Prisca Augustoni, C’era una volta il Watu

Una tragedia ambientale e umana senza precedenti scuote una terra, una regione da decenni invasa da imprese multinazionali che l’hanno pian piano sventrata sfruttandone le ricchezze minerali. D’improvviso, una diga cede. Un fiume muore. Alcuni anni dopo, la tragedia si ripete, questa volta con oltre 200 vittime. Un altro fiume, affluente importante, si spegne nel giro di 48 ore. Tutto attorno al fiume muore: storia, memoria, speranza. Sulle sue sponde, alcune comunità indigene vivono dell’acqua e della pesca. Una storia di quotidiana apocalisse. Un crimine impune.
Scrivere poesia in tempi catastrofici quando fiumi, animali e piante muoiono davanti a noi, oltre alle persone sotterrate. Provare a farlo con la gola strozzata e la mano che ancora tiene, che cerca a tutti i costi di non straripare.

 

non c’è pace nelle cose
inermi in attesa della gente

sugli scaffali nei cassetti
in giardino dispersi
alla rinfusa
lasciati lì
aspettano chi tornerà più tardi,
gli arnesi per lo sterro

è un rovinare continuo
di questi oggetti
fuori dal senso

con la luce che cade a picco
pala che sferra
l’ultimo colpo
per lo scavo del fosso

un pozzo in giardino
tra il pollaio e il legname

mentre la gente corre si raduna
e si ripara
sulla scarpata
sugli alberi o in cantina

e chi riesce a liberarsi
dalla stretta morsa della palta
osserva, il cuore di stucco,

in basso, la valle dimenarsi
come una coda d’animale ferito

 

*

è una ventosa
che s’appiccica s’incolla ovunque
avvicina mondi mai pensati prima
e nuove e strane cose s’amiciziano

è un turbine che stritola
avanza e inghiotte nella morsa
pesci, rane, girini e libellule
un dolce frastuono in sottofondo

come di un’elica che gira
o il tonfo di una montagna quando frana

 

*

la bambola di Jessica giace
distesa sul corpo del pesce morto

il suo letto di scaglie e smalto
è luccichio che si staglia sul pantano

e coglie il sole
crudele che ancora nasce

il viso rivolto verso il tanfo
di pesce e di morte, lo sguardo

di chi sa l’orrore
senza voce o senza cuore forse
aspetta

che le piccole mani di Jessica
ridiventino un giorno calore
e infanzia

 

*

poi vennero i detriti pesanti,
metano nichel e arsenico
piombo e cromo
manganese e alluminio e leghe
strane dai nomi di pianeti distanti

questa lava tossica
è una ferita che spurga
apre altre pustole
negli affluenti e appesta
un qualcosa d’infetto che non cessa
di sputare fiamme in un fiume
da sé stesso straripato

 

*

c’era una volta il Watu
un fiume dalle dita nodose
sulle sue sponde viveva
la civilità delle radici galleggianti

 

 

Prisca Agustoni è nata a Lugano, Svizzera. Vive tra la Svizzera e il Brasile, dove lavora come traduttrice letteraria e come docente di letteratura italiana all’università federale di Juiz de Fora. Scrive e si autotraduce (poesia e prosa) in italiano, francese e portoghese, avendo pubblicato libri nei tre contesti culturali. Collabora con le pagine culturali del giornale Il Sole 24 Ore, ed integra il comitato organizzativo del Festival Internazionale di Letteratura Chiasso Letteraria, a Chiasso, in Svizzera. Traduce soprattutto poesia dallo spagnolo, dal portoghese e dal francese. Come poeta è stata invitata a diversi festival internazionali, e sue poesie sono state tradotte in inglese, tedesco, romancio, croato e spagnolo. Le sue ultime pubblicazioni sono : Poesia scelta (Ladolfi Editore, 2013); Cosa resta del bianco (Capelli Editore, 2014); Un ciel provisoire (Samizdat, 2015, in francese, selezionato per il Prix Lettres Frontière); Casa dos ossos (Macondo, 2017, in portoghese: finalista del premio letterario della lusofonia Oceanos 2018). I testi qui presentati integrano una silloge inedita, scritta con il sostegno della borsa letteraria di Pro Helvetia.

 

Immagine: Petro Koublis.