Riccardo Socci, Lo stato della materia

Lo stato della materia è un libro inedito di Riccardo Socci, in uscita per Arcipelago Itaca. Pubblichiamo in anteprima una scelta di poesie.

 

Pisa – Firenze

L’ordine che impone al paesaggio
il fiume: la superficie increspata
dal vento, le anse irregolari,
un tronco che galleggia.

Ma le persone, quale ordine
le persone? Nei condomìni
della Valdarno, dentro i capannoni,
sui vagoni del treno merci
che stanno caricando?

In un appartamento, un ovulo
sta per essere fecondato. Il pranzo
è appena finito e la donna
a cavalcioni geme sulla sedia
in cucina, muovendo a ritmo
il bacino. Sale il caffè.
Dalla televisione accesa
il giornalista incravattato
riporta gli eventi del giorno
a sua immagine e somiglianza.

 

*

Ti circondano le pareti bianche
di una stanza. Dalla fessura
nella portafinestra
senti la pioggia riempire le strade.
Le masse d’aria attraversano la città,
passano filari di antenne, segnali
terrazzi concimati dai piccioni,
prima di entrare in casa
sfiorandoti la mano.

Sdraiato sul divano, sembra allora
di capire il teorema dei cicli:
calore prodotto nel nucleo,
rocce metamorfiche sotto
radici che si allungano alla polpa,
chilometri di arterie dove corrono
ordigni innescati dal sole
per brillare sui rami.
Le schegge fuoriescono, gli stormi
riposano tra un viaggio e l’altro.

L’onda meccanica della tua voce
si propaga nella stanza,
raggiunge la portafinestra
e ritorna in gola, senza
spostare nulla, come il più immediato
dei molti corollari.

 

*

Bologna – Ancona

Ho attraversato come da bambino
a occhi chiusi il paesaggio. Il sole
filtrando tra un palazzo e l’altro
schiariva le palpebre nere.

Sapevo di sbagliarmi
semplificando di molto le cose,
ma pareva che tutto fosse a posto.
Com’è pulito il mondo all’alba, e calmo.
Nelle stazioni preparano i bagni
pubblici per i viaggiatori, e mentre
l’aria si scalda, per nostra fortuna
un altro giorno comincia a passare.

 

*

Firenze – Faenza

Soprattutto se il treno
fiancheggia un crinale, scegliere bene
il lato sul quale sedersi è importante.

A destra si apre una valle, casolari
di fronte al tramonto
che sembrano ferite. Sul fianco
sinistro rocce coperte
da una rete, lo stucco sulle facciate
dei palazzi. A intermittenza, su tutto
il buio di una galleria.

Siamo in arrivo a Marradi. Parole
e parole: vanghe che scavano
buchi profondi, o fondi rovesciati
di bottiglia sui pali di un recinto.

 

*

And when she leaves, she leaves nothing at all

La cassa diffonde il concerto di Neil Young.
Siamo alla strofa in cui l’alcolizzato
cade per strada. Le mutande sporche
nel cesto del bucato: anche così finisce
una giornata. Ho visto un uomo malato
entrare nella sua fine oggi, la fine di un giorno.
Ho provato rabbia e mi sono commosso.
Ho provato il desiderio di dimenticare,
l’ho assecondato. Il dolore di un uomo
è come la tenda che si chiude
nella cabina per le fototessere. Uno spazio
che le parole non percorrono,
che il senso del tatto attraversa più a lungo
delle parole, prima di fermarsi.

La teoria del campo unificato
prevede l’esistenza di undici dimensioni.
Oggi ho visto un uomo entrare
in una delle sette che non conosciamo.
Sul piano macroscopico,
la rotazione terrestre ci trasporta
da un inizio all’altro. Adesso è notte, anche così
finisce una giornata: ciascuno è a letto,
con le dita che si intrecciano, ricopia
di cellula in cellula
le proprie informazioni, dentro
la sua mente, come una traccia lasciata
nella speranza di perdersi, per sempre.

