Occhi di lince

da | Dic 4, 2020 | Fiction

In quel pomeriggio, cocci di vetro sugl’aridi muri, emanano una luce non vera. La strada sterrata porta l’odore della terra letargica e l’ombra dei pruni una consolazione momentanea. Occhi di lince ti sta spiando da destra a sinistra. La tua macchina è arrivata ormai da tempo. Sta ancora vibrando tra i fumi infuocati di una seconda calura estiva.
Mormorii e rimbombi; la terra trova finalmente sollievo tra le gocce del tuo sudore. Quando stai chinato e porti la vanga al cielo, la ‘Sua forza’ te la ricaccia subito a terra, come di risposta. Ormai è fin troppo chiaro che si tratta di una sfida aperta. Una sfida aperta contro di te.
Dall’alto del muro, Occhi di lince continua a guardare. È immobile mentre tu mastichi il suolo e bofonchi con Dio. Porti una maschera ardente e sputi terriccio sull’epidermide di una terra che muta, creando nuvole nuove di polvere nell’aria. Sono messaggi che non possono parlare e tu lo sai e per questo non te ne preoccupi e vai avanti. Ma Occhi di lince si accascia e tu senti che sta cacciando proprio te. Ti fermi, fermando la vanga che cade. La guardi guardarti e piangi. Hai perso un’altra volta; anche questa, che era veramente l’ultima sfida. L’ultima sfida aperta contro di te.
Ma in cuor tuo lo sai, allora anche tu lo comprendi in quel momento, che è proprio inutile rassegnarsi adesso e decidi di continuare. Dopotutto sei a metà lavoro. Soprattutto sarebbe un peccato darla vinta in questo modo così becero e meschino a Lui. Che tanto ancora ti vede e sempre riuscirà a vederti.
Si fa sera e quelle ombre, che erano state la tua sola consolazione momentanea durante il giorno, si dilatano ormai su tutta la terra. Sei circondato, ne sei inglobato e ora ne fai parte. E ancora continui ad ingoiare il suolo e a soffocarti con la sua polvere. E ancora Occhi di lince è lì e i suoi occhi gialli sono ancora più luccicanti e reali e grevi nella notte. Muove la coda e si siede.
Scavata la fossa, butti il corpo di lui nella terra. Un solo boato ed è subito silenzio, in quel deserto di buio e di piacere: appagamento vivo, per quelle prime frescure serali estive che tanto avevi desiderato. Che in verità, seppur per un attimo, avevi pensato potessero darti un minimo di sollievo. Invochi «Azazel, Azazel!» e ti contorci in quel tuo latrato di bestia; vivo solo nel pianto. Anche tu ora ti getti a terra, piegato dalla ‘Sua forza’. Ridi e Occhi di lince che ti ha osservato tutto il giorno, se ne va. Quel giorno sapevi già fin troppo bene che erano quelli gli occhi predatori del tuo Dio.