Alberobello – TerraRossa Edizioni

Il quinto Stato è una serie di interviste ai lavoratori dell’industria culturale. Ci raccontano la straordinaria complessità di un sistema che forse sta scomparendo alla vigilia di un cambiamento epocale. Sono le tante voci di donne e uomini che non potendo abolire la realtà così com’è, testimoniano la varietà dell’esistenza attraverso il proprio lavoro.

Risponde Giovanni Turi di TerraRossa Edizioni. L’intervista risale a marzo 2020.

Quante persone lavorano nella tua casa editrice? Quante uscite fate all’anno? Quali sono le vostre tirature?

Collaborano con me Elena Manzari (ufficio stampa), Tiziana Giudice e Stefano Savella (in redazione) e Francesco Dezio (illustratore). Le pubblicazioni sono state fin dall’inizio quattro all’anno, per due ragioni. La prima è editoriale: per mantenere degli standard qualitativi alti bisogna fare una selezione stringente e accurata. La seconda è economica: più libri pubblichi maggiore è l’investimento. La prima tiratura varia dalle mille alle cinquecento copie, questo perché non abbiamo un ampio magazzino e non tutte le copie vanno subito in distribuzione. Credo siano questi i numeri di una piccola casa editrice, ma si sono ridotte considerevolmente anche le tirature dei grandi marchi. Se fino ai primi anni duemila facevano tirature di quindici-ventimila copie, ora sono scesi a due-tremila copie, tranne ovviamente per autori di cartello e per i classici.

Abbiamo visto che l’emergenza del corona virus ha fatto saltare il Salone del libro di Torino e così tutti i grandi eventi legati all’editoria. Ma nel minuto, cosa sta slittando in avanti per voi?

Abbiamo definito le uscite fino al primo semestre 2021 e non so quanto in questa situazione ci si possa spingere più in là con la programmazione. Anche perché tenere un autore fermo con un testo già pronto per un paio d’anni diventa difficile, avviene un distacco anche emotivo dalla sua stessa opera; anche perché spesso quando si arriva al contratto di pubblicazione si parla di un libro che magari è stato scritto oltre un anno prima. Riguardo alla situazione attuale, a noi è successo che il 20 febbraio è uscito L’imitazion del vero di Ezio Sinigaglia, segnalato allo Strega. Il 22 febbraio c’è stata la prima zona rossa in Lombardia. Quindi il libro è andato subito in stand by. Avevamo anche un altro romanzo in uscita il 19 marzo, per ora purtroppo è sospeso. Spero fortemente di poter recuperare questo tempo, perché sono già state stampate e inviate sia le copie al distributore, sia quelle staffetta per la stampa. Diventa anche una questione di sostenibilità economica: nel momento in cui le librerie sono chiuse e i festival rimandati gli investimenti fatti nei mesi scorsi rimangono congelati.

Come funziona la distribuzione in queste settimane?

Le copie del romanzo di Marco Rovelli che sarebbe dovuto uscire per marzo le ho bloccate: attualmente sono nel magazzino del distributore. Libro Co ha continuato, fino all’ultimo decreto [25 marzo 2020, Ndr] a rifornire Ibs, Amazon e le librerie online. Anche i corrieri avevano fino alla settimana scorsa delle disposizioni molto stringenti. I libri non vengono considerati beni di prima necessità, per cui se al primo passaggio il corriere non trovava l’acquirente, il pacco invece di andare in giacenza per essere riconsegnato il giorno dopo, tornava al mittente. Ora suppongo sia tutto bloccato.

La crisi del corona-virus chi colpirà maggiormente dentro al comparto editoriale?

Credo che colpirà tutti, sia i grandi marchi sia i piccoli, perché il mercato subirà un ulteriore contrazione. I piccoli hanno già una fragilità strutturale che chiaramente in questo momento è ancora più esposta. Ma allo stesso tempo, molte delle persone che ruotano intorno alla piccola editoria generalmente hanno anche altre professioni e quindi altri introiti – oddio, io per esempio lavoro nel turismo, e anche questo settore è bloccato. Ma dicevo, i piccoli forse si manterranno più saldi. I grandi editori, paradossalmente, avendo fatto degli investimenti molto più ingenti dei nostri, rischiano di essere ancora più esposti. Ci aspettano tempi complicati per tutti, anche perché non so davvero quante librerie usciranno indenni da questa crisi. Non mi pare a livello governativo si stia pensando al nostro comparto, a forme di indennizzo concrete. Del resto, la situazione sarà poco rosea anche al di fuori del mondo editoriale.

Qualcuno uscirà rafforzato da tutto questo? Magari Amazon?

