La “Vecchia Parigi” di Aloysius Bertrand

da | Nov 20, 2015

La “Vecchia Parigi” dà il titolo alla seconda sezione di Gaspard de la Nuit (1842), postuma raccolta di “fantasie in prosa” scritte da Louis (detto Aloysius) Bertrand (1807-1841). Questa capitale d’antan, popolata, per la maggior parte, da personaggi eccentrici ed emarginati, è ben lontana dalla Parigi di Bertrand e dei suoi contemporanei, quella che Walter Benjamin definirà “la capitale del Diciannovesimo secolo”. Tuttavia, sarebbe ingannevole pensare che la “Vecchia Parigi” bertrandiana rappresenti fedelmente la realtà storica della capitale francese. In Gaspard de la Nuit, quello della “Vecchia Parigi” è, infatti, un mito che racchiude in sé un disparato repertorio di emozioni e pulsioni represse. Gli istinti più oscuri – ormai apparentemente inaccettabili nella società borghese dell’Ottocento – possono così essere liberati (e quindi esorcizzati) nella geografia immaginaria di questa città scomparsa, contrassegnata da un caos urbanistico pre-haussmaniano e, quindi, in un certo senso, pre-razionale.

La “Vecchia Parigi” – una Parigi che, di fatto, non è mai esistita – sarà rievocata con nostalgia da generazioni di poeti francesi.

La vecchia Parigi non è più (la forma di una città
Cambia più in fretta, ahimè, del cuore di un uomo!);

recita, ad esempio, un celebre passo del Cigno di Baudelaire, qualche anno dopo la pubblicazione di Gaspard de la Nuit. Nello stesso anno della prima scandalosa edizione de I Fiori del Male (1857), un autore semisconosciuto, tale Paul-Ernest de Rattier, giornalista proveniente da Bordeaux, pubblica quello che lui stesso definisce il suo “colpo di stato letterario”, Paris n’existe pas (Parigi non esiste), opera destinata a essere riscoperta dal Walter Benjamin dei Passages. In quest’arguto volumetto polemico e ricco d’ironia, De Rattier si diletta a denunciare, da un lato, l’inautenticità – o meglio, l’inesistenza – della Parigi a lui contemporanea, quella degli anni Cinquanta dell’Ottocento, qui soprannominata, senza alcuna esitazione, la “falsa Parigi”. Dall’altro lato, De Rattier rievoca con grande nostalgia la “vera Parigi”, ossia l’autentica (seppur mitica) “vecchia Parigi”, una città tenebrosa e popolata da straccioni e personaggi stravaganti che vagano liberamente fra un ingarbugliarsi disordinato di fetidi sentieri:

La vera Parigi è ovviamente una città nera, melmosa, maleodorante, striminzita nelle sue vie strette come in un abito di liceale, brulicante di vicoli ciechi, di strade senza uscita, di viali misteriosi, di labirinti che vi conducono fino a casa del diavolo; è una città che congiunge i tetti appuntiti delle case buie quasi a contatto con il cielo, che vi fa così invidiare quel poco d’azzurro che il cielo del nord elemosina alla grande capitale.

(Traduzione di Fabio Fracescato, Parigi non esiste, Asterios, 2013)

Proprio come la Digione di Bertrand, tanto celebrata dal poeta nella sua enigmatica prefazione a Gaspard de la Nuit, l’adombrato labirinto di questa Parigi d’antan può condurre al diavolo – metafora della conoscenza proibita, ma anche della più profonda disperazione.

Per ricostruire la sua “Vecchia Parigi”, Bertrand attinge da quest’arcano mito e la capitale diventa, in questo modo, un’altra provincia dell’immaginario romantico francese che l’autore di Digione si diverte a manipolare e reinventare per affascinare i lettori delle sue “fantasie”. Un fitto labirinto attraverso il quale Bertrand sviluppa la sua dissacrante e imperterrita ricerca artistica.

Bertrand e De Rattier si dilettano quindi a reinterpretare, non senza ironia, visioni stereotipiche del mito ottocentesco della “vecchia Parigi”, e i loro testi, benché scritti ad anni di distanza, dialogano fra loro, simili a variazioni musicali sullo stesso tema. ‘La vera Parigi ama ospitare la miseria a fianco dell’opulenza, senza mediazioni artificiose’, dichiara De Rattier, quasi a parafrasare e riassumere il Raffinato di Bertrand, benché, molto probabilmente, l’autore di Bordeaux non abbia mai avuto il piacere di leggere Gaspard. Nel Raffinato, testo che ha senza dubbio ispirato il Baudelaire dello Spleen di Parigi – basti pensare al grottesco protagonista del poemetto intitolato Un fatuo (Un plaisant)Bertrand ritrae un singolare personaggio che, offuscato da orgoglio e vanità, si ostina a nascondere la propria miseria dietro a una maschera di aristocratica eleganza:

«I miei baffi ripiegati in punta sembrano la coda di una tarasca, la mia biancheria è bianca come una tovaglia di cabaret, e il mio farsetto non è più vecchio degli arazzi della corona.

