Teresa Franco, La lingua del padrone. Giovanni Giudici traduttore dall’inglese

Questo è un estratto dal volume La lingua del padrone. Giovanni Giudici traduttore dall’inglese, di Teresa Franco (Rubettino 2020), in cui l’autrice presenta la sua ricerca e offre linee guida essenziali per la lettura del saggio.

 

In un recente saggio, Sympathy for the Traitor, Mark Polizzotti ha segnalato l’emergere di un nuovo genere letterario: il memoir del traduttore, che non può esimersi dal ritornare sulle sue scelte, giustificarle a se stesso prima che al suo editore o ai suoi lettori, contenere i suoi pentimenti o il suo desiderio di ricominciare. Per molti aspetti questa dimensione autobiografica può applicarsi a Giudici che traduce anche per inseguire la nostalgia per un testo prediletto (l’Onieghin di Puškin) o per consolidare il sentimento che lo lega, per esempio, agli amici Vladimír Mikeš, Marie Leskovjanová e Vladimír Janovic «amici, who happen to be scrittori», scrive Giudici nel presentarli sulla rivista Paragone nel 1968. Nasce un sentimento di fedeltà a un luogo (Praga, e la Cecoslovacchia) a cui si contrappone la fuga da una quasi ‘patria’, la Francia dei suoi studi universitari, per avventurarsi, come vedremo, in uno spazio più lontano. Anche se non possiamo parlare di un vero e proprio genere memorialistico, motivi personali emergono nei vari volumi in cui Giudici organizza il suo lavoro e nei vari saggi che dedica agli autori stranieri. Rispetto ai quaderni di traduzione, pubblicati a partire dagli anni Ottanta, Addio proibito piangere (1982), A una casa non sua (1997), a cura di Massimo Bacigalupo, e in ultimo Vaga lingua strana (2003), introdotto di Rodolfo Zucco, ho ritenuto di dover smantellare il principio antologico che li sosteneva e riportare ogni traduzione al contesto originario in cui era stata realizzata e alle motivazioni del traduttore, non affidandomi completamente alla ricostruzione a posteriori fornita dal poeta nell’introduzione o nelle note. Mi sono avvalsa, invece, di documenti privati, i famosi taccuini su cui Giudici trascrive progetti e improvvisa qualche verso originale o tradotto e, in particolar modo, del carteggio tra Giudici e gli amici, tra i quali un ruolo fondamentale svolgono Vanni Scheiwiller e Allen Mandelbaum.

Ho cercato di ricostruire la storia degli incontri del traduttore con il testo tradotto, segnalando di volta in volta anche il profilarsi di un contesto diverso: dai primi tentativi, al lavoro sulle riviste, da un piccolo editore specializzato alle grandi case editrici, Einaudi e Mondadori. Una caratteristica costante nelle abitudini del traduttore è la volontà di migliorare il testo, lavorandoci a più riprese e inserendo varianti che spesso indicano una diversa situazione biografica e una maturazione artistica, ma anche un cambiamento di posizione critica rispetto all’autore tradotto. Da un lato ho osservato la resa stilistica che Giudici propone di ognuno di questi testi, evidenziando, quando pertinenti, possibili connessioni con i versi in proprio. Dall’altro lato, ho tentato di collocare le traduzioni di Giudici in una storia della ricezione italiana di ogni singolo testo e, quando possibile, anche di prendere in considerazione traduzioni di altri, usandole come terzo elemento di confronto.

Giudici volontariamente elegge una condizione difettiva – la conoscenza lacunosa della lingua inglese – a situazione ideale. Intuisce, cioè, che tradurre significa prima di tutto stare dentro un testo, e non solo dentro una lingua. Pur non rinunciando a un giudizio di valore sul testo originale, impara ad accettare quella fluttuazione del significato che Henri Meschonnic ha chiamato, appunto, ‘erranza’. Secondo lo studioso francese, tradurre significa inevitabilmente ripetere un ‘effetto Babele’, cioè forzare il significato abituale per giungere a una ricodificazione storicamente determinata. Davanti al testo straniero, il traduttore non può attivare automaticamente la memoria delle parole, dovrà quindi inventare un nuovo rapporto tra il segno e la cosa nominata. Di questi spazi, attese e lapsus è fatta la poesia. L’‘errore’ deve intendersi in senso lato: non solo come risultato accidentale in cui può cadere il traduttore, ma come fatto poetico in grado di rinnovare la lingua. E con tale accezione entra, infatti, nell’altra fondamentale nozione giudiciana di ‘lingua strana’, cioè ‘lingua straniera’ e al tempo stesso ‘lingua poetica’, determinata dalla forte emergenza del ritmo. La mia tesi è che il lavoro di traduzione abbia aiutato Giudici da un lato a sviluppare una maggiore consapevolezza delle possibilità materiali dell’errore e, dall’altra, gli abbia consentito di sfruttare la forza dell’errore in maniera creativa. La sensibilità di Giudici per l’errore prende spunto dal confronto con altri poeti, portati a considerare il rapporto con la lingua in maniera meno automatica e identitaria. Penso alle pagine bellissime che dedica a Nabokov, a Pascoli, ma anche ad Amelia Rosselli.

Ligure di nascita, milanese d’adozione, Giudici ha trascorso a Roma gran parte della sua giovinezza e qui, oltre alla guerra e alla liberazione, ha il suo primo vero contatto con la cultura americana. Compie le sue prime esperienze lavorative. Scrive per i giornali, dirige una rivista culturale e traduce (anche prosa). Intanto si acuiscono alcuni rovelli politici ed esistenziali che tanta parte avranno nella sua poesia. Da socialista, difensore dei diritti della classe operaia, si trova a lavorare nel mondo del capitalismo borghese. Questa ambiguità è la difficile prova della sua ‘intelligenza col nemico’, formula con la quale Giudici sigla una raccolta del 1957 e una poesia poi confluita nel libro del successo, La vita in versi, nel 1965. Ho sempre pensato che il modo in cui Giudici descrive il vivere nella contraddizione, in questa poesia, potesse estendersi anche alla sua esperienza di traduttore, pur sempre un ‘mercante di parole’: «…tra le sponde | straniere vado e vengo, portatore | delle parole d’ordine; trattengo | fra due maschere avverse un volto solo». O meglio che il suo essere traduttore fosse un modo per continuare ad alimentare la contraddizione, confermando quella metafora che equipara il tradurre a un atto di spionaggio.