Se vai in libreria con l’idea di un titolo, guardandoti intorno puoi uscirne con un altro libro. Su Amazon acquisti solo ciò che già immagini ti possa piacere, non hai modo di curiosare al di là dei binari prestabiliti da un algoritmo. Quindi è chiaro che i libri che hanno maggiore visibilità, o magari le case editrici che hanno una politica promozionale più aggressiva, saranno ulteriormente avvantaggiati. Questo perché il lettore occasionale arriva lì e si ferma. Una casa editrice che lavora invece a un progetto letterario di qualità, su Amazon fa molta più difficoltà a essere visibile. Il tutto arriva purtroppo in una congiuntura in cui anche le pagine e i programmi culturali si stavano già svuotando di contenuti. Forse ci saranno ancora meno lettori attenti a questo problema e le emergenze saranno soprattutto altre.

In queste settimane si parla molto delle partite Iva. In editoria potrebbero essere i primi a soffrire nel post quarantena?

Non so. Per una piccola casa editrice avere degli interni è difficile, se non insostenibile. Forse le partite IVA dovranno diversificare ulteriormente la propria offerta, io per esempio ho due codici ATECO (settore editoriale e settore turistico). Quindi forse ci manterremo a galla, non più con due ma con tre lavori.

Nonostante per tanti di noi ci sia più tempo a disposizione per leggere, sento sempre più spesso che la lettura durante la quarantena è diventata più difficile. Pensi che le arti letterarie subiscano questa congiuntura più di altri sistemi artistici?

La prima settimana, dopo il decreto che ha introdotto la zona rossa in tutta Italia, ho avuto anch’io difficoltà a sfruttare il maggior tempo a disposizione per leggere. Per un motivo molto semplice, era troppo grande e spiazzante ciò che stava succedendo, quindi la mia attenzione e credo quella di tutti era completamente e continuamente assorbita da quell’evento, dal resettare le proprie abitudini e provare a immaginare cosa ci attendesse. Era difficile distrarsi da quella dimensione, il libro ha anche una componente di evasione, e non intendo semplice intrattenimento, ma la possibilità di staccarsi dalle contingenze. Dopo forse, quando ho capito che sarebbe stata una situazione più lunga e articolata, ho in qualche misura ritrovato la dimensione del quotidiano e ho ricominciato a leggere con i ritmi forsennati della tarda adolescenza. Spero sia stato così anche per gli altri.

Paolo Villaggio sosteneva che anche la comicità nasce in un contesto e ha i suoi cicli: nel primo dopoguerra c’era il comico tragico di Totò, e quindi il racconto della risata attraverso la povertà. Dopo è arrivato Alberto Sordi, che più di tutti ha rappresentato l’italiano a cavallo del boom. Poi Fantozzi, l’italiano nevrotizzato dalla società della burocrazia e dei consumi. Siamo di fronte a uno spartiacque, a un prima e un dopo corona virus in letteratura?

È impossibile immaginarlo, per un semplice motivo: oggi (27 marzo 2020), tutto ciò a cui eravamo abituati è stato stravolto e non sappiamo in che termini il mondo di prima tornerà. Magari tra una settimana sarà di nuovo cambiato tutto, non possiamo saperlo. I testi ovviamente fanno riferimento alla realtà in cui sono stati prodotti e in Italia negli ultimi decenni c’è stata una strabordante predominanza del realismo. Forse si tornerà a prestare un po’ più attenzione all’elemento fantastico e surreale, perché la realtà ci ha dimostrato di non essere tutta immaginabile, nessuno aveva previsto quanto ci è successo. Mi piacerebbe pensare che si amplieranno i contorni del reale e fondamentalmente questo appartiene già alla nostra tradizione, penso su tutti a Buzzati, Landolfi, Bontempelli e tantissimi altri. La buona letteratura comunque va al di là di queste categorie.

Ci sono dei testi letterari che già in questa emergenza mostrano la corda? La dico con una battuta, se oggi avessi un manoscritto che parla della Seconda guerra mondiale, avrei qualche dubbio in più nel presentarlo a un editore.

Non lo so. Non sono d’accordo. Un testo come Addio alle armi di Hemingway alla fine parla di sentimenti e di stati d’animo che trascendono l’evento bellico. Così I Viceré di De Roberto, un testo fortemente calato nel contesto politico e storico dell’epoca, continua a parlarci. Non cessano di dialogare con noi testi che sono stati pubblicati nell’Ottocento o a inizio Novecento, quando c’era una società completamente diversa. Quando un’opera giunge a svelare verità essenziali su noi stessi e sulla realtà non smette mai di essere attuale. Al più ci si dovrà interrogare sul ruolo dell’editore e dello scrittore in un mondo stravolto.

Luigi Loi è nato a Cagliari. Ha vissuto a Roma e Parigi. Ha fatto tanti lavori, alcuni umili, altri molto soddisfacenti. Ha scritto su «Giudizio Universale», «minima&moralia», «Il lavoro culturale». Collabora con «I libri degli altri». È stato un writer, uno skater e un batterista molto modesto.