Capsula – La vita a bordo della Concordia

Il viaggio dura tre giorni.
Prima di tutto si deve arrivare a Christchurch in Nuova Zelanda, dall’Italia una traversata di ventiquattro ore, ma in fondo nient’altro che una serie di voli di linea. Pensare che da quel momento in avanti non esistono altri collegamenti commerciali, è entrare già in uno stato mentale più incerto.
Il senso precario della parola “spedizione” si comincia a delineare il secondo giorno, quando bisogna fare affidamento sul servizio di trasporto dell’aereonautica militare per sorvolare il Mare di Ross e arrivare in Antartide. Il ponte aereo collega la Nuova Zelanda al punto della costa antartica dove gli italiani hanno fondato una base. Questa è intitolata a uno scienziato che in Antartide ha compiuto più di quindici spedizioni, Mario Zucchelli. Ai chilometri fatti se ne sono aggiunti altri cinquemila.
Per un italiano che si trovi qui in attesa dell’ultimo collegamento, la base deve suscitare uno spaesante senso di familiarità, a partire dal bar dotato di macchine per il caffè e per le granite che sembrano arrivare da un altro pianeta. E poi per quel mare livido e quella roccia che potrebbero ancora assomigliare a un angolo di terra conosciuta, un fiordo norvegese o una baia dell’Islanda. Ma non è così.
Ci si rimette in volo di nuovo, è il terzo giorno. L’aereo stavolta è un piccolo bimotore a elica bianco e rosso, e quando decolla punta subito l’entroterra. I colori e le forme delle immagini che si sono studiate i mesi prima della partenza iniziano ora a tornare in mente, rievocate da quel paesaggio in modo sempre più insistente. Il ghiaccio uniforme, impossibile, a perdita d’occhio. Montagne e vulcani. Poi una tavola preziosa senza confini, senza presenza di vita.
Dopo quattro ore, dei puntini scuri come insetti appaiono all’orizzonte. Poco distante la gelida strisciolina dove l’aereo, barcollando, atterrerà. Quella è la Concordia.

Parte della spedizione arriva al Dome C nel novembre del 2018. Il Dome C è la cima del plateau antartico a 3200 metri dove risiede la base. La Concordia è stata fondata nel 1996, per un accordo tra l’italiana ENEA e l’Istituto Polare Francese. Opera tutto l’anno, in estate e in inverno. In estate, tra scienziati e personale tecnico, le presenze superano la cinquantina.
A quell’altitudine, e in più stando in prossimità del polo, c’è carenza di ossigeno. Quindi chi arriva deve abituarsi per prima cosa a questa condizione. Poi viene tutto il resto: la temperatura che arriva a 80 gradi sottozero, il paesaggio remoto, abbagliante, assoluto, le giornate ventose, quando la neve è sollevata da terra e limita la visibilità come se si trattasse di nebbia.
È estate piena, eppure bisogna fare i conti con le ore di luce. Il ritmo naturale tra il sonno e la veglia è stravolto. Dopo qualche settimana in cui il sole sembra vorticare e galleggiare nel cielo, e rimbalzare su una linea invisibile che ogni volta lo rispinge su, si vorrebbe avere un po’ di tregua per gli occhi, una notte per ammirare le stelle e per riposare. Questa è l’estate della Concordia, senza mare, terra né vegetazione, un puro concetto astronomico.
C’è molto lavoro da fare. Si estraggono campioni di ghiaccio e si analizza l’aria intrappolata al suo interno nel tentativo di ricostruire la storia climatica dell’ultimo mezzo miliardo di anni. Si studiano l’atmosfera, l’inquinamento, i terremoti. Il lavoro fa trascorrere più velocemente il tempo, lo suddivide, gli dà un senso.
Si festeggiano il Natale e il Capodanno, passano le settimane, il sole si abbassa gradualmente nella sua curva, finché un giorno arriva a toccare l’orizzonte. Negli animi inizia a prendere posto un sentimento diverso. Il crepuscolo, poi la notte, si fanno sempre più lunghi. Con la stessa monotonia, con la stessa indifferenza, per le stesse regole sovraumane ci sarà sempre meno luce.
Ci saranno anche meno colleghi. In pochi resteranno alla Concordia in inverno, quando la base sarà isolata dal resto del mondo. Nel febbraio del 2019 l’ultimo bimotore fa rientro alla Zucchelli. Alla base rimangono in tredici. Il termine utilizzato per designare questo gruppo – gli “invernanti” – ricorda vagamente gli uccelli, forse ancora di più delle creature ibride e non del tutto umane.

