Petronilla – Una storia crudele

Per gentile concessione della casa editrice “Ad est dell’Equatore”.
Tratto dalla raccolta di racconti “Polvere per scarafaggi” di Nando Vitali, pubblicato a Marzo 2019.

Nota introduttiva (dalla prefazione di Francesco De Core)
Vitali elabora, annota, cuce, chiosa senza mai giudicare, non c’è traccia di sentenza nella sua scrittura affilata e raffinata, ma una pietas e una curiosità indagatrice che allargano lo sguardo e il cuore, anche quando il cuore pare soccombere, e il male – come quasi sempre accade – prevalere come macigno che non si sposta, perché ingombrante, dalla strada di ciascuno.

Petronilla
Una storia crudele

«È inoperabile», così dicendo il dottore ristabilì le distanze fra le bocche ferme in attesa, e gli occhi malinconici della madre.
Ci fu un leggero tremolio, un balletto muto fra i presenti che non passò inosservato, per questo il medico, che con quella sentenza aveva distrutto ogni speranza, si sentì il dovere morale di aggiungere «ma la malformazione non tocca organi vitali. È solo una bizzarria della natura».
Non volle entrare nei dettagli. Si era consumata in quel corpicino una lotta fra due esseri di cui uno, pur avendo dovuto soccombere, non aveva rinunciato a lasciare traccia di sé.
Venne dalla cucina un vecchio con un cappello grigio sformato, un vecchio secco ma efficiente, di chi aveva cagato sangue per tutta la vita ma aveva resistito. Con in mano un bicchiere di vino molto denso che brillò nella luce del pomeriggio che spargeva molecole di luce nella stanza modesta ma dignitosa.
«Bevete un bicchiere di vino, dottore, lo facciamo noi…», e fece un passo indietro dopo che l’uomo per cortesia aveva accettato controvoglia. Bevve a metà. Il vino era leggero e frizzante e gli strizzò la lingua. Al vecchio mancavano due denti davanti. Ancora nutriva la speranza che qualcosa accadesse per il nipote.
In effetti il dottore ebbe d’un tratto profonda repulsione e si affrettava a uscire. Aveva già riposto gli strumenti del mestiere in una borsa quando la madre, non troppo giovane, ma nemmeno vecchia, con tracce di antica bellezza, gli domandò:
«Cosa ne sarà di mio figlio? Cosa ci consigliate eccellenza?».
Il medico la guardò con compassione, rimanendo fermo di fronte a lei, dando le spalle al letto dove giaceva il bambino, e sentenziò: «Dovete andare via da questo posto. In America… dovete emigrare in America. Lì il ragazzo prenderà confidenza con la vita. In America tutto è possibile. Potrà lavorare in un circo, per esempio. Quelli come lui sono molto ricercati. Potreste diventare ricchi…».
Sulla sedia in fondo alla stanza un uomo, fino a quel momento silenzioso, ebbe un sussulto. Poi si alzò dirigendosi verso il dottore e vedendolo consultare l’orologio lo ringraziò con due carte da mille lire, e accompagnandolo alla porta, prima del congedo, sussurrò «L’America…». «Sì, l’America», confermò il dottore.

Boston 20 anni dopo.

Mike se ne innamorò appena la vide. La sua figura emerse morbida dalla fessura della sua roulotte. Un finestrino stretto che dava ad est catturando la luce di primo mattino.
Al circo avevano parlato della nuova arrivata. Ne aveva sussurrato in confidenza il lanciatore di coltelli, un uomo insolente e dispotico. Quando scagliava le sue lame, Ofelia, sua moglie, lo guardava con aria di sfida come a dire «fallo, se hai il coraggio…». Cioè, trafiggimi una buona volta e facciamola finita. Quello sperticato amore ipocrita che manifestava col pubblico nei suoi confronti con baci e sguardi languorosi. Gli stava proprio sullo stomaco quel teatro ogni volta. La verità era che la sua fama se l’era conquistata sulla sua pelle. Avrebbe desiderato che sbagliasse così avrebbero smesso di dire che era infallibile! Quel coglione!
Perfino sul giornale. Inconcepibile, cazzo… senza nemmeno un accenno a lei che tutte le volte rischiava la vita. Che si strozzasse quel porco di Arturo l’italiano, pensava Ofelia, bevendo di nascosto whiskey di pessima qualità, e liquori dolciastri da supermercato, per giunta italiani.

