Rimbaud e Verlaine al Panthéon?

da | Ott 18, 2021

Quello che segue è un capitolo di “Vite negate”, il nuovo libro di prose di Franco Buffoni, pubblicato con Fve editori, dedicato alle vite clandestine di chi ha dovuto nascondere la propria omosessualità per accordarsi a una norma eterosessuale, a lungo unica via per veder riconosciuto il proprio lavoro e i propri talenti.

 

Se papa Gregorio XIII decise d’imperio la sepoltura congiunta in San Pietro in Montorio del suo predecessore Giulio III con l’amato Innocenzo Santino, il presidente francese Emmanuel Macron si è sentito costretto a rifiutare nel 2021 la sepoltura congiunta di Paul Verlaine (1844-1896) e Arthur Rimbaud (1854-1891) al Panthéon, malgrado l’insistenza e la buona istruzione della “pratica” da parte del suo ministro della cultura Roselyne Bachelot, e malgrado le petizioni al riguardo di numerosi scrittori e uomini di cultura, da Jean-Luc Barré a Nicolas Idier. Non importa che i due poeti abbiano vissuto una delle più travolgenti storie d’amore che la Francia dell’Ottocento ricordi. Non importa che la loro vicenda abbia avuto e ancora abbia per il costume non soltanto francese, il peso che in Inghilterra ha avuto il processo a Wilde, o in Spagna l’assassinio di Garcia Lorca, o in Germania il processo Krupp. Non importa se i nomi dei due poeti resteranno per sempre legati nella storia mondiale della poesia, e se siano destinati a divenire sempre più emblematici nella storia del movimento LGBT+. È bastato che una pro-pronipote omofoba dell’autore di “Una stagione all’inferno” andasse dall’avvocato e dicesse “no” al trasferimento della salma del pro-prozio dal cupo cimitero di Charleville-Mezières – il borgo selvaggio nelle Ardenne dove Rimbaud nacque e da cui cercò di allontanarsi con tutte le forze – perché l’intero processo di traslazione delle due salme a Parigi al Panthéon si arrestasse. E anche Verlaine restasse segregato nel periferico camposanto di Batignolles, accanto alla moglie, che dopo la fuga e il colpo di pistola lo aveva “perdonato”. Qualcuno – ingenuamente o in malafede – ha replicato che almeno Verlaine lo si sarebbe potuto traslare al Panthéon tra Voltaire e Rousseau, Dumas e Hugo. Non capendo o fingendo di non capire che la traslazione avrà senso solo quando i due poeti potranno riposare insieme nel luogo più alto e onorato di Francia, per ciò che rappresentano per la storia mondiale della poesia e della cultura LGBT+. Ma è proprio questa valenza che chi rifiuta pari dignità all’amore che non osa di dire il suo nome, non vuole riconoscere. Se qualcuno si adombra perché mi sono permesso di definire culturalmente “omofoba” la pro-pronipote dell’autore del “Bateau ivre”, proviamo a ribaltare il ragionamento. Qual è quel pro-pronipote che potrebbe mai rifiutare per il pro-prozio grandissimo poeta la sepoltura nel luogo più alto e prestigioso che un Paese possegga? Ovvio che c’è dell’altro. C’è il fastidio che quel cognome resti legato per sempre a quel genere di amore. E se non è omofobia questa… Difatti Jacqueline Teissier, la pro-pronipote in oggetto, ha dichiarato: “Se i due poeti faranno insieme il loro ingresso al Panthéon, tutti penseranno a un omaggio che sancisce la loro unione omosessuale. Ma non è andata così: Rimbaud non è nato e non è morto con Verlaine, ha solo trascorso con lui alcuni anni della sua giovinezza”. Milioni di persone che da tutto il mondo visiterebbero il Panthéon per rendere omaggio ai due poeti e al loro amore dovranno dunque attendere che anche la negazione di Jacquelinette faccia il suo tempo, come lo ha fatto quello della pro-zia Marie Catherine Vitalie Cuif, la terribile madre di Arthur.


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