Carlangelo Mauro, “Dare e avere” (1966): la centralità dell’amore. Su Salvatore Quasimodo

Un estratto da Attraversare la poesia di Salvatore Quasimodo: percorsi di lettura, dalla nuova edizione di Tutte le poesie, Mondadori, 2020, a cura di Carlangelo Mauro, con introduzione di Gilberto Finzi.

 

 

Dare e avere (1966)
LA CENTRALITÀ DELL’AMORE

Il discorso poetico di Dare e avere esalta l’amore sul piano pubblico e privato, come valore individuale e universale. Mazzamuto, che riconosce appunto nell’amore il tema principale del libro accanto a quello della morte – i testi furono scritti dopo l’infarto da cui il poeta fu colpito nel ’58 in Russia –, accosta il titolo a Essere e avere del filosofo esistenzialista Gabriel Marcel (1935) e lo spiega secondo i due principi del «dare» come «segno di vita, di amore, di essere, di assoluto», e dell’«avere» come il «non-amore», il non donare, «marchio di morte» e di indifferenza. «Il disprezzo è un desiderio puro», vien detto nella prima poesia, eponima della raccolta: l’amore totale, infatti, vuole “avere” solo tramite “dare”, secondo la celebre formula di Giulietta «the more I give to thee, / The more I have», tradotta nel 1948 da Quasimodo, per Mondadori, «più a te ne concedo [di amore] / più ne possiedo».

Il «dare» del poeta, però, è sempre più isolato nella società, ora che «il sangue / delle guerre s’è asciugato» e sono definitivamente cadute anche le speranze legate alla Resistenza intesa come «sicurezza morale» (Il poeta e il politico, 1959) espresse nei Discorsi. Nel primo testo della raccolta Quasimodo si rivolge al lettore («tu che mi ascolti», come Petrarca in apertura del Canzoniere) dicendo: «Nulla mi dài, non dài nulla». E nell’intervista a Claudio Casoli del 1968 chiarisce che «veramente siamo fatti per dare, anche noi scrittori, la vita agli altri» e che «lo scrittore è da sbranare» ma anche «da aiutare e amare…». Zagarrio elegge il tema dominante di Dare e avere, l’amore, a tema privilegiato dell’intera produzione di Quasimodo: «soprattutto amore, o, meglio, bisogno di esso e sua disperata ricerca in tutte le sue eventualità fisiche e metafisiche, private e sociali, storiche e mitiche». In Solo che amore ti colpisca – composta nella notte dell’8 luglio 1961 – il poeta insiste sull’Eros cosmico che colloca l’uomo nella natura «in mezzo agli animali / i cavalli i gatti i topi di fogna», «bruni» come la donna del Cantico dei cantici («la donna di Salomone»), unendolo all’armonia della creazione tutta. E in una poesia d’amore dedicata a Curzia Ferrari, Che breve notte, dell’agosto del ’67, troviamo ancora l’aggettivo «bruna» a esaltare l’oggetto d’amore: «Ma tu ti svegli, bellissima. / Bruna e bruciante mi svegli / a nuova vertigine». Un’altra «Donna bellissima», forse ancora con il richiamo al Cantico («o bellissima tra le donne»), è in Glendalough, in cui Quasimodo si rifà alla leggenda di Kathleen, innamorata del santo irlandese Kevin […].

Ancora in Solo che amore ti colpisca, dove «tremendo / campo a bandiere spiegate» è di nuovo una ripresa dal Cantico dei cantici, il poeta afferma che nella natura e nell’eros come principio vitale non esiste separazione tra ciò che è puro e ciò che è impuro, tra ciò che appare immondo (il topo) e ciò che è bello (la donna). L’amore permette di sentirsi parte della natura e della «terra impareggiabile»: «la terra / ripete la mia voce nella tua» (Non ho perduto nulla). Immonda è invece la «Mente» ridotta a residui di «cartilagine / bruciata di plastica corrotta», intesa come capacità distruttiva della scienza e della tecnica, piegate nell’“età dell’atomo”, «allo sterminio» (Uomo del mio tempo) e alla distruzione della natura, dalla quale l’uomo rischia di separarsi definitivamente, “giudicato” dagli stessi esseri naturali che ha rinnegato: «Gli uccelli ti guardano dagli alberi e le foglie / non ignorano che la Mente è morta / per sempre». In questi anni Quasimodo subisce l’influenza dei versi sull’amore di Cummings, da lui tradotto nel 1958 per Scheiwiller: «amore è tutto e più di tutto».