«20 novembre 1845 – Ieri abbiamo salutato il sole per l’ultima volta. È tramontato subito dopo essere sorto, in una tagliente riga rossa che è diventata un breve bagliore verde e poi buio. Tutto attorno a noi il cielo è un muro nero che arriva fino all’orizzonte. I ponti inferiori sono illuminati come catacombe, con lampade ad olio e lanterne a candela» [1].
Questa pagina del diario di un marinaio inglese, così come la immagina Jim Shepard in uno dei racconti de Il mondo che verrà, descrive l’inizio dell’inverno tra i ghiacci di una spedizione artica realmente avvenuta tra il 1845 e il 1848. In questi tre anni gli equipaggi della bombarda HMS Terror e della sua imbarcazione gemella, la HMS Erebus, si trovano impegnati in una missione esplorativa e scientifica nell’Artico canadese.
Shepard ricostruisce gli eventi storici e il paesaggio facendoli riflettere negli occhi dei protagonisti: così il senso della disciplina e l’idea «dell’enormità dell’impresa» [2]; la vita a bordo e il lento cedere dell’entusiasmo a un senso di malinconia; successivamente, l’orrore del ghiaccio che intrappola gli scafi e costringe gli uomini a un isolamento che li porterà alla morte.
Il potere enigmatico che hanno le storie di questa raccolta sta nel fatto che le caratteristiche umane che Shepard descrive, la vitalità, l’animosità, il coraggio, fanno i conti con la dimensione sovraumana del cosmo. L’umano cosciente e attaccato alla sua sopravvivenza è una particella smarrita in uno spazio soverchiante, un deserto, il cielo, l’oceano.
Ricorre quindi l’idea di una capsula che diventa un secondo nostro corpo abitato, in contrasto con l’aberrante inabitabilità dello spazio. Questo risvolto psicologico è una tendenza che si fa largo in una parte crescente della letteratura contemporanea. Ma mentre qualche decennio fa autori come Christa Wolf vedevano il disastro sulla soglia di casa [3], più recentemente un grande numero di interpreti si è spinto ad analizzare l’atto di definitiva violazione del luogo protettivo: da Oblio di David Foster Wallace a Borne di Jeff Vandemeer, a film come Interstellar di Christopher Nolan e Melancholia di Lars von Trier o, guardando all’Italia, a La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro fino al nuovissimo saggio di Gianluca Didino Essere senza casa.
Il 5 maggio 2019 gli scienziati riuniti davanti alla Concordia vedono una scintilla apparire dietro l’orizzonte e immediatamente dopo rinabissarsi. È l’ultima volta che vedranno il sole per i mesi a seguire.
Gli equipaggi dell’HMS Terror e della HMS Erebus si rifugiano sottocoperta.

Le due torri a forma di cilindro di cui si compone la zona abitabile della Concordia sono identiche tra loro. Sei pistoni pneumatici permettono a ogni torre di potersi sollevare dal suolo per evitare che la neve si accumuli sulle pareti. Tutto segue l’andamento della struttura, le stanze sono disposte a raggiera, collegate da corridoi semi circolari.
Salire e scendere le scale che portano ai tre piani delle torri fa venire il fiatone. La ragione di due torri anziché una risiede nella logica degli spazi, suddivisi in modo da poter garantire non solo il lavoro dei ricercatori ma anche la loro convivenza. Così una torre è la cosiddetta “torre rumorosa”, e qui ci sono la cucina, la mensa, la palestra e le sale adibite alle mansioni tecniche che possono appunto causare rumore, con la curiosa eccezione della sala lettura. L’altra, la “torre silenziosa”, è per l’ospedale da campo, la sala radio e le camere da letto.
In inverno le finestre della base sono abbastanza inutili perché fuori è costantemente buio, ma anche per il fatto che vengono ricoperte dal ghiaccio e dalla neve. I letti a castello e queste finestre fanno assomigliare le camere da letto alle cabine di una nave.

