Silvia Righi, Demi-Monde

Il concetto di ‘demi-monde’ proposto in questo libro non esiste.

È un artificio.

L’espressione deriva dall’omonima commedia scritta nel 1855 da Alexandre Dumas figlio, che rappresenta gli amori e la corruzione di un ambiente sociale parigino che non è né borghesia né vero «gran mondo». Il termine poi acquisisce un diverso significato nella serie tv horror Penny Dreadful, dove con ‘demi-monde’ s’intende il mondo sospeso tra la vita e la morte, tra l’umano e il soprannaturale, popolato da creature ibride come gli spettri, i licantropi, i vampiri, le streghe.

Da entrambe queste definizioni ho tratto degli elementi per creare le tre sezioni del libro, ma ogni mondo, se inteso come la singola esistenza esperita da una creatura vivente, può chiamarsi demi-monde: è e sarà sempre un (non) luogo, sospeso tra i mondi possibili che l’hanno preceduto e i mondi possibili che sono destinati a seguirlo. Il ‘demi-monde’ è l’intercapedine, la porta socchiusa, il riflesso del riflesso.

L’occhio che si spalanca mentre il sogno è ancora in corso.

(NdA)

Demi-monde è un libro inedito di Silvia Righi. Pubblichiamo alcune poesie.

 

Antiporta

Nella storia così-e-così
accudire gli oggetti con un nome
significa ancorarli
a questo lato carne.
Lei è un oggetto fittizio
di tutti i mondi possibili lei
si fa grado di dolore,
derma e febbre.
Si snatura fino a.

Lei è lei,
eppure è
e non sono io.

*

Ø

Se fosse questo un mondo
a metà tra mondi, estratto
come un numero dalla boccia di vetro.
Se fosse, siamo
creature corrotte da qui
e altrove, l’inframondo
una possibilità senza coscienza.
L’idea è che le pareti tengano
che una spinta di dita non le crepi
eppure sento. Qualcuno fuori guarda.
Ci saranno, ci sono state, miliardi
di pareti che non tengono
di dita che spingono
di camere prima e

dopo.

*

Ø

Questo è un teatro dei desideri.
Non credete, non abbiate fede
è un gioco per provare
mettere in scena copie comparse
sogni di sogni; si uccidano,
si stringano, brucino al posto mio.
L’illusione
mai sarà più vera
come sulle false labbra di un falso.

*

Ø

Oppure potrei dire:

Questo è un teatro dei desideri.
Non credete, abbiate fede
dentro e fuori
sussurrerò al suo orecchio
che il vero è falso fino a prova contraria
toccala
usale violenza
che cosa vuole questa donna.
Qualunque eccesso, serve
che sia reale.

*

«Lo vedo quel prato innocente
senza serpenti né mele
noi intente a scioglierci i nodi
accanto al pozzo della Signora Neve»

Mi trovavano un viso di Madonna
e voci femminili mormoravano dietro
le caviglie benedizioni.
Ma io non sono una
forse tu è la parte di me
che ho estratta viva per un piede.
Il fato, una mandorla nera.

Dimmi i nomi di tre ragazze:
chi butti nel letto di spine?
e in quello delle rose?
e in quello dell’amore?

*

Ø

La cacciatrice che viene cacciata
ha memoria
di essere stata preda
sa cospargere di miele
la lama, sa infilare
il braccio nell’alveare.
Una puntura può gonfiarsi
incrudelire.

*

Ø

Chiamerò il dolore concetto.
Potrei metterlo sotto la lingua
a un vecchio o a un cervo
spaccato da uno sparo
o a una donna gravida seppellita
per fertilizzare la terra.
Lei non parla. L’ho scelta
per questo, lei si tende, dimagra
è nata
al culmine di un grido.

*

Il neo
come un chicco di caffè
le si gonfiò a misura di tumore.
Una donna raccontò del male,
di come alla figlia
si fosse nascosto fra i capelli.
Nelle sue fantasie a luci bianche
c’era una bambina, un palloncino fucsia
le deformava il cranio.
A lei accadeva per riflesso.
Il petto tremò come un gelso.
Iniziava, non iniziava
e i seni non avevano nemmeno
la sagoma della mezzaluna.

*

Non sarebbe mai più riuscita a pensare.
A pensare ad altro
se non al neo, che il neo
fosse parte del suo corpo
non faceva che accentuare il tutto.
Il corpo è, sempre.
Di rigetto, sogna una
giovane donna-uomo
senza padre
senza madre
la lingua che lecca il seme
sterile di un’altra, una camera rossa
e loro due sanissime
intente a sciogliersi i nodi
accanto al pozzo
della Signora Neve.

*

Ø

Orfano è la radice di erede.
La trasmissione fallisce se circola
lo stesso sangue e non
il desiderio.
Lei non possiede, deve riprendere
fare originariamente suo ciò
che è stato fatto di lei dagli altri
prima.
Il mio volto non lo avrà lo specchio
né il padre il suo. La figlia eretica
divisa, è l’unica
erede del desiderio.

*

La cacciatrice viene cacciata
prima o dopo. Lei lascia
che i peli ammorbidiscano i suoi femori
come nidi.
Ci si ripiega di notte
quando l’insonnia la bracca
e la spoglia una voce d’altare
«sei sola, bambina, sei sola».

*

Tutti questi mondi che camminano, si ripetono, sconfinano. La creatura è dentro ogni stato. Evapora. S’addensa. Crepa. Va a fuoco. Non ha nessuno in cui specchiarsi perché nel bosco non c’è l’altro. La creatura capisce la solitudine eppure non la capisce, ringhia per avere un rumore da chiamare simile, e dà all’eco il nome di se stessa. Sente che l’eco un tempo è stato definito Dio ma ora ogni cosa ha il nome di ogni cosa perché non c’è nessuno che possa chiamarla. Ci sono troppi fantasmi sotto la terra, rossi rossi fantasmi.

*

Da un altro sogno ha imparato la violenza. Uomini e donne le imprigionavano la bocca con un morso da cavallo, la strapazzavano come una bambola. Alcune donne le mettono il rossetto, la pettinano e le stringono il collo. È un’orfana con padre e madre. Questa camera è molto rosa ma umida come una tana. C’è odore di corpi mischiati, di sangue, di vestiti usati per dormire. La creatura non vede mai nessuno rimanere dentro la stanza. La ragazza si fa legare con corde spesse ma, quando si sciolgono i nodi, cala un silenzio di vetro. La creatura si chiede perché, nella camera rosa, ci siano tanti oggetti di ferro.

*

Lo stagno sarà lì anche quando calerà il sipario. L’acqua aspetta qualcuno in cui riflettersi. Questo è un mondo a metà tra mondi, li moltiplica, non ne inventa nessuno. Tutte queste transizioni avrebbero potuto essere altre transizioni: il discrimine è solo nei numeri, e nei nomi, estratti dalla boccia di vetro. L’inizio di un’esistenza è la fine di un’altra. Viceversa. Una concordanza di discordanze regge un equilibrio di cui la creatura non ha coscienza. Perché esista la creatura, è un segreto: come i frutti del melo che ghiacciano la notte.

 

Immagine: Fotografia di Emma Hartvig.