»Chi immaginerebbe mai, a vedere la mia elegante andatura, che la fame boia alloggiata nel mio ventre stringe una corda che mi strangola come un impiccato!

[…]

»Place Royale questa sera, sotto la luce dei lampioni, è illuminata come una cappella! – «Occhio alla lettiga!» – «Limonata fresca!» – «Maccheroni di Napoli!» – «Qui, piccolino, lasciami assaggiare con le dita la tua trota in salsa! Imbroglioncello! mancano le spezie nel tuo pesce d’aprile!»

»Ma quella non è Marion De l’Orme al braccio del duca di Longueville? Tre cagnolini la seguono guaendo. Bei diamanti ha negli occhi la giovane cortigiana! – Bei rubini ha sul naso il vecchio cortigiano!»

La confessione del protagonista – il raffinato appunto – è qui accompagnata dal suo sguardo sulla piazza principale che apre la scena a una polifonia di voci. All’interno di questo quadretto, la fame dello sventurato protagonista sembra ancora più ingiusta, proprio perché si scontra con lo sfacciato spettacolo del bendidio in vendita; tutte raffinatezze destinate ai pochi privilegiati che possono permettersele. Come descrive De Rattier nel suo pamphlet, anche nella “Vecchia Parigi” di Bertrand la miseria va a braccetto con l’opulenza, sotto gli occhi indifferenti di duchi e cortigiane.

Ma il testo di Bertrand non termina con le parole del suo patetico protagonista. Dopo un asterisco – tipica strategia tipografica dell’autore di Digione – incontriamo repentinamente il punto di vista di un osservatore esterno che smaschera la vera identità di questo povero diavolo:

E il raffinato si pavoneggiava, il pugno sul fianco, urtando col gomito i passanti, e alle passanti sorridendo. Non aveva di che cenare; comprò un mazzolino di viole.

(Traduzione di Lanfranco Binni, in Bertrand, Gaspard de la Nuit, Garzanti 2003, pp. 53-54)

In un ostinato tentativo di farsi accettare in un ambiente ben fuori dalla sua portata, questo misero dandy sceglie di morire di fame pur di non rinunciare all’eleganza. Così facendo, il protagonista di questa fantasia bertrandiana diviene la tragica e grottesca incarnazione dell’estremo e incolmabile divario fra ricchi e miserabili che coabitano, gli uni accanto agli altri, nella “Vecchia Parigi”.

In Parigi non esiste, De Rattier insiste più di una volta su questa vivace convivenza:

Si passerà dai figli di chi si veste in doppio petto ai figli di chi si veste di brandelli, dai duchi e dai pari della vecchia monarchia agli emeriti nottambuli delle bigonce e degli stracci. Senza linea di divisione, profumati d’ambra, profumati di muschio, dal profilo d’aquila, i rappresentanti dei secoli eleganti e cavallereschi; lì i questuanti pallidi, paonazzi, camusi, con gli stracci nella melma, immondi avanzi sfuggiti alle fosse. Per un verso mani bianche e delicate […] per l’altro erose dall’acaro, mani insudiciate.

(Traduzione di Fabio Fracescato, Parigi non esiste, Asterios, 2013)

Un simile mix carnevalesco di classi sociali – usando l’aggettivo “carnevalesco” nella sua accezione bachtiniana – era già stato dipinto da Bertrand in Gaspard de la Nuit, ad esempio nei Pezzenti di notte:

«Ohé, stringetevi che ci scaldiamo!» – «Ti manca solo d’inforcare il fuoco! Questo squinternato ha per gambe delle molle da braci.»

«L’una!» – «Che gelo!» – «Sapete, cari allocchi, cosa fa così chiara la luna?» – «No!» – «Le corna di becco che vi bruciano. »

[…]

«Ho il naso gelato!» – «Ho le zampe arrostite!» – «Vedi nulla nel fuoco, Choupille?» –  «Sì! un’alabarda.» – «E tu, Jeanpoli?» – «Un occhio.»

«Largo, largo a messer de la Chousserie!» – «Signor procuratore, siete ben impellicciato e guantato per l’inverno!» – «Questo è certo! I gatti non hanno geloni!»

«Ah, bene, signori della ronda!» – «I vostri stivali fumano.» – «E i rubagalline?» – «Ne abbiamo uccisi due con un colpo d’archibugio, gli altri sono scappati attraverso il fiume.»

*

Così, intorno a un fuoco di sterpi, facevano comunella coi pezzenti di notte un procuratore del parlamento che correva la cavallina e i guasconi della ronda che raccontavano, senza riderne, le prodezze dei loro archibugi scassati.