In effetti quando Mike vide Petronilla era piegato in due in direzione dello specchietto e si stava radendo. La mano tremò. Restò fermo a osservarla dalla feritoia della sua roulotte.
Mike, nonostante fosse nato con quella bizzarria della natura era chiamato Il meraviglioso. Lui aveva tenuto a mente quello che gli diceva suo padre, «non si po’ diri st’acqua non ni vogghiu» (il destino non si rifiuta). Il genitore era uomo stizzoso e burbero, ma la sapeva lunga sulla vita, e quando emigrarono in America lo curò come un cavallo di razza, un figlio speciale.
Nel ripetere quella frase fissava il figlio quando era l’ora di dormire, lo carezzava con le mani che aveva consumato nel ferro e nel carbone. La moglie invece, la faccia scura, mugugnava nel suo scialle nero preghiere, mettendo da parte i dollari che dovevano servire se le cose si fossero messe male. Lo faceva in cucina, da sola, con uno strano fazzoletto con un nodo che serrava con accuratezza.
Questo figlio diventerà una macchina per fare soldi.
E così fu.

L’uomo con tre gambe. L’attrazione del circo Zabum. Il meraviglioso. Che perfino le donne trovavano per lui curiosità. Chissà cosa poteva nascondere un uomo così!
Non era bello, ma masculo sì. Mike Martini.
Aveva classe l’italiano. Si spellavano le mani alla sua esibizione. Specialmente quando roteava su di una sedia girevole a velocità folle creando un effetto di trottola impazzita che generava stupore e meraviglia.
Con le tre gambe palleggiava alla maniera dei giocolieri che era un vero spettacolo a guardarlo. Poi la bicicletta…
Era quello il periodo in cui gli astronauti della Gemini si addestravano per la luna. E dire che i russi erano in gran vantaggio. Gagarin aveva dimostrato di che pasta erano i figli di Stalin. Ma gli americani provavano e riprovavano, sorridevano alle telecamere mentre galleggiavano per le simulazioni di mancanza di gravità. Come se fosse un gioco. In ballo c’era l’onore della nazione. Il guanto di sfida era stato lanciato all’orso siberiano che aveva già scritto la storia con quel primo lancio attorno alla terra.
E Mike, in un certo senso ricordava quel progetto. Anche Petronilla ne rimase impressionata. Petronilla l’acrobata. Esile, elastica, filiforme e sorprendentemente bella e androgina. La morbida consistenza di una canna di bambù, di quelle che sbucano dall’acqua di palude fra il via vai d’insetti e pescetti d’acqua dolce.

Nelle segrete stanze del suo pensiero Petronilla era immersa in fantasticherie fumando il suo sigarillo. Sospirando, assaporandone il tabacco profumato in sorsate dense, languide, che si sfarinavano in cerchi roteanti.
Pensava in quel modo da lemure assorto, coi suoi occhi spiritati, con una luce rossastra, da aliena proveniente da mondi lontani. Si domandava di quell’uomo a tre gambe mentre provava un nuovo esercizio flettendosi simile a un tubo di gomma: sarebbe rimasta sospesa sulla corda con una mano inerte, come in un quadro di Balthus. La bocca semichiusa a circa trenta metri d’altezza sotto al tendone, sull’arena sabbiosa, mentre gli spettatori l’avrebbero guardata, ammirandone i fianchi morbidi e stretti, piegata in se stessa, l’inguine misterioso di donna senza sesso.
I capelli cortissimi quasi bianchi, vicina a un’albina, un biondo cenere. Creatura inafferrabile in un esercizio quasi impossibile.
Mike aveva saputo che era resistente ai corteggiamenti. Aveva però notato lo stupore di fronte alle tre gambe, che sconfinava nell’ammirazione, dunque era capace di vedere la luce laddove sembrava ci fosse solo l’eccentrico, il fenomeno da baraccone.
Ebbe l’intuizione di avvicinarla mentre fra un fumo e l’altro si sdraiava in posizione comoda al sole su di una sedia da campeggio nel pomeriggio, quando nel circo si spandevano ombre, esseri che sembravano creazione di un bizzarro disegnatore più che persone vive. Del resto, osservando bene, ognuno viveva nel suo guscio, imprigionato in esercizi ripetuti mille volte in attesa di andare in scena. In ogni roulotte aleggiava una misteriosa elettrica aria di follia.

