A un involontario maestro

Qualche tempo fa ho iniziato un po’ giocosamente a progettare una raccolta di coccodrilli dedicati ai miei amici e maestri. Maestri ancora in vita, intendo. Non capivo se il progetto avesse un senso che andasse al di là del semplice ritratto personale. Poi mi sono ricordato di Alfred Nobel, l’inventore della dinamite, che decise di istituire il premio che prese il suo nome dopo aver letto un feroce necrologio che gli era stato dedicato, per errore, da una rivista francese, che lo aveva scambiato per il neodefunto fratello Ludvig. Il coccodrillo si era così trasformato da ritratto post-mortem a specchio sull’invisibile: di colpo metteva in gioco qualcosa che aveva a che fare con il destino di Alfred e con il lato più oscuro della sua personalità. Ho allora capito quale fosse il senso del mio progetto, poi confluito in questa rubrica: dare voce a quegli scrittori che avranno voglia di raccontare, nell’ironia di una morte simulata, le possibilità e i destini che si nascondono nella vita dei propri maestri. Mi sembra superfluo aggiungere che ogni morte immaginata in questo spazio è frutto di pura fantasia.

Coccodrillo n. 1

A un involontario maestro. In memoria di Massimo Onofri

La morte di un intellettuale lascia sempre un segno profondo; è qualcosa che riguarda non tanto l’intensità del dolore – ci sono morti più dolorose, più incomprensibili – ma la sua qualità. Appena ho saputo della morte di Massimo Onofri, nella crudezza di un laconico messaggio letto quasi per caso sulle pagine di un social network, è stata proprio la qualità dei miei sentimenti a colpirmi: un senso di sconcerto che non aveva a che fare con Massimo in sé, con lui come persona fisica, intendo – un dolore, cioè, fatto di emozioni e stati d’animo che sono angosciosamente riservati a chi di lui viveva la dimensione più umana: i familiari, ovviamente, gli amici e colleghi – ma uno sconcerto più evanescente e intenso insieme, un vuoto emotivo che si è subito confuso con un altro tipo di vuoto. Un vuoto comunicazionale.

“Oggi se n’è andato un critico letterario a cui devo molto”, diceva il messaggio postato sul social network, “ci mancheranno molto le sue recensioni e l’acutezza delle sue analisi”. L’anonimo commentatore non aggiungeva nulla sulla personalità di Massimo, nulla sulla sfera più tangibile della sua vita: la sua assenza era fin da subito percepita in termini concettuali – recensioni, appunto, acutezza, analisi – e cioè come morte di una parola prima ancora che morte di una persona. Eppure parola e persona non sono due entità distinte: la parola era una manifestazione della parte più lucida di Massimo, lo strumento di ricognizione che cercava, a volte con ironia, altre con ostinazione (mi verrebbe da dire con disperazione), di rintracciare il lato più misterioso della letteratura, un desiderio di verifica delle sue possibilità non soltanto in termini linguistici o stilistici, ma – come scrisse lui stesso – «in ordine alla verità delle cose e dei sentimenti».

Del resto sono questi i binomi più ricorrenti nella scrittura saggistica di Onofri: letteratura e verità, letteratura e ragione; una letteratura cioè, o meglio una critica letteraria che, sciascianamente (e, non dimentichiamo che Sciascia è stato uno dei suoi grandi maestri), ma direi più in generale, illuministicamente, diventava “critica della vita”, come ebbe a dichiarare in quello che personalmente considero uno tra i suoi pamphlet più coinvolgenti, La ragione in contumacia. «C’è un confine oltre il quale», si domandava in quel libro, «la critica letteraria diventa critica della vita? C’è un punto in cui, per chissà quale metamorfosi, l’interpretazione di un testo diventa notizia del mondo, di un mondo abitabile ben oltre la letteratura?».

