Diorama

da | Set 10, 2021

Quattro poesie da “Diorama” di Laura Di Corcia (Tlon, 2021).

 

Quando iniziò la scrittura era tutto parallelo. Indistinto si muoveva tutto piallato.
Il sasso era il sasso, il vento vento.
Non c’era niente di predeterminato.

Poi è arrivata la storia a prendere ai fianchi l’epoca bianca
la piramide
e tutte le bocche a penzolare dal vertice.

Tu non era più io,
noi era il pronome più vigliacco.

Ora è solo la lingua
a dire che il re è nudo
che siamo tutti nudi
tutti.

 

*

KEIKO OGURA

“Che cos’è la nostra innocenza, che cosa la nostra colpa?
Tutti sono nudi, nessuno è salvo.”
Marianne Moore

 

I

A otto anni il mondo è tutto in uno specchio
io lo guardo
lui mi guarda
fuori il mondo è l’oro del sole.

Lui è uno, io sono una e trina
sono mio padre e mio fratello
e poi sono il ramo che scende verticale
da un albero cresciuto male.

A otto anni non sai come
uno specchio possa schizzare
lo impari piano
con le palpebre che fanno male.

A otto anni esci di casa come sempre
(tuo fratello spia il disastro dalla collina)
i vestiti sono a brandelli
non sai niente di fisica quantistica.

E vai, corri da chi non può che elemosinare
l’acqua che plachi la doglia, uccida fatalmente
a otto anni uno sbaglio è qualcosa di normale.

A otto anni non conosci ancora
la legge della bomba atomica, della vita.

 

*

KOBANE, 2019

Aspettami fra il Tigre e l’Eufrate.
Ovvero quel punto della terra
triangolo da cui parte la retta
della storia

io sono una guerriera silenziosa
ma so che qui è nata ogni cosa

aspettami, dico, e troverò il modo
di ricostruire tutto

un fucile
il sogno di un noi

quello che è stato è stato
ma è così aperto, non protetto, disarmato…

 

*

SOLITUDINE

Il mio paese è d’oro e ombra.
Il mio paese è solo solo.
Lassù, lassù, lassù sulla montagna.
Tutti sono scesi, scesi dalla montagna,
e sono rimasta sola, contro le case bianche.
Il mio paese è d’oro, d’oro e luce rossa,
il mio paese, è ora una percossa
ma c’è con me un picchio
un picchio spennato
almeno lui solo
non se n’è andato…

Sgrana i piselli e non pensare al tempo. Accordati con una voce sottile, che senti, che vedi solo riflessa. Non cercare nella parete qualcosa che possa rifletterti. Sei sola contro gli specchi, sola, e nella tua ombra si rispecchiano solo le lenzuola.

Ho sofferto anni e anni, contro la coltre bianca,
tu eri di diamante, tu eri già scomparso.
E ce ne siamo andati, intonando il canto uguale,
e ce ne siamo andati, intonando il canto bianco.

E non. Non temere che l’inverno ti porgerà dei frutti. Il problema è che le lande si distendono sempre uguali, il problema è che già vedi le schiene degli ultimi rimasti sparire all’orizzonte. Pensa al tè. Toglilo dal fuoco. Rimestalo, giralo: immergi il naso nella trasparenza.

E un giorno disse il picchio
il picchio spennato
disse che anche lui
se n’era era andato.

Non torcere il collo pensando che così facendo trasformerai il dolore in qualcosa di materico. Il dolore non sarà mai un pupazzo di pane da distruggere per sempre, anche perché le briciole rimangono e niente scompare in questo teatro. Chi esce di scena è chi sta veramente tornando. Tu sei inchiodata al centro, e hai le pupille grandi.

E poi la bambina
prese il coltello
il coltello dalla parte
del manico-uccello
lo mise dentro forte
tutto lucido e bello
uscì un po’ di sangue
e il picchio se ne andò.

Immagine: Valentin Janvier.

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