«Mi chiamo Mike Martini», le disse arrivando con quel procedere da granchio, togliendosi poi il cappello nero a tubo, tenendolo in bilico fra le dita nervose e sottili da pianista. Visti da vicino gli occhi di lei erano piccoli, vitrei, senza quasi sopracciglia e ciglia, come di cipria. Dondolava pigramente un piede, Una guaina rossastra la ricopriva anche quando non era sotto il telone del circo. Una seconda pelle.
Lo guardò con curiosità (in realtà si sporse in avanti perché era miope, pensando «era ora che ti facessi avanti…».
«Petronilla. Mi chiamo Petronilla», e gli porse la mano piccola e diafana di vetro purissimo dove il tessuto delle vene risaltava simile ai fiumi su di una carta geografica. Un filo turchese percorreva la tuta somigliando a una cerniera che la contenesse.
Mike pensò che quella doveva essere la chiave d’ingresso per quel corpo così minuscolo da non superare forse i quaranta chili.
Ebbe il batticuore Mike. La gamba centrale, moto proprio, prese a tremare. Lei pensò ai cavalli che scavano nel terreno sollevando nervosamente zolle di erba prima della corsa.
Dopo aver pronunciato il suo nome, le appoggiò le labbra carnose sulla mano per un deferente baciamano. Petronilla schiacciò sul terreno asciutto e polveroso il suo sigarillo. I due si sentirono in quell’istante come saldati da un ineffabile destino.
«Domani è il mio giorno libero», annunciò Petronilla.
Lui si sentì in dovere di muovere dolcemente il cappello con uno svolazzo.
«È quasi ora di cena», disse lei. «Devo ritirarmi. Domani sera alle sei alla gabbia della tigre va bene?», e le scese sul viso un sorriso verticale di meridiana che Mike interpretò come segno di commiato.
«Così impariamo a conoscerci», aggiunse maliziosa. Poi con un lungo sospiro si alzò (era bassina, ma fatta come dio comanda, pensò lui), infine gli diede le spalle e infilò la porticina.
Il suo sedere vibrò elastico. Quello che rimase negli occhi di Mike fu la porta chiusa della roulotte e il sigarillo spiaccicato sul terreno. Sulla guancia di Mike si spargeva il difetto insignificante di un tremolio che faceva vibrare la pelle e intirizziva i peli morbidi e radi della barba anarchica.
Se fosse entrato con lei ne avrebbe assaporato i profumi dolciastri delle erbe officinali, forse si sarebbe rabbuiato per quel narghilè e alcune sostanze bianchicce stipate nei cassetti. Ma così va il mondo. Lei che sulla corda era la sintesi dell’equilibrio e della grazia. Lei che annusava voluttuosamente composizioni chimiche che sostituivano la vita trasportandola in mondi di eccezionale bellezza. Lui avvertì un nuovo fremito poi quello che fece fu di indossare il cilindro e aspettare il giorno dopo.

