Simone Biundo, Favale di Màlvaro

Otto poesie inedite.

Favale di Màlvaro

c’è un albero di uomini
che affonda le radici
in cielo
è come un baobab e contiene
più di 120 mila litri
d’acqua e sangue
nel suo tronco
è l’albero al contrario
e chi lo cura
è un verbo
impersonale

piove

 

*

Prato Ciorliero

la migrazione delle piante è tratto
silenzioso, si spostano bendate
sullo stretto controllo militare
la traccia frontaliera, il reticolato
urbano, l’eterna esposizione
al sole, alla pioggia e all’erosione

ma guai se attecchiscono sul tetto
guai se il seme fiorisce nel giardino

 

*

Giardino U.

l’apparizione rapida
poi la sparizione
è caratteristica
della specie pioniera

lascia uno spazio incolto
su cui bruciamo come fuoco

 

*

Vico delle Vele III

ogni volta che mi giro
nel letto
cambi il numero che tieni
delle matite in testa, una
e mi sembri uno squalo
sega degli abissi, tre
e mi sembri un dinosauro
oppure Gufo Triste, l’indiano amico nel fumetto
che cancella le sue tracce dall’inizio, due
e sei la lumachina
se la sfioro

sparisci
sotto la coperta

 

*

Stanotte sei diventata una cerva.
Hai lasciato la tenda sotto la luna
e sei salita sul monte.
Hai incontrato la rana temporaria
e i tuoi amici invertebrati.
Non mi ha stupito la trasformazione.
Hai sempre avuto il muso a punta
e ai piedi portavi gli zoccoli.
Ho provato a seguirti
recalcitravi
poi ti ho detto
sali
con quattro zampe
ti posso portare
dove non siamo
mai arrivati
lassù
sulle cime più alte
del Gran Paradiso.

 

*

Asfalto, mulattiera, guidovia
e poi la stele a chi è morto costruendo.
Sotto, la città
è coperta
da una nebbia rara
in questa stagione e il mare non si vede.
Il passo è sfasciato, non è difficile perdersi.
Nella cappella della sosta
il cero di plastica rossa
rischiara l’immagine

Madonna della Guardia
a un uomo, in un giorno come questo
apparve la madonna.
Gli uccelli si alzano in volo.
È vivo il capriolo, le sue froge
che balzano avanti, all’improvviso.
Le dita sono dure come rami.
Ci sono tante tracce
e non ne riconosco nessuna.

 

*

A Sofia un uomo ripeteva
e all’uomo una donna e
alla donna un daino e
persino a un cane e
a un uccello l’onda
rispondeva.
La vicinanza e la distanza. 17
metri e ancora 17
da una sponda all’altra sponda
da una riva all’altra riva
e distinto ritornava.
Ero
sul Lago Nero
eri piccola ed eri via
era ai primi di agosto ed era
dove ti abbiamo portata. Era
l’eco
che ti parlava con chiarezza
dopo qualche istante di pazienza.
Il tempo giusto per riflettere e darti la risposta.
Un cerchio una concentrazione un circolo
e il grande ascolto
che forse non avrai mai più da nessuno.

 

*

È tutto piatto I

Le pianure interrotte dalle pareti delle case
dai capannoni fatiscenti, dai muretti
che velano gli ulivi denudati dal batterio.
Xylella attorno a Castrignano, la selva dei suicidi
alza i rami al cielo dove sfilano le nuvole.
Non ci sono ostacoli, né monti né colline.
Le piazze sono vuote
abbacinanti le case e le strade.
Dietro una porticina nel grecale
un affresco di cristo come donna
riposa: Sophia Jesu Christi.

È tutto piatto, il sole spiana e nessun pensiero c’increspa gli occhi
che cercano il mare. Lo guardano o credono di farlo
da Punta Palascìa, finis terrae d’occidente
come altri lembi su cui si poggiano i piedi.
Non ci sono storie particolari
da raccontare. Sono troppe. Eppure
è più orizzontale, più simile alle fine
fissare incantati le luminarie di MarianoLight
a Galatina, notte di San Pietro e Paolo.
Sulla destra, nella cappella della cattedrale
dietro una grata c’è una pietra levigata.
Ci sedette il primo apostolo, si dice
per riposare dal viaggio. Ora è in ombra
e si può toccare.
Avanza la processione mormorando
a riposo solo il ragno. Ha filato una ragnatela
tra il muro e la pietra che nessuna mano avverte
o spezza. Se ci guardi bene, in trappola
ci sono solo formiche con le ali.

 

Immagine: Rubaldo Merello.