Massimo Onofri era ossessionato da questi interrogativi, rappresentavano per lui il paradigma di tutta la sua attività di critico militante. Non sorprende, dunque, la sua lotta contro la falsa letteratura e i suoi artefici, coloro che chiamava, con un linguaggio sempre pieno di colore e di sorprese inventive, i ricamatori del nulla, i barbari baricchiani, i giallisti asfittici e “balneari”; né, all’opposto, sorprende quella feroce battaglia ingaggiata contro gli “scienziati” del testo, strutturalisti, avanguardisti, fondamentalisti della teoria, nei cui “luttuosi grafici” vide sempre il trionfare di una sottrazione di “vita” in nome di una forma fastidiosamente snobistica di critica letteraria.

Onofri in fondo era un illuminista fuori tempo massimo, e proprio per questo, in un’epoca minacciata da pericolose derive irrazionaliste, estremamente moderno. Io stesso l’ho sempre immaginato come un nuovo Baretti estraneo alle mode e ai facili incasellamenti storiografici. È qualcosa che non riguardava soltanto la sua personalità, il suo stile, la verve con cui fustigava i costumi e le mode letterarie del nostro tempo, ma anche la sua fisicità. A condizionarmi è forse un ritratto di Pierre Subleyras, Portrait of a man, il cui soggetto, identificato proprio nel grande critico torinese, ha lo stesso sguardo accigliato e severo di Massimo, uno sguardo però già pronto ad aprirsi in un sorriso di tagliente e feroce ironia. Una volta un suo collega mi disse che Onofri era l’uomo più simpatico che conosceva; altri invece lo trovavano troppo fastidioso, troppo saccente: probabilmente la verità sta nel mezzo, e dunque, ancora una volta, nella complessità, e cioè nella sua capacità di essere a un tempo intransigente e spietato e insieme sorprendentemente generoso.

Mi rendo conto che sto ricordando Massimo come un cronista qualsiasi, ricostruendone un profilo più intellettuale che personale. In realtà Massimo non è stato, per me, soltanto un critico militante; il fatto di aver vissuto nella stessa città, di averlo conosciuto fin da ragazzo, di trovarmi nella scomoda posizione di chi, per mestiere, scrive romanzi, mi consente di avere un punto d’osservazione tutto particolare, a metà strada tra chi poteva considerarsi un conoscente stretto e chi vedeva in Massimo Onofri solamente un nome di copertina o una firma a fondo pagina.

La prima immagine che ho di lui risale alla primavera del 1993. A quei tempi frequentavo l’ultimo anno di liceo, e Massimo insegnava filosofia in una classe del mio stesso istituto, il liceo scientifico Paolo Ruffini di Viterbo. A parlarmi di lui furono due sue studentesse – due mie amiche di un’altra sezione – entrambe sedotte dal fascino del giovane professore che irrompe nel paludoso mondo di una scuola superiore di provincia. Gli avevano dato un soprannome, Physis, che poi in greco significa “natura”, “temperamento”: Massimo rappresentò per loro un punto di rottura con qualcosa di artificioso che sembrava assediare la nostra scuola, una cultura libresca che all’improvviso era diventata viva, reale, naturale appunto. Non sapevo altro di lui: lo intravidi qualche mese dopo in una trattoria, lo sentii nominare distrattamente nei discorsi delle mie amiche, ma poi lo persi di vista.

Negli anni successivi mi trasferii a Roma, anche se nel frattempo continuavo a mantenere contatti con la mia città collaborando con alcuni periodici locali. Un giorno, credo fosse il 1995 o il 1996, ma comunque dopo che Ingrati maestri era stato dato alle stampe, un amico giornalista mi disse che doveva intervistare un giovane critico che aveva creato un bel po’ di scompiglio nel mondo letterario italiano. Si chiamava Massimo Onofri, nome che però non mi disse nulla: per me Massimo era ancora solo e soltanto Phisis; ma quando qualche giorno dopo me lo indicò tra la folla di Piazza delle Erbe, una tra le tante piazze della mia città, lo riconobbi all’istante. Dunque Phisis non era soltanto il brillante professore che aveva incantato qualche ingenua studentella liceale; Phisis era qualcosa di più, stava diventando qualcosa di più, e per me – che volevo fare il romanziere – si tramutò subito in un maestro involontario. Fu come un’investitura al contrario: non avevo mai parlato con lui, non avevo ancora mai letto nulla di suo, eppure in quel momento decisi che Massimo sarebbe diventato segretamente il mio punto di riferimento. Lui, dal nulla della provincia, ce l’aveva fatta, e ce l’avrei fatta anch’io: lui, come me, in quella piazza di Viterbo che mi sembrava frequentata solo da marionette ben vestite, era l’unico che avrebbe potuto capirmi. Intravedevo un’invisibile linea di affinità che ci legava.