Si incontrarono davanti alla gabbia di Marisa, uno splendido esemplare di tigre reale del Bengala di circa duecento chili. L’animale quando vedeva Mike si innervosiva. Forse le tre gambe la turbavano, o il rumore aritmato in tempo dispari del suo passo alle sue orecchie suonava come una minaccia. Certo che iniziava ad agitarsi nei suoi scarsi metri quadrati, in un ringhio sordo, esponendo le zanne in modo inquietante.
Però era molto bella, brillante, lucida, veniva voglia di salire fra le righe del suo mantello non potendo evitare di immaginare una simile magnificenza allo stato libero.
«Sono vegetariana, contraria agli animali in gabbia», disse Petronilla guardando Marisa pensierosa, poi fissando Mike per capire cosa ne pensasse.
Ma lui non commentò.
Petronilla per l’occasione aveva una tuta fosforescente e delle ballerine basse rosse. In lontananza si sentiva il suono di una fisarmonica che eseguiva un walzerino molto lento. Nostalgico alla maniera della barcarola napoletana. L’aria sapeva di pioggia e di segatura. Durante la notte era caduta una pioggerella simile a capelli sottili che era rimasta imbrigliata nel terreno assetato.
Mike si tolse il tubino nero spolverandolo forse per guadagnare tempo.
Si erano fatte le sei e mezza, e il sole calava in riflessi vermigli color della carota screziata. Scelsero un baretto nei pressi del circo, uno di quei baretti con qualche bigliardino (calcio balilla) e una sala interna riservata con il bigliardo a stecca da dove provenivano voci soffuse e rumore di palle d’avorio che si scontravano fra loro. Consumate forse dal troppo uso.
Sorbirono un the in silenzio. La cameriera, una nana di pelle scura, la testa dalle dimensioni di un grosso cocomero. Le braccia corte e muscolose con le quali asciugava le mani piccole e aggraziate su di un grembiulino a righe azzurre. Si chiamava Angela. Li guardava con un senso vago di curiosità, e con gli occhi a palla scurissimi che sembravano fotografarli.
Inaspettatamente si sentirono delle urla provenire dalla sala bigliardo. Angela, con un saltello scese dallo sgabello dove era appollaiata nei pressi del bancone, e con aria arruffata si diresse dietro a una tenda verde. Ne uscì con un vecchio, probabilmente ubriaco, strattonandolo verso l’uscita.
Il vecchio bofonchiò farfugliando «nemmeno i cani si trattano in questo modo». Poi con aria indignata, offesa, docilmente scomparve e la nana nel rientrare si asciugò ancora una volta le mani sul grembiule quasi immacolato. Successivamente si udì fischiare e un tonfo di palle che tornavano a cozzare fra loro.
«Dove hai imparato», chiese Mike a Petronilla, riferendosi al suo esercizio.
«Mio padre aveva un piccolo circo in Romania», rispose sospirosa, posando la tazza. Le sue labbra sottili nel muoversi gli ricordavano le valve di un mollusco quando nelle profondità marine sembrano respirare.
Sembrava per un momento guardarsi intorno come se avvertisse un pericolo. Nei suoi occhi un velo di inquietudine. Petronilla forse temeva che qualcuno li ascoltasse, chissà… poi assunse un atteggiamento malinconico. Ricordare quegli anni di formazione doveva procurarle un malcelato dolore.
«Avrei voluto fare la ballerina. Mi piaceva tanto la danza classica: gli autori romantici. Mi piaceva il lago dei cigni. Come mi sarebbe piaciuto danzarlo!».
I suoi occhi si arrossarono come la cenere di una sigaretta al buio.
«Ma non fu possibile. Il pubblico voleva la contorsionista sul filo. Lo teneva in ansia e scioglieva il sangue nelle vene. Sapevo che in cuor loro desideravano che cadessi…».
Petronilla temette di annoiarlo, per un momento si voltò di scatto verso la nana che parlava con un avventore. Ai lati della sua bocca si era formata una piccola ruga contrariata. La nana, quello sgorbio, le stava proprio sulle scatole. Parlava a voce alta, muoveva le braccia, rideva facendo dondolare le piccole gambe. I suoi denti erano bianchi e sporgenti. A Petronilla faceva venire in mente la favola di Biancaneve…