(Traduzione di Lanfranco Binni, pp. 49-50)

Proprio come suggeriva De Rattier, in questa mitica Parigi si passa “dai duchi e dai pari della vecchia monarchia agli emeriti nottambuli”, in una sorta di solidale egualitarismo notturno ben espresso dal proverbio popolare “Di notte tutti i gatti sono grigi”, un proverbio non a caso citato da Bertrand in epigrafe a La Serenata, un altro dei testi che formano la sezione dedicata alla “Vecchia Parigi”.

Tuttavia, come abbiamo già visto nell’esempio del Raffinato, sarebbe ingenuo pensare che la caotica oscurità della “Vecchia Parigi” favorisca solo impulsi positivi, come il sentimento di uguaglianza raffigurato dalla combriccola accovacciata intorno al fuoco nei Pezzenti di notte. L’atmosfera notturna della “Vecchia Parigi” di Gaspard de la Nuit è, anzitutto, l’ambiente ideale per dare sfogo ai moti più violenti della coscienza, gli istinti più cupi, il politicamente scorretto, in altre parole, a tutto quello che è solitamente represso dal regime autoritario della razionalità diurna. Che il lettore sia avvertito, in Gaspard de la Nuit, si possono incontrare dimostrazioni di schadenfreude, crudeltà gratuite e forme di sadismo, come succede, ad esempio, nella Lanterna:

Ah! perché mai stasera, mi sono accorto che per me, piccolo folletto di gronda, c’era un riparo dal temporale nella lanterna della signora di Gourgouran!

Ridevo, udendo un folletto inzuppato dall’acquazzone ronzare intorno alla casa luminosa senza riuscire a trovare la porta per cui ero entrato.

Invano mi supplicava, roco e intirizzito, di permettergli almeno di riaccendere il suo stoppino alla mia candela per cercare la strada.

All’improvviso la carta gialla della lanterna s’incendiò, squarciata da un colpo di vento che fece gemere nella strada le insegne appese come stendardi.

«Gesù, misericordia! Gridò la beghina, segnandosi con le cinque dita.» – «Il diavolo ti attanagli, strega, urlai sputando più fuoco di un serpentello d’artificio.»

Ahimè! Io che ancora stamattina facevo a gara in grazie e raffinatezze col cardellino dalle piccole orecchie di lino scarlatto del damigello di Luynes!

(Traduzione Lanfranco Binni, p. 51)

Trattenuto dalla luce mattutina (metafora dalla ragione), il sadico protagonista faceva “a gara in grazie e raffinatezze”, ma in questa Parigi notturna getta la maschera per dare finalmente libero sfogo alle proprie perversità.

C’è di peggio. La “Vecchia Parigi” di Gaspard de la Nuit non ospita solo sadismo e violenza, ma anche xenofobia e antisemitismo, come nella fantasia I due ebrei, nella quale una folla schiamazzante si diverte ad insultare i due malaugurati protagonisti per la sola ragione di essersi fermati a parlare durante il coprifuoco. “Addosso! addosso!” gridano questi “burloni che correvano festosi verso a piazza del Mercato”, aggiungendo con angheria: “agli ebrei il giorno, ai vagabondi la notte”. Simili brutalità gratuite saranno rivisitate da Baudelaire in alcuni poemetti dello Spleen di Parigi (ad esempio nel Cattivo vetraio e in Ammazziamo i poveri!) per sferrare un’irriverente sfida al perbenismo borghese; una sfida a colpi di pazzia. Del resto, l’esaltazione di queste pulsioni represse, benché spesso ironica e dissacrante, assume, anche in Bertrand, un valore liberatorio, quasi catartico – una sorta di rivendicazione dell’istinto animale contro la cieca fede nella razionalità borghese ottocentesca.

Per apprezzare a pieno la “Vecchia Parigi” di Bertrand (e di De Rattier), il lettore dovrà quindi essere pronto ad abbracciare queste apparenti incoerenze, insieme alla profonda, forse incomprensibile, nostalgia per un mitico e tetro passato, in un mix di virtù democratizzanti e antiborghesi e di pulsioni violente.

Questo mondo carnevalesco alla rovescia è un tratto distintivo del Gaspard de la Nuit di Aloysius Bertrand, una raccolta che ci invita a mettere in questione ogni forma di logica tradizionale, trasportandoci in un misterioso mondo governato da superstizioni, spesso demistificate dall’autore con umorismo e ironia. Del resto, in Gaspard de la Nuit niente è come appare, proprio come l’enigmatica figura del diavolo che si aggira nella raccolta sotto diverse forme, con un sorrisetto canzonatorio. L’estetica betrandiana, sviluppandosi intorno a un’implacabile – seppur beffarda – ricerca dell’arte assoluta, o, per lo meno, di una nuova e autentica arte adatta alla modernità, comporta quindi non poche sfide per i lettori che dovranno saperne assaporare, con ironia, le risposte contradditorie, i repentini capovolgimenti, e le inerenti tensioni irrisolte.