Arnaldo Colasanti, Notte purpurea. La poesia di Giancarlo Pontiggia

 

Pubblichiamo un estratto da Notte purpurea. La poesia di Giancarlo Pontiggia, di Arnaldo Colasanti, volume da poco uscito per Amos Edizioni.

 

Uno. Sorprende la notte: è un sospiro o forse un silenzioso, antichissimo singhiozzo. Ungarettiano come non mai, l’endecasillabo si eleva e subito si sfa per quella doppia lunga pausa (una virgola, il verbo vocativo), così che l’enjambement, da taglio, da presa di posizione, diventa subito una carezza, è il ciuffo di lunghi capelli fra le dita. Dobbiamo leggere coll’immaginazione, custodi della tradizione lirica europea.

Ecco un endecasillabo kreisleriano: “E’ notte, sei tra le cose del mondo”. Giancarlo, nella scrittura, lo nasconde in quella soffusa carezza delle pause, perpetuando, in un certo senso, il pianismo schumanniano che riduce al minimo il materiale tematico e lo fa poi ruotare in una perpetua circolarità, affidando gli accenti ai nuclei degli intervalli.

Segue un altro frammento che è, di fatto, un novenario afono, in sé forse afasico e già simbolista, scritto, come dire, per la mano sinistra (“le cose solide, vaganti”) ma a cui risponde il batticuore dell’endecasillabo che viene, oro di echi e di assonanze, strisce di seta increspata (“che si sfanno in altre cose: cose”). In questa volatilità degli eccessi (prima l’afonia, poi la lucentezza) si può raggiungere l’apice di un atto perpetuamente doppio, simmetrico, a specchio. Da una parte, l’estensione quasi inerziale che brilla richiede la pura virtualità della dialefe (“che si sfanno in altre cose: cose”); dall’altra, il depotenziamento decasillabico del verso seguente, così analogico e sospeso (“su cose, nell’imo che fermenta”), impone l’improvvisa sovranità di un tono giambico che determina un innalzamento perdutamente oscillante, il ritorno di alti e di bassi, ma come un ripetersi progressivamente abbreviato, quasi che la partitura metrica del testo richiedesse l’adesione ad un monotematismo soffuso, se non magico, non dico l’armonia del pianoforte bensì la solitudine della cetra. Con un corollario.

L’arsi si incendia per svanire in una tesi lunghissima (“su cose”). Ma se l’arsi funziona da incenerimento dell’estensione fulgida e liquida dell’endecasillabo precedente e se, per questo, fa tutto sua la dépense, dico il depotenziamento decasillabico, è perché agisce anch’essa in una virtualità che qui, metricamente, sembra quella di una sillaba lunga irrazionale, il tratto quasi invisibile che lancia un profondo laccio di memoria verso quella lontana, ma presente, notte della sorpresa (“E’ notte…su cose”). La sillaba, insomma, nella pura irrazionalità dell’immaginazione, si appropria di qualcosa di radicalmente intimo (nel senso heideggeriano di Eigentliche) ovvero di un significato che tanto più stringe la voce alla grande luce nera della poesia quanto maggiore appaia il depotenziamento decasillabico della parola. Ecco, la debolezza, la sparizione, collimano con il fulgore: la presenza della lingua è l’unità oscillante del ritorno di chiarore e buio.

E non basta. Siamo sicuri che “su cose, nell’imo che fermenta” sia davvero un decasillabo? Le dita dicono di sì ma non l’auscultazione. L’effetto notte della ripetizione in riverbero (tre volte in sequenza: “cose: cose/ su cose”), quel laccio mnemonico (“E’ notte…su cose”) che dichiara una presenza reale entre les paroles (“tra le cose del mondo”) indicano un’espansone dell’anima sonora. Ecco, le dieci scansioni si vengono allungando fino ad un virtuale ma densissimo endecasillabo.

Del resto, come mai avremmo potuto immaginare un’unità fatta di antinomie (la luminosa estensione endecasillabica versus un depotenziamento decasillabico), se non avessimo creduto che l’unità della poesia sia sempre la verità che salva e mai la verità stupefacente e dialettica degli opposti? In questa strofe, dunque, siamo dentro una spirale mirabile: la forma della lingua possiede il disegno di una conchiglia. Ascensione e caduta, ma reciprocamente, senza distinti. La verticale che richiede lo specchio dell’orizzontale, i vari fuochi dell’ellissi, lo spazio come sezione di altre nuove sezioni di coni. Così come avviene nel grappolo dei tre endecasillabi che seguono: forme potenti di una dimensione centripeta e subito centrifuga, quando, per esempio, lo sprofondamento (“e sprofondi/ nella vita che è”) sperimenta l’invasione del tutto in un uno (“nel tutto/ che s’invasa in uno, prima”), ma sempre, appunto, un attimo prima di allontanarsi di nuovo, nella febbre del pensiero, e cioè “di sfarsi nel crivello della mente”. Siamo dentro la spirale archimedea: i versi che si arrotolano sulla pagina contano una progressività diversa eppure sembrano, all’unisono, una corda a terra, in cui le spire segnano la medesima larghezza.