Poi ridestandosi disse d’un tratto: «E tu, con quella gamba?».
Mike ebbe un fremito e si ritrasse sulla sedia che emise un leggero stridore.
La sua schiena si infranse quasi sullo schienale, e sul volto olivastro comparve una nota di coloritura rossastra.
«Le persone normali non sanno quello che si perdono», aggiunse lei sospettando di essere stata troppo brusca. In realtà voleva indurlo a una maggiore confidenza. «Le persone normali pensano normale», concluse e con la mano pescò nella borsetta per cercare di dargli il tempo di costruire una risposta senza imbarazzo.
Lui aspettò che lei accendesse il suo sigarillo con l’accendisigaro controvento che divampò facendo brillare l’argento massiccio di cui era fatto.
Mike le raccontò la sua storia di ragazzo del sud Italia (gli veniva in mente quel proverbio che ripeteva il vecchio «Non si po’ diri st’acqua non ni voggliu»), e del viaggio in America, della morte di sua madre, e subito dopo quella del padre che fino alla fine dei suoi giorni continuò a spostarsi in bicicletta, e quando poteva, amava dormire all’aria aperta e nei fienili. Fa bene ai bronchi, diceva. Infatti furono proprio i bronchi ad ammalarsi. Scherzi del destino!
Restarono a parlare fino a sera inoltrata, poi la nana con un sorriso falso si avvicinò per il conto facendogli capire che era l’ora della chiusura. Sorrise a entrambi coi denti quadrati come mattonelle. Nel ritornare verso il bancone Mike notò che aveva caviglie sottili che davano un senso di forza e agilità.
All’esterno alcuni avventori (giocatori di bigliardo) commentavano le ultime battute di gioco. Li guardarono seriamente, interrompendo i loro schiamazzi.
Mike e Petronilla continuarono a vedersi per molte altre volte ancora fino a quando lei gli disse; «Se ti operi potremmo sposarci e avere una vita normale».
Si ricordò in seguito quella frase pensando che anche lei aveva un segreto inconfessabile che solo nell’intimità aveva scoperto. Uno di quei segreti che nessuno al circo conosceva e che faceva di una donna due donne insieme.
Ora lui lo conosceva.
Quel miracolo della natura che lo obbligava a battaglie amorose stremanti. Quando andava in scena, a volte era tanto stanco che gli fischiavano le orecchie e ogni gesto gli costava gran fatica. Come quella volta che non ebbe la forza di soccorrere Pelucco, il clown, morso da una iena fuggita alla custodia. Si era gettato a tamponare la ferita e allontanare l’animale, ma l’aveva colto un senso di sgomento e d’impotenza che addusse agli straordinari con Petronilla. La mano di Pelucco andò perduta e lui rimase a guardarlo sanguinare col cuore in tumulto.
Petronilla sembrava invece fatta di cera. A volte si chiedeva se fosse umana.
Poi lei gli diede un ultimatum, stanca di quella vita di sacrifici, «o ti operi e mi sposi o la nostra relazione finisce qui».
Glielo disse mentre dava della lattuga fresca alla sua tartaruga che ritirandosi discretamente nel carapace sembrava conoscere bene Petronilla quando le sue richieste divenivano imperiose.
«È una operazione impossibile…», poi si corresse «difficile».
«Mi sono informata», rispose infastidita lei, «si può fare. E poi se un uomo ama una donna fa per lei qualsiasi cosa. Sono stufa di aspettare, di questa vita, di questo posto di mostri…».
Tradusse quell’ultima frase in rumeno mangiando marmellata a cucchiaiate da un barattolo di latta verde. Poi si capovolse su se stessa mostrandogli quella che per lui era l’entrata per il paradiso. Sotto la pelle di Petronilla si annidava il demonio. Ma lui non ne poteva fare a meno, e alla fine acconsentì. Si sarebbe sottoposto all’intervento.