Willing to be vulnerable [4], dell’artista coreana Lee Bul, è una delle sue opere più celebri e anche tra le più enigmatiche. L’installazione consiste in un dirigibile stilizzato, sospeso con dei cavi d’acciaio al soffitto di una camera vuota. Non ci sono finestrini, non c’è la cabina-abitacolo riscaldata dal gas, né la parte che serve alla navigazione, ma lo spettatore riconosce l’oggetto-dirigibile immediatamente.
Questo lo ipnotizza. Le immagini della catastrofe dello Zeppelin sono ancora troppo imponenti per poter non agire. La struttura metallica e la copertura argentata alludono alla freddezza del cristallo, al nevischio, al ghiaccio in quota, al cielo.
Lee Bul, come altrove nella sua opera, compie un salto nell’oceano della vulnerabilità. La vulnerabilità è l’anima più dolorosa dell’intimità, è la sua pelle graffiata a prevaricata. Vulnerabile è una spedizione, ma vulnerabili e intime sono le aspirazioni di ogni società, i suoi sogni, le tute degli astronauti come degli esploratori artici. Le fragili lamine che separano il calore di un riparo dal disastro scricchiolano e si incrinano come filigrane di ghiaccio.
Gli spettatori passano intorno a questo scheletro attirati dai riflessi abbacinanti che la luce fotografa prima del disastro. Il bianco non è la calce di un relitto sepolto o le croste di un corpo inabissato, è la sostanza lucida e ancora viva, strappata a un presente che rinnova il discorso innumerevoli volte. È una sfaccettatura tagliente del tempo.

L’inverno artico, specchio dell’estate, è come una voragine orrenda. Le due torri della Concordia sono avvolte dall’oscurità. C’è un corridoio che consente il passaggio tra le due torri, senza finestre, ma con un portellone che dà accesso al mondo esterno. L’insieme assomiglia a una bizzarra combinazione tra i sistemi d’imbarco degli aeroporti, un moderno finger telescopico unito a una scaletta. Fuori dal portello c’è un faro che illumina una parte persa di vuoto, ci si attacca la neve.
Con il buio le uscite sono limitate il più possibile. Quando si è costretti, anche restando a poche centinaia di metri dalla base, si usano corde per non perdersi. In certi giorni è vietato uscire del tutto. Il corridoio è questo: è il tempo che si dilata e si restringe, il passaggio tra un desiderio intimo e l’altro. Nella solitudine della capsula il pensiero vortica, a fatica si distinguono i deliri dall’immaginazione. La notte ha innumerevoli riflessi, bagliori che si accendono nel profondo come oltremare e poi si spengono. Ricordi affollati di persone conosciute un tempo, persone che aspettano il nostro ritorno, cari che non ci sono più.
L’aria sul Dome C è quasi priva di umidità, per questo il freddo è orrido ma non è pungente. Addormenta e spegne parti di corpo, ti uccide con la sua stessa anestesia. Allontanarsi in questo deserto di ghiaccio è come lasciarsi portare via dalla corrente del mare.
Si resta quindi al chiuso insieme alla propria voce, a qualche compagno con cui si è entrati in confidenza, aspettando che il sole torni a illuminare non solo il giorno, ma l’intera crosta terrestre.
Il lavoro tiene sempre occupati, e non solo quello per cui si è venuti fin qui. La cura di sé, per esempio, è un lavoro a tutti gli effetti. Ma anche collaborare, dare una mano a chi ne ha bisogno, pulire, lavare i piatti, riparare ciò che si rompe, sono mansioni importanti come quelle ufficiali. «Il lavoro è una buona medicina per i pensieri morbosi» [5] fa dire Jim Shepard al padre di quel marinaio perso tra i ghiacci.
Il 10 agosto 2019, dopo quasi tre mesi, il sole è riapparso sopra l’orizzonte.

Si ringrazia Giuditta Celli, glaciologa e chimica dell’atmosfera presente alla spedizione invernale del 2019, per la preziosa testimonianza fornita nella preparazione dell’articolo.

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Opere citate

1. J. Shepard, HSM Terror in Il mondo che verrà, Bompiani, 2017.
2. Ivi.
3. cfr. C. Wolf in Guasto (1987), dove la protagonista viene a conoscenza per radio dell’incidente di Chernobyl.
4. L. Bul, Willing to be vulnerable, in Crashing, Hayward Gallery, Southbank Centre, Londra, 2018.
5. J. Shepard, op. cit.

Copyright immagini

01-Antartide-DomeC: Stephen Hudson – Opera propria, CC BY 2.5.
02-ConcordiaFromTower: No-Copyright.
03-capsula-lee-bul: Lee Bul, foto di Linda Nylind.

Filippo Rosso é nato a Roma nel 1980. È autore di s000t000d, uno dei primi, se non il primo ipertesto narrativo in Italia. I suoi contributi sono apparsi su diverse riviste cartacee ed online. Vive e lavora a Berlino.