Era un pensiero solo mio, ovviamente: per oltre dieci anni tentai più volte di avvicinare Massimo, lo intervistai per conto dei giornali con cui collaboravo, gli parlai dei miei progetti, ma la mia timidezza di ventenne e la mia goffaggine non potevano certo fare effetto su di lui. Eppure lui, il critico severo, l’involontario maestro che a un certo punto rischiava di diventare ingrato, mi sorprese: quando nel 2008 recensì positivamente sulle pagine di Avvenire il mio primo romanzo, e di lì a poco presentò il mio secondo al Premio Strega, tutti i fili della mia vita apparentemente dispersi tornarono a incontrarsi.

Ecco, Massimo è stato per me questo: il punto di saldatura di una linea che continuava a sfibrarsi, e che a un certo punto rischiava di sbordare verso un vuoto totale e assordante; per questo non posso non ricordarlo con la commozione e l’affetto di un allievo che ha cercato davvero di capire cosa fosse, per lui, la letteratura, quale misterioso segreto intravedesse nelle parole dei suoi grandi classici: Soldati, per esempio, Sciascia, De Roberto, autori che aveva amato e studiato e che, per una forma di legge transitiva della lettura, finii per amare anch’io.

Sono tanti, troppi, i ricordi che ho di lui: lo rivedo nella hall di un lussuoso albergo di Palermo durante il premio Mondello 2004, la sera in cui compivo trent’anni; lo rivedo di notte, nella trasparenza evanescente delle immagini televisive, intervistato da Gigi Marzullo; o ancora nel bellissimo palazzo comunale di Tarquinia nelle vesti di direttore artistico del premio Cardarelli. E poi vedo me, di riflesso: mentre acquisto alla Feltrinelli di Torre Argentina uno tra i suoi libri che più ho amato, Tutti a cena da Don Mariano, o mentre timidamente lo intervisto nella sua vecchia casa di Bagnaia, e resto soggiogato dal modo in cui mi parla di Croce, di Serra, di critica responsabile, di un Novecento anemico e tramortito che, tramite la linea Contini, dimentica autori come Brancati o Bertolucci.

Eppure, nonostante l’affollarsi di tutti questi ricordi, che oggi più che mai mi appaiono come visioni di una storia intellettuale che va ben oltre la vita materiale di Massimo, veri e propri fantasmi della memoria che conserverò per sempre dentro di me, il ricordo più intenso che ho di lui non è un ricordo visivo – o perlomeno non è soltanto un ricordo visivo – ma percettivo: quell’improvviso senso di segreta complicità che, un lontano pomeriggio di tanti anni fa, in una delle piazze più belle e animate della città in cui, entrambi, abbiamo avuto la sventura (o la fortuna?) di nascere, mi aveva fatto sentire per la prima volta un po’ meno solo. Ecco, di Massimo Onofri, per me, resterà soprattutto la sensazione euforica di quel momento.

 

Giorgio Nisini è nato a Viterbo nel 1974. Per alcuni anni insegna sociologia della letteratura all'Università La Sapienza di Roma; dal 2016 è docente e ricercatore all'Università di Bari Aldo Moro, dove insegna letteratura italiana moderna e contemporanea. Nel 2008 pubblica il suo primo romanzo, La demolizione del Mammut, con cui vince il Premio Corrado Alvaro Opera Prima e arriva tra i cinque finalisti del premio Tondelli. Il suo secondo romanzo, La città di Adamo (2011), viene selezionato tra i dodici finalisti della LXV Edizione del premio Strega. Nel 2015 esce La lottatrice di sumo, che insieme ai volumi precedenti compone quella che l'autore ha definito Trilogia dell'incertezza.