Cos’altro poteva fare? Fino ad allora era stato un fenomeno da baraccone, adesso una come lei, bella da togliere il fiato, gli chiedeva di sposarlo. Accavallò le tre gambe tre volte di seguito in segno di nervosismo latente.
Lei si era rimessa in posa naturale come se aspettasse l’applauso. Poi per sancire il loro accordo mise la macchinetta del caffè sul fuoco. Restò di spalle per il tempo dell’ebollizione. Petronilla non era mai sciatta o scialba. Forse un essere di un altro mondo, o una ninfa dei boschi, pensava lui. I suoi occhi da lemure quando era nata avevano forma di mandorla, tanto che il padre (uomo manesco dai modi spicci e il carattere di ferro) pensò di avere messo al mondo una figlia mongoloide. Preso dall’ira aveva minacciato di gettarla al fiume. Il dottore gli disse però che era sana, solo un leggero strabismo che si sarebbe corretto col tempo. Quanto a «quell’altro difetto» si poteva considerare una forma d’arte. Quel medico, appassionato di pittori moderni, lo disse sbocconcellando un biscotto e sorridendo fra sé.
Il padre allora si calmò. Riconsiderando l’accaduto da un altro punto di vista, forse in cuor suo almanaccando di provare egli stesso quella stranezza che lo turbava. Comunque sia, le ossa di Petronilla si sarebbero elasticizzate fino a diventare di gomma. Ogni pretesto era buono per piegarla al suo scopo. Di fatto una notte in cui aveva bevuto (lei aveva dieci anni), introdusse il suo tubo ricurvo più di una banana là dove un buon padre non avrebbe dovuto. Ne ebbe sommo godimento. In fondo la verginità è solo un peso del quale liberarsi. Meglio fra le mura domestiche (per essere precisi nella vecchia roulotte di famiglia verde vomito dalle maniglie dorate, e all’insaputa di una moglie forse consenziente per paura).
Quell’uomo morì schiacciato da un camion in retromarcia, e prima di morire pensò che la vita era solo uno scherzo, nulla vale nulla, e l’ultimo ricordo fu di una giornata in riva al mare in attesa dell’alta marea, mentre fissava un ragno nero aspettando che l’acqua lo inghiottisse. Aveva atteso tutto il tempo fin quando l’animale fu ghermito dal mare e lui finalmente sorrise.
Lui che non amava sorridere per i denti guasti. E per il rancore che lo rodeva da dentro simile a un verme solitario che lo mangiasse lentamente.
Quando morì era esausto di una vita di fatica e di spreco. Nel pensare a Petronilla, mentre agonizzava, che per lui rimaneva un mistero, non si pentì di quello che aveva fatto.
Petronilla fu felice di essersene liberata, eppure, nel vederlo nella bara, ebbe un momento in cui si chiese se quella coltre di cenere che aveva coperto il suo volto non fosse la prova che siamo solo polvere e che in fondo aveva ragione lui quando sosteneva che essere cattivi o buoni faceva lo stesso. Petronilla imparò alla perfezione il suo esercizio. Ora che si era voltata verso Mike vedeva in lui un giocattolo da manovrare. Sapeva che gli aveva chiesto il massimo, forse troppo. Ma lei era fatta così (lo sapeva bene la sua tartaruga Lilla). Volubile e nello stesso tempo capace di desiderare due contrari fra dedizione ed egoismo fino alla malvagità.
Sognava di trovarsi in una villetta, una vita semplice e felice ad allevare marmocchi, fra scaffali di supermercato, ma poi desiderava essere ammirata nel cerchio magico e luminoso dell’arena. In realtà non dimenticava lo sguardo inespressivo della tigre dove si annidava il senso della vita. La vita non ha pena per nessuno, e nessuno risparmia. L’acqua quando decide di invadere la terra lo fa senza darsi pensiero. Il fuoco mangia e divora con denti affilati e zampate feroci.
Si lavò le mani e quella volta diede tutta se stessa allo stralunato Mike, che venne come una fontana dilagando il suo seme in mille spruzzi che lei leccava golosa.

