I fratelli Gadda, soldati

da | Feb 22, 2021 | Lexotan, Non Fiction

Sempre difficile immaginare Carlo Emilio Gadda giovane. Qui, nella Guerra di Gadda, appena uscito per Adelphi, l’ingegnere in blu, come l’ha soprannominato Arbasino, è un ventenne con la divisa da alpino. Volontario della Grande Guerra, da lui tanto auspicata – scese in piazza a festeggiare appena fu dichiarata – è un ragazzo che scrive a casa raccontando le scene di cameratismo, avventura e sofferenza di cui è partecipe. Dal Politecnico al Rifugio Garibaldi.

La lingua è già ricca di quei termini, quelle espressioni, quegli aggettivi che poi lo consacreranno in opere che usciranno decenni dopo – L’Adalgisa, Eros e Priapo… – e che faranno la storia della letteratura italiana.

Chiede a un amico che va in licenza di portare dei libri – «da gradire e conservare» – alla sorella Clara, a cui precisa: «uno è sporco perché rimase in mano d’un mio compagno e, come edizione, non vale nulla. L’altro invece è un’edizione nuova ed elegante, e può figurar bene».

Ci sono però anche i racconti (e i disegnini) delle esplosioni, le truculente descrizioni del conflitto. Parlando degli austriaci e del loro «cinico e stupido matematismo», scrive alla «carissima mamma»: «Dovresti poi rileggere la descrizione della passata dei Lanzichenecchi, nei Promessi Sposi, per avere una pallida idea del come questi cani devastarono i paesi che furon costretti ad abbandonare. […] la devastazione, l’incendio inutile, la rabbia contro povere cose, rivelano l’accanimento del selvaggio, la mentalità mitica del troglodita».

 

Gadda fin da subito è preoccupato per il fratellino Enrico che nel ’15 è già al fronte e lo prega di «esser moderato nel descriver loro i pericoli» – soprattutto a madre e sorella –  perché, anche se provocano orgoglio, creano in loro «grande ansietà». Per Gadda la preoccupazione del fratello cancella tutto ciò che lo circonda. E anche le lettere del fratello Enrico contengono una letterarietà forse – chissà – troncata poi dalla morte precoce (descrive ad esempio dei «cavalli strabici») . In una lettera del 1915 scrive a sua madre: «siccome tu hai delle velleità culinarie e sai cucinare semplicemente deliziosamente dei miserabili pasti, ti insegnerò come si cucina un rancio», e con metodo e ironia procede a raccontare ogni passaggio della procedura. «A buon conto ho esposto al sole di agosto un buon cartello: “Si avverte che oggi è in cucina Enrico Gadda”».

Si comporta poi, Carlo Emilio Gadda, da fratello maggiore. Scrive a Enrico quando, volendo all’aeronautica, gli chiede consiglio: «non lasciarti allettare troppo né troppo disanimare dalle eventuali disapprovazioni della mamma, che hanno un movente di affetto forse troppo intenso per esser ascoltate alla cieca».

Enrico morirà in un incidente di atterraggio e Carlo Emilio verrà a saperlo solo a guerra finita, quando tornerà a casa. Lo struggimento si materializzerà poi nelle pagine de La cognizione del dolore.

Continua il lavoro sull’ingegnere portata avanti da Adelphi. Esclusa La casa dei ricchi ustio da poco nell’agile collana da pandemia dei Microgrammi, gli ultimi scritti di C.M.G. erano tutti nella Biblioteca Adelphi, (o nella Piccola), l’ultimo: col numero 698,  Divagazioni e Garbuglio, splendida antologia di articoli e saggi.  Questo, La guerra di Gadda, lo troviamo invece nella Collana dei casi, dove nell’83 erano uscite le “Lettere a una gentile signora”, quelle eleganti missive di Gadda a Lucia Rodocanachi – che Montale chiamava négresse inconnue. Perché questa collana? Il motivo è che qui andiamo a cercare l’uomo – come dice Calasso nell’Impronta dell’editore, la Collana dei casi: è «serie di libri dedicati ciascuno ad una singolarità: la vita di una persona, di un gruppo, di un ambiente, la storia di un fatto, di un luogo».

Nella Guerra di Gadda – dove il lavoro dei curatori Giulia Fanfani, Arnaldo Liberati, Alessia Vezzoni è puntualissimo, precisissimo – ci infiliamo nell’intimità delle lettere nella singolarità dell’uomo Gadda, anzi, degli uomini, dei ragazzi, dei soldati Gadda. Un Gadda, Enrico, che rimane giovane per sempre, e l’altro, Carlo Emilio, di cui vediamo un’immagine incongrua rispetto a quella che abbiamo solitamente dell’ingegnere lombardo, un alpino che si radeva di rado e che quando glielo facevano notare dicendogli «Neanche i due ladroni di Nostro Signore eran più brutti di te…»: «Mi apprestavo alla barba, commosso, sospirando a mia volta, con tutta la drammaticità di cui sono capace. Tutti se ne accorgevano subito: fiocchi di spuma volavano alti sopra i pentolini della cucina… si volgevano esterrefatti, poi impensieriti, poi ammirati. “Gadda si fa la barba! Gadda si fa la barba!».