Benjamin e Scholem, il carteggio

Le amicizie tra le grandi menti sono sempre stuzzicanti, ci fanno sentire dei voyeur, tra le righe cerchiamo il genio e troviamo l’uomo. In questo caso due uomini, due ebrei in un momento in cui essere ebrei non era una passeggiata (anche se a guardar la Storia si fa fatica a trovare “un buon momento”).
Adelphi pubblica le lettere tra Gershom Scholem e Walter Benjamin.


Uno ha rivitalizzato lo studio della mistica ebraica, l’altro è diventato uno degli intellettuali più citati dai laureandi in lettere.
«Distratti dal traffico incessante, rischiamo di non accorgerci che si è avviata, lontano da ogni sguardo, la macchina telepatica influenzante», scrive Saverio Campanini nella postfazione.
Il carteggio dura meno di dieci anni, dal 1932 al 1940, parte delle lettere mandate da Scholem verranno bruciate dalla Gestapo.
Sono gli ultimi anni di Benjamin, che morirà in attesa di un passaggio che dalla Spagna l’avrebbe dovuto portare in salvo America, con gli altri della Scuola di Francoforte.
La fuga nelle lettere è tema costante. Benjamin vede partire i profughi dall’Europa, Scholem li vede arrivare sulle navi in terra promessa. Si parla di un «quadro spaventoso di eventi medioevali», si fanno paralleli con il 1942.

Gerusalemme nel 1935

«Al momento c’è tanto posto in Palestina, almeno per gli operai, quanto ne manca per i laureati che sbarcano in gran quantità da ogni nave, in particolare dalla Germania», scrive Scholem da Gerusalemme il 20 marzo del ’33, quattro giorni prima che il Reichstag approvi il Decreto dei Pieni Poteri. E ad aprile avverte l’amico, in viaggio verso Ibiza: «In Germania non ci sarà posto nel prossimo futuro per una scrittura come la tua. … Siamo tutti convinti che la situazione si farà ancora più terribile e per gli ebrei non ci sarà più scampo».

Ma le preoccupazioni di sopravvivenza “politica” non scacciano in Benjamin l’ansia del lavoro, è quasi sempre senza soldi, vive con sussidi che trova di anno in anno, resta bloccato a Marina di Massa in attesa di un passaggio gratis per Berlino e si gode la vista sulle Apuane. Il berlinese chiede consigli, favori editoriali, parla negli anni dei vari progetti che lo tengono vivo – libri su Parigi, su Baudelaire, su Kafka – si sente “in clausura” mentre scrive in Danimarca a casa di Brecht. Scholem lo rassicura e lo sprona, chiede notizie di amici in comune rimasti in Germania o in Francia, come Hannah Arendt.

Parigi negli anni ’30

Le lettere di Benjamin sono ricche di critica letteraria, come se volesse convincere l’amico della sua lucidità. Nel ’38 in una lunga lettera scrive: «L’opera di Kafka è un’ellissi i cui fuochi, molto distanti tra loro, sono determinati da una parte dall’esperienza mistica, e dall’altra dall’esperienza della metropoli moderna».
Benjamin è anche attento alla scelta della carta: «Questa carta da lettere, che ho voluto inaugurare in tuo onore e sulla quale risulta che si può scrivere solo con la matita, mi crea ogni sorta di problemi», e di nuovo nel ‘33 «… sto usando quella carta raffinatissima che comprai quindici anni orsono in una piccola cartoleria di Sarnen. … Questa carta, solitamente riservata alle meditazioni più profonde, devi prenderla come un grande onore».
I rimbalzi tra Parigi e la Palestina, tra l’esule spiantato e il kabbalista, ci regalano un quadro di un’Europa terrificante, in cui la condizione di intellettuale errante raggiunge i massimi picchi di precarietà, ma sconvolge quanto si riesca comunque a lasciare spazio alla meraviglia. Scrive Benjamin nel ’36: «ti mando un cenno e i saluti più affettuosi da una giornata che nonostante tutto mi rende orgoglioso, in cui ho realizzato il mio desiderio ventennale di vedere i mosaici di Ravenna».

W. Benjamin e G. Scholem, “Archivio e Camera Oscura, Carteggio 1932-1940”, Adelphi.

Nato in Liguria nel 1989, ha vissuto a Parigi e negli Stati Uniti. Vive a Roma, scrive e traduce.