L’operazione durò sedici ore con un intervento spettacolare che ebbe gli onori della cronaca. Nel letto d’ospedale Petronilla lesse a Mike pagine di giornale dove si parlava di lui, dello strano caso dell’uomo a tre gambe. Mike, imprigionato fra quelle lenzuola si sentiva un animale al quale avessero strappato una zampa. Però era felice, lei era lì vestita di rosso e gli sorrideva maliziosa tenendolo per mano.
Ci sarebbero stati molti mesi di rieducazione, ma l’operazione era perfettamente riuscita. Certo i carichi del suo corpo ne avrebbero risentito e al principio non avrebbe evitato la carrozzella. Petronilla gli portava i saluti dei colleghi e lo rassicurava sul loro futuro.
Ciononostante dopo un po’ le visite si diradarono e le ore sull’orologio da polso (un Eberhard a molla che dimenticava di caricare) si rasciugavano. In quel modo straziante di chi aspetta invano. Fino a che le lancette giungevano all’ora di chiusura per le visite. Quando faceva girare la rotellina della carica adesso lo prendeva un senso di malessere, uno sconforto. Quel quadrante gli evocava un pensiero di morte imminente. I suoi capelli si erano fatti lunghi e più brizzolati, la barba l’aggiustava di controvoglia. Gli sembrava che non avesse importanza adesso che Petronilla quando veniva fosse frettolosa, quasi infastidita da quella carrozzella sulla quale era costretto e dei suoi tentativi di qualche tenerezza.
Diceva che quel rumore di ruggine delle ruote le dava ai nervi. Lo diceva stizzita sfuggendo il suo sguardo.
Erano due mesi di ospedale. Divideva ora la stanza con un piccoletto a cui avevano estratto dallo stomaco un pezzo di ferro di origine sconosciuta.
«Ah, dimenticavo. È arrivato un russo che fa un esercizio di forza straordinario. Solleva un’automobile come fosse un fuscello», le aveva detto come così per dire, ma si sentiva che ne era entusiasta.
Fu l’ultima volta che la vide.
Dalla finestra osservava un camion che trasportava tubi d’acciaio e pensava alla gamba perduta che quasi gli mancava. Anche di notte stentava a prendere sonno e seguiva le rotazioni lunari pensando a dove fosse Petronilla, a quelle sue due fiche che faticava a soddisfare. Piccole odorose caverne affamate di sesso come le mammelle di una donna alla bocca di un neonato.
Poi fu tempo di tornare. Si era esercitato con le stampelle e camminava in modo abbastanza disinvolto. La sua virtù era sempre stata quella di essere un uomo paziente e preciso. Aveva quasi quarant’anni e una gamba in meno. Gli occhi però erano diventati più freddi e il sorriso del tutto sparito.
Prese le sue cose, bevve un caffè, fece chiamare un taxi e partì. Non sapeva cosa lo aspettava. Soltanto un uomo solo su due stampelle, finalmente in verticale.
Ci sono donne che spremono il dentifricio dal mezzo, gli aveva detto il tassista, un messicano dai baffi spioventi e una camicia hawaiana che lo aveva riconosciuto. Tutte uguali le donne disse ancora, come se avesse capito, e accese la radio.
L’uomo lo accompagnò fino all’ingresso del circo portandogli la valigia, poi lo salutò pregustando il racconto che avrebbe fatto agli amici di avere conosciuto l’uomo a tre gambe in persona.
Avrebbe voluto dirgli che adesso per lui sarebbe stata dura senza quella gamba, ma si astenne.
Ma la gamba di Mike invece pensava che finalmente la loro separazione avrebbe portato benefici futuri al suo proprietario. E infatti le cose si misero in un certo modo.
Trasportava con fatica la valigia che aveva indossato con una corda come se fosse uno zaino e non senza sforzo si diresse verso la roulotte.
Notò che il terreno era più compatto con uno strato di bitume nero, un asfalto di qualità pessima che lasciava delle buche, ma in confronto al terreno polveroso di prima era migliorato. Sul terreno brillavano certe palline fosforescenti, e lui proseguì durante quella che si avviava a essere l’ora di pranzo.
L’uomo non è ammirato che per se stesso, continuava la gamba nella sua testa. Il problema è riuscire a superare i propri limiti, continuava l’arto fantasma.
Mike l’ascoltava.
Aspettava un benvenuto ma nessuno sembrava fare caso a lui. Per un momento fu incerto su quale direzione prendere, se andare verso Petronilla o verso la sua roulotte. Decise di rifocillarsi prima di affrontare la donna.
Sulla sua casetta aveva disegnato sulla fiancata il cavallino rosso della Ferrari. Quando lo vide ebbe un tuffo al cuore (non facciamo che recitare l’assurdo, ripeteva la gamba), e al destino non si sfugge aggiunse lui in cuor suo pensando a quando Petronilla gli aveva detto «sei l’uomo del destino». Lo aveva detto in un impeto amoroso mentre godeva e succhiava il suo sigarillo.
Fuori dalla roulotte vide un bambino che giocava con una macchinina bianca, forse un’ambulanza, sbocconcellando una mela.
Era seduto sugli scalini della roulotte.
«Che ci fai qui?», gli chiese.
Il bambino lo guardò estraendo dai pantaloncini un temperino multiuso.
«Io qui ci abito. Tu chi sei», rispose con aria insolente mentre i suoi occhi diventavano piccoli e cattivi come quelli di un serpente.
Mike poggiò la valigia sul terreno rimanendo pensieroso. La gamba taceva.
Nella sua vecchia dimora si era insediata una famiglia di funamboli. Fu allora tutto chiaro. La sua materia grigia prese a spostarsi in frequenze rapide che lo portarono prima in Direzione. «Il direttore non c’è. Ma c’è una busta per te», gli comunicarono. Era il benservito.
E di Petronilla? Ah quella antipatica e altezzosa… se ne è andata con un russo, chissà dove, gli dissero ancora in Direzione, dove pullulavano manifesti colorati, carte e un telefono che squillava in continuazione.
Mike che aveva studiato un manuale in rumeno in ospedale scrollò la testa restando con la busta fra le mani. Poi si sedette su di una panchina a pensare. Gli avevano anche detto che le cose non andavano bene e il circo rischiava la chiusura. Il personale era già stato ridotto e i numeri diminuiti. I tempi cambiano, proprio adesso che gli americani, come aveva promesso il Presidente, entro il decennio, sarebbero sbarcati sulla luna.

