e di rimirarsi, di immaginarsi. Poi l’ora diveniva tarda: una passata di brillantina, un affrettarsi svogliato, e, come castigo per l’estrema vanità di poc’anzi, lo specchio gli rimandava l’immagine che tutti, meno lui, conoscevano e chiamavano Attendolo. Un viso grasso e spento, turchiniccio di barba un giorno sì e un giorno no, Attendolo, decorator d’interni.
Decora, ma potrebbe anche vender cocaina, ragazze, reliquie, far macchine inutili, abiti per uomo e signora, parrucche: soltanto, decorare è più comodo, gli bastan poche fotografie ritagliate da «Domus», modeste idee di tavoli neri e poltrone bianche, rubate qua e là. E poi del resto nessuno gli dà mai case da arredare, perché gliene darebbero? Nessuno, nella sua cerchia, pensa a rinnovare i propri mobili, e, ci pensassero, mai si rivolgerebbero a lui, che solo raccomanda caldamente ai nuovi arrivati nella piccola città, fatevi consigliar da Attendolo, Attendolo ha tanto gusto! È perfino successo che una dama berlinese, una ragazza polacca, gli dessero incarico di uno studio, una stanza di soggiorno: ma partirono poi senza che se ne facesse nulla.
Di che viva Attendolo precisamente non si sa: una rendita deve averla, ma mediocre, prima della guerra gli era parsa sufficiente per dispensarlo dal lavorare, in attesa dei grandi destini che gli sarebbero toccati. Era anche delicato di petto, allora, forse lo è ancora, nonostante il suo grasso molle, o forse appunto per questo, e la necessità di curarsi gli piaceva, di farsi coccolare, di girar per stazioni climatiche, tra gente un poco vecchia, un poco sofferente, e matta per lo più.
A chi somigliava Attendolo, in quel tempo? A Gozzano, crediamo, e durante la guerra somigliò a Romain Rolland, dopo la guerra a un’infinità di persone, gli intellettuali berlinesi e gli chansonniers parigini, ed i musicisti americani: non che Attendolo legga molto, o comunque si coltivi in un qualsiasi senso, ma facilmente diventa specchio, esponente, si ritrova nel mondo del momento, ed il mondo si ritrova in lui.
C’è tanto posto, nella sua vita, che ci possono entrar, ridotte, anche le vite degli altri: quest’uomo solitario, senza casa.
Abita l’albergo, dove spende poco, la guerra ha reso minima la sua rendita, lo costringe ad economie misere, che ormai han cessato di farlo soffrire, e si è abituato ai paltò nero-verdi, alle suole sottili, alle merende vaste, in casa altrui, e previdenti. Ma non per risparmiare solamente Attendolo si è fissato nella camera marrone e buia, all’ultimo piano dell’Albergo Bristol: anche perché l’albergo fu villa privata, una volta, e appartenne al più ricco fra i suoi amici, il Barone Von Kleist. Attendolo deve averlo molto odiato, circa nel 1912, quando fu suo ospite, ma lì per lì non se ne accorgeva: ora lo capisce, gli dà gioia vedere umiliate le poltrone della hall, lo stemma dei caminetti, il greve lusso, popolato ormai di ebrei tedeschi, di americani fragorosi. E anche la proprietaria attuale, che del barone era portinaia, e con astuzie e frodi s’impadronì della villa, la trasformò in pensione così, dà gioia ad Attendolo, con il viso scavato, inquieto, quasi che i rimorsi la bruciassero.
Piace ad Attendolo fermarla, ogni tanto, sulla soglia della sala da pranzo, e dirle, ah, Hertha, il nostro povero, il nostro caro compianto signor Barone!, e vederla batter le palpebre, arrossire, sul grigio. Quella sera Attendolo avrà una porzione doppia di dolce, e forse Hertha, mentre dall’angolo dell’office taglia la fetta, pensa di non offrirla ad Attendolo ma all’ombra del Signor Barone.
Invece, stasera Attendolo non mangia all’Albergo, è invitato a pranzo da madame Zollern, che è vedova morganatica di un principe, ne porta il nome, ma tagliato a metà: si è messo lo smoking, quello filettato di zagara nera che si fece nel 1925 con i soldi che gli diede Freeman, in compenso per quel pacchetto portato di nascosto oltre il confine; un po’ lustro, un poco stretto, ma è ancora un buonissimo smoking, Attendolo compiaciuto si guarda, si trova snello, elegante. Réclame-per-Sigari-di-lusso, poi una macchia, sulla spalla, che Sarah gli fece ballando, con quel viso coperto di cipria, crema, pasticci, gli suggerisce malinconie letterarie, alla Moravia.