 

*

Viaggiando da Chiang Mai a Chiang Rai

Su un’auto con la guida a destra, ero distratto
e ho rischiato di investire
una donna che vendeva gli ananas
al margine della strada. La bestemmia
è uscita in inglese: un insieme ridicolo
e oscuro di suoni, che gli stranieri a bordo
non hanno capito.

Attraverso un sentiero nella foresta
si raggiunge la cascata di Khun Korn.
Dopo i primi istanti di stupore
e i selfie di rito, se continui
a fissarla senti la testa
farsi leggera. L’acqua
disintegra le rocce sale a sale
e gonfia le radici dei banani
tornando negli oceani. Vorrei
colmare anch’io i vuoti tra le cose
e avere come lei me stesso
soltanto per destino.

La macchina a noleggio ci ha lasciati in mezzo
a un’enorme piantagione di tè. Il sole
tramonta dietro le montagne
al confine con il Laos,
o forse il Myanmar, un luogo
comunque esotico, e la cara
illusione di un viaggio.

 

*

Al centro del campo c’è un salice.
Un fulmine, o forse il vento, ha spezzato
uno dei due rami principali.
Quello che adesso giace al suolo
non era più bello né più importante
dell’altro, era soltanto un ramo
diverso, che il salice non ha più.

Alla televisione stanno passando
un servizio su Bucarest.
Fanno vedere i senzatetto che vivono
sottoterra, nei tunnel dove corrono
gli impianti di riscaldamento dei palazzi,
sniffando la colla. Uno spiega
che lo fanno perché stordisce
e li aiuta a dormire.

Con i microfoni in mano
gli inviati sono impeccabili:
assecondano le circostanze
come ferventi pittori realisti.
I grandi poeti invece
sono come la colla,
e guardano sempre il ramo spezzato.

 

*

Novembre, gli operai in tuta
potano gli alberi del viale. Dai rami
caduti a terra, sale un odore
di linfa e di legno bagnato.

Scrivere poesie
è simile a potare:
recidere le frasche una alla volta,
finché resti soltanto un tronco nudo
che non rimanda a nulla
e non prospetta niente. Fare in modo
che sia sufficiente l’odore.

 

*

Dopo che abbiamo finito, sapere
che una parte di me ti resta dentro
mi consola, come se una strada
ci si aprisse davanti.
È la forma più concreta
e pura di comunione
con un altro essere umano.

Penso alla chimica che regola
gli effetti della pillola sull’utero.
Sta colando, mi dici mentre guardo
l’azzurro delle tue lenzuola
e il bianco. Tutto è incerto, ma i bambini
nel tardo pomeriggio giocano
a sbattere il pallone contro un muro,
attraversando liberi
come asteroidi lo spazio e il tempo.

 

*

Lugano – Zurigo

Corri dentro la roccia
nel quasi totale silenzio.
Di tanto in tanto, come anomalie
del battito, appaiono da un lato
le superfici ghiacciate dei laghi.

Ma se accade che un guasto
agli strumenti di controllo
prima di Erstfeld
ti conceda otto minuti di sosta
per guardare di nuovo fuori
e con più calma,
ti accorgi che dopo la roccia
e il ghiaccio ci sono le piante,
le bestie in letargo e gli uomini
rinchiusi nelle stanze
a generare i loro figli,
come sogni inviolabili
che non ti riguardano, ossia
che nulla di quello che vedi
ti guarda a sua volta.

La neve ha ancora un attimo
per coprire anche i binari,
prima che il treno ripartendo
la spazzi via. Sono felice
sono felice e tutto è molto bello,
sussurra al fidanzato una ragazza
nel vagone, e poi basta
ritorna nel silenzio.

Da piccoli c’era quel gioco:
fissare un fiocco che stava cadendo
per vedere se a terra si scioglieva
subito o dopo un po’. In base
a quello indovinare
quanto sarebbe durato
il bianco immoto.

 

Immagine: Sophie Calle, Suite Venitienne.