Questa è la storia di Mike Martini, l’uomo che aveva tre gambe. Mike cambiò mestiere. Diventò contabile prima, e poi uomo di fiducia di un noto boss della mafia italoamericana. Roba grossa, fiumi di dollari, di bigliettoni, come si diceva. Auto di lusso, belle donne e morti ammazzati. La sua materia grigia crebbe e si moltiplicò, e seppure non potette mai rinunciare del tutto alle grucce, usciva per strada a testa alta, ma con prudenza, ed ebbe dei figli.
Forti e sani.
Quanto a Petronilla non la dimenticò. Seppe in seguito che si era trasferita in Florida e aveva una vita normale, figli, marito e tutto il resto. Gli dissero che era molto ingrassata e rideva sempre. Però in questa storia ci fu un epilogo inaspettato.
Fu di ritorno dal supermercato, mentre caricava la sua grossa auto di ogni ben di dio, che Petronilla fu avvicinata da un uomo in abito scuro. Un sicario. L’uomo le disse semplicemente: “Questi sono i saluti di Mike”, prima di spararle un colpo a bruciapelo al centro degli occhi che erano ancora molto belli, sebbene freddi e grigi come quelli di un pesce.
Il destino così fece il suo corso.
Non si po’ diri st’acqua non ni vogghiu. Come era nell’ordine delle cose quello che deve essere infine è.
E questo è tutto.

Scrittore, editor, docente di scrittura e lettura creativa. Tra le firme de «Il Mattino», «Il Manifesto», attualmente collabora con il quotidiano «La Repubblica». Nel 2013 ha fondato e tutt’ora dirige la rivista letteraria illustrata «Achab». Da più di vent’anni conduce il laboratorio di scrittura e lettura creativa «L’Isola delle voci».

Tra le ultime pubblicazioni: Chiodi storti. Da Ponticelli a Napoli Centrale (Compagnia dei trovatori ed.); I morti non serbano rancore. Foibe. La storia avventurosa del Capitano Goretti (Gaffi editore); Bosseide. La fascinazione del male (Gaffi editore); Ferropoli. La storia di Angela di Bagnoli e la musica del ferro (Castelvecchi ed.).