(Sì, Attendolo legge Moravia:
questo Dostoevskij dei gagà)

Ha indossato un cappottino corto, nocciola, alla moda degli arciduchi austriaci, moda che gli piace, la trova nobilesca e conveniente, affetta di portar cose vecchie, passate di moda, per amor di tradizioni, per fedeltà al proprio stile: e così vien adoprando corredi smessi, che parenti lontani gli mandano, o gli lasciano in eredità.
Guanti giallini, un sigaro: scende le scale canticchiando, a voce bassissima, my mistery girl. Sa l’inglese, sa parecchie altre lingue, gioca a bridge, conosce il Gotha, è anche Barone, ma vagamente, e porta con discrezione delle corone qua e là: Attendolo sarebbe davvero un ospite ideale, se forse non mangiasse un poco troppo. E stasera mangerà benissimo, lo sa, è allegro, mentre sull’ultimo pianerottolo dice servus, ma con estrema ironia, alla signora Herzsmann, che vive qui al Bristol con il marito libraio illustre, e con i tanti libri scemi, che naturalmente gli piacciono. La signora Herzsmann è vecchia, malata, con le labbra viola ed i capelli bianchi, eppure certe fotografie di dieci anni fa ce la mostrano, sui campi di golf berlinesi, ancor giovane e bella, con tonde gambe in seta lucidissima sotto sottane brevi, capelli biondi cortissimi sotto le calottine di feltro: naturalmente dieci anni fa ben altre ambizioni l’abitavano, più carnose, avide e forse crudeli, che non quelle, modeste, segrete di ora, ed il suo passaggio dalla gioventù alla vecchiaia fu troppo rapido, per non darle un’aria spostata, facilmente eccessiva. Poi si dimentica spesso di esser com’è, e per esempio ora rivolge ad Attendolo il sorriso mondano, burlesco e trionfante che fu il suo, al Golf Club di Berlino.
Questo Club! Fu certamente il luogo d’incontro prediletto dalla società della Berlino avanti Hitler: là le donne misuraron gli smeraldi ed i cagnolini, gli uomini le automobili ed i trusts, le ragazze i mariti principi o margravi disponibili sul mercato, i giovanotti le amiche costosissime, ballerine alla Scala, o manichine da Kuhnen. Un’opulenza di anno in anno crescente, un senso di gara, di sfida, resero il Golf Club gonfio, pallonesco, destinato allo scoppio, ed in fondo i giocatori vestiti dal miglior sarto di Londra, le giocatrici in pull-over importati da Nuova York, sapevan benissimo di avviarsi verso altre buche, e ben più simboliche che non la diciottesima: capivan di raggiungere un limite, un estremo, che evitar non sapevano, e nel loro gergo americanizzato, argentato da fiotti di parole straniere, dicevan deprimenti sentenze, parole di pessimismo e di beffa, fatte maggiormente crudeli dalla gaiezza spampanata, sfatta, dai grassi sorrisi, dai colpi che si battevan l’un l’altro sulle spalle, amichevolmente, ma senza amicizia.
Golf Club di Berlino. E tutti quelli che ne furon gli eroi, i protagonisti, o semplicemente i personaggi di sfondo, oggi son sparsi per tutta la terra, qualcuno fece fortuna, qualcuno è in miseria, qualcuno, come la signora Herzsmann, vive così, mediocre: ma ognuno conserva le istantanee che riproducono i gruppi armati di mazze, fiancheggiati di raccatta palle, sui bei prati del Golf Club. Le mostrano ai nuovi conoscenti, spiegan che questa era Molchen Kohn, quello Jimmy Goldberg. Ah, tempi felici, dicono, felici tempi, e come si mangiava bene, e come si beveva bene! E quali intellettuali piaceri, io conoscevo personalmente Alfred Döblin, Marga Lyon, i due Mann, Feuchtwanger, e Marlene Dietrich, ma era solo una kabarettistin, e Arno, oh, Arno! Felici tempi, e qui, come vede, sono io, accanto alla settima buca, e con la contessa Hobenau, la contessa Hobenau, che…

Giusto, la contessa. È la madre di Antonia, che Attendolo troverà stasera, al pranzo di madame Zollern, che in un certo senso ha adottato Antonia. Ma forse non si tratta tanto di adozione quanto di impiego e mal retribuito, madame Zollern fa soltanto qualche regalo ad Antonia, che del resto è poverissima, tutti le fanno regali, ma nessuno le dà mai tre lire. E chissà dove sono le perle? Le famose perle degli Hobenau, rosa, bianche, nere, enormi, perfettissime: ora la contessa le ha perdute, davvero le succede di perder tanta roba, l’occhialino, un guanto, le perle.
Attendolo scuote la testa, mette le mani in tasca, mentre attraversa rapido il giardino del Bristol, e per il viale alberato si avvia al castello Zollern. Pensa che potrebbe scrivere un saggio, quintessenziato, oppure bonario, e perché addirittura non un’opera vasta, nello stile di Proust, giacché l’ambiente è nobilesco? Certo gli darebbe la gloria, il Prix Goncourt ed il Premio Viareggio: sì, la scriverà, poi ne farà uno scenario per film, come protagonista chiederà Annabella, o Isa Miranda, che si innamorerà di lui. Sì, e un titolo semplice, piano, veritiero:

STORIA DELLA CONTESSA HOBENAU


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