Ed è la donna amata l’unica difesa dall’«eterno conto molesto» del “dare e avere” dell’esistenza. Di fronte alla malattia e alla morte si rafforza in Quasimodo l’idea di una «poesia d’amore» nel segno di Orfeo (già presente peraltro in Dialogo, testo del ’47: «urla d’amore, vinci, se vuoi, il mondo», verso, questo, che rimanda anche al Vangelo di Giovanni, tradotto nel ’46, dove Cristo dice: «Io ho vinto il mondo»). Come attestano gli articoli di «Tempo», in questa fase il poeta legge in modo non “ortodosso” anche Marcuse, che in Eros e civiltà scrive: «L’Eros orfico trasforma l’essere: vince la crudeltà e la morte con la liberazione». Ma quel «non dimenticare / di essere abile animale e sinuoso / che violenta torrido e vuole tutto qui / sulla terra» di Solo che amore ti colpisca equivale alla maturazione di un pensiero anticamente radicato in Quasimodo, il binomio di eros e giovinezza come antitesi alla morte: bisogna voler «tutto qui» prima che «il corpo» si riduca nella vecchiaia a «cadenza di memorie accartocciate».

Già nel saggio Poesia del dopoguerra (1957), Quasimodo aveva scritto: «Il poeta moderno […] crede nella morte, ma non teme la morte. E vuole ogni cosa qui sulla terra». L’impegno all’amore che redime riguarda l’uomo intero, nel suo essere corpo e anima: «Ricorda che puoi essere l’essere dell’essere / solo che amore ti colpisca bene alle viscere»; questi versi potrebbero essere commentati dall’affermazione sul realismo di Dante, nel saggio del ’52, a proposito delle poesie per «donna Petra»: «i sentimenti non sono anagogici,ma salgono dalla carne battuta da vero vento e pioggia e grandine». «L’urlo della rana in amore, verde» è lo stesso dell’uomo che ha fede nel «più verde ramo del sangue» (Solo che amore ti colpisca), nella vitalità dell’eros, nell’armonia con la natura e gli animali, rimedio all’angoscia di morte e alla distruttività della “necrofilia”. È attraverso il “vero verde”, l’amore come totalità, che si risponde al bisogno di autoliberazione, si combattono la morte e gli impulsi distruttivi insiti nelle ideologie dei «padroni della terra» e della guerra, come Quasimodo scrive fin da Anno Domini MCMXLVII: «lasciateci un giorno senz’armi sopra l’erba / […] mentre abbracciamo la donna che ci ama».

In tale contesto viene a collocarsi l’invito rivolto all’amata (in questo caso Curzia Ferrari) in Poesia d’amore: «violenta allora l’immobile morte / e prepara il nostro letto di vivi». Il vissuto personale, come di consueto, entra nei testi e si fa poesia. Rivolgendosi ad Annamaria Angioletti, che non aveva potuto seguirlo in Germania nella primavera del ’61, in Lungo l’Isar Quasimodo afferma: «dirò il mio cuore a gente di Baviera / e tu sai che parlo a te sul Naviglio». La meditazione «dentro il […] corpo», le domande metafisiche e spirituali di fronte al sempre presente «rumore della morte», la nostalgia dell’esilio volontario («Ancora una città straniera») e la lontananza dall’amata gli fanno nascere l’invidia «del futuro», perché a lui di tempo per amare ne è rimasto poco. Così in Tollbridge ancora il pensiero del futuro («Quanto mio futuro posso contare») e la ricerca di assoluto, di un «tempo senza forma», si incrociano con il vitale desiderio d’amore. È la presenza della donna amata a impedire al «futuro» imminente di essere già presente, con il suo carico di dolore, morte, noia, a interrompere il suo giro, come una ruota di mulino, che «avvolge un minuto / al minuto passato» (Impercettibile il tempo).

La morte e la perdita della speranza sono associate, in Basta un giorno a equilibrare il mondo, all’assenza della Angioletti nell’estate del 1961: «cerco nel tempo / una donna d’amore» e, quando il rapporto entra in crisi, l’attesa di una risposta che non arriva («La mia malattia in Russia era uno scherzo confrontata con questa pena. Perché non mi hai scritto nemmeno una parola?», le scrive a Cap-d’Ail il 3 agosto del ’61) è registrata nel verso: «Nello scroscio delle fontane / s’è perduta la tua voce». Come in Anno Domini MCMXLVII, un solo giorno passato con l’amata potrà rappresentare la pienezza della vita: «basta un giorno a equilibrare il mondo». L’amore è ancora una volta centro dell’essere, è la freccia scagliata da giovani «con ansia di amanti» che raggiunge il bersaglio (in Balestrieri toscani, scritta dopo aver assistito al Palio della Balestra di Sansepolcro). La conclusione della poesia ribadisce ancora una volta che l’amore si contrappone alla morte come speranza di eternità, di vittoria su di essa: «l’uomo non muore / è un soldato d’amore della vittoria continua».