 

Due. Una spia essenziale va tuttavia segnalata. Notiamo il punto di crisi gnoseologico degli ultimi due endecasillabi. Leggere “nel tutto che s’invasa in uno, prima” (ripeto, quale unico endecasillabo) vuol dire misurare il contorcimento di una temporalità a prima vista indefinibile. Cosa vuol dire “s’invasa”? L’azione, che si produce, traccia senza dubbio un che di contratto. La ripetizione, persino ossessiva, della relazione grammaticale esplicativa (ciò che ripete il modus dell’azione del soggetto: “le cose…che si sfanno; nell’imo che fermenta; nella vita che è”) risulta all’improvviso un grumo. Quel nodo “che s’invasa in” viene letto come la faglia o meglio attraverso la crasi del linguaggio. La matrice è chiaramente dantesca, sulla fonte di “vas electionis”. Ciò determina che l’inerente passaggio metafisico intenda il termine “s’invasa” come la distensione e cioè come la letterale espansione del tutto nell’uno. Il vaso, dico lo strumento, il mezzo, il congegno (a causa di un semitismo penetrato nella Vulgata), significa accogliere l’elezione, ossia la volontà libera di Dio, nel suo volere necessario, come dire il Tutto espanso nel limite dell’Uno, giacché il contenuto è in sé contenente. Con un dato interessante.

Ciò che sembra un processo estensivo del tempo non conosce la corrosione del tempo, ovvero quella tristezza dell’illimitato che si fa limite dell’Uno. Ma il contrario: l’anima che si lascia distendere nel limite del presente contiene l’assoluto del presente che viene vissuto nel suo esatto accadere di senso, così che il vaso si fa il puro contenente di ciò che tutto è contenuto. La relazione in atto non è tra esterno e interno. I due termini, dal punto della vista della dialettica, sono indefinibili, mentre lo sono definitivamente dal punto di vista del loro essere essenziale. Quell’unità di senso rende il Tutto il vaso dell’Uno e non il contrario, così che la reciprocità non è identità, né generica fusione, dal momento che l’elezione del limite è il significato, prima che la rappresentazione, della voce nella più profonda illimitatezza (la disparition che in sé stesso contiene) dell’assoluto del linguaggio.

Un pensiero di Maria Zambrano rende tutto elementare: l’anima è “lo spazio vivente dove il presente germina”. Con una serie di corollari: l’estensione temporale non è la perdita bensì il transitus; il limite della voce è contenente dell’assoluto contenuto del linguaggio, perché il linguaggio deve contenere persino la sparizione di se stesso; la vita dunque che germina è il presente della vita, l’istante pieno di un esistere che non ha limiti. Tuttavia, non basta. Occorre aggiungere che, nella poesia di Giancarlo, il passaggio metafisico determina un tratto grammaticale con cui fare i conti. Sebbene il modus insistito di un soggetto che si esplica (“che si sfanno/ che fermenta/ che è/ che s’invasa”) possegga il processo di una temporalità che distendendosi si riempie, non riesce comunque a sfuggire allo spasmo di una strana connessione grammaticale. Leggendo “nel tutto che s’invasa in uno” e così il successivo “prima di sfarsi nel crivello della mente” si percepisce sottile ma chiara quella retrocessione del tempo, una specie di definizione grammaticale dell’effetto in quanto, per paradosso, l’origine della causa. Viene da pensare che quel “s’invasa” nasconda dei valori preziosi. Per esempio, che vada letto nella fonte di un piuccheperfetto greco: intendo dire quale una forma temporale che non segni semplicemente l’anteriorità relativa rispetto al tempo principale, ma, di fatto, la rappresentazione di un atto che è nel passato, una vera e propria letterale proiezione dello stato delle cose indicate dal reggente nel tempo già trascorso. Con una conseguenza potente: il risultato effettuale che viene visto nel passato mostra la causa la quale, dunque, deriva nella precisa percezione dell’effetto. Il tratto “s’invasa” è una figura, si fa lo sguardo. Se poi diciamo che lo sguardo sia sempre ciò che addomestica la visione alla realtà – e cioè rende familiare quest’ultima allo sguardo, il quale non inventa ma trova e carpisce il suo significato di visione -, allora possiamo supporre che quella stessa proiezione temporale della causa vista nell’effetto sia la pienezza di un tutto nell’atto dell’uno.

Una pienezza che resta comunque spasmo. Il dantesco “s’invasa” ha dentro di sé il sentimento violento dell’invasarsi, dell’essere invasato (appunto letterariamente invaso), con un effetto di ellittica contrazione che incide il verso così da rendere l’azione del Tutto l’azione dell’Uno, in una profonda complementarità e significatività che non si confonde in una generica identità giacché, in quel rapporto, siamo nell’ambito di una perfetta relazione di pure differenze.

Cosa accade? Non una descrizione fenomenologica, bensì una visione. La voce poetica parla nella precisa crisi della linearità del linguaggio. La sua forza è quel vincolo di esclusione inclusiva a cui la cosa parlata dalla voce si deve sottoporre per fatto stesso di essere nel linguaggio, nella nominazione che presuppone sempre la sparizione del denotato.