L’amicizia al tempo delle paranoie

Negli archivi di Nuovi Argomenti abbiamo trovato questo contributo di Tommaso Pincio. Era il numero Atlantide di aprile-giugno 2005 e si parlava di Luoghi e personaggi sommersi.

 

Sono passati dieci anni e non sembra ieri. Dieci anni da quel tetro mattino di aprile del 1994 in cui un elettricista scoprì il corpo disteso e senza vita di Kurt Cobain, leader dei Nirvana e profeta, malgrado lui di un’intera generazione che faticava a trovare se stessa. Non fu un fulmine a ciel sereno. Soltanto un mese prima la Cnn aveva interrotto la programmazione per annunciare che il musicista era morto di overdose a Roma, nella stanza 541 di un albergo a cinque stelle. In realtà non si trattava di decesso nè di overdose, non quella volta perlomeno. Cobain aveva ingurgitato un micidiale cocktail a base di Roipnoil e champagne, ma venne strappato per i capelli al coma farmacologico. Solo un tentativo, dunque. Una sorta di prova generale prima dell’imminente atto finale.

Del resto fin dalla prima adolescenza Kurt Cobain aveva flirtato con il suicidio. All’inizio degli anni Ottanta, quando aveva più o meno quindici anni, cominciò a fare cose davvero strane, tipo realizzare macabri filmini con una Super-8. Uno di questi si intitolava Kurt Cobain si suicida. Vi si vedeva Kurt tagliarsi i polsi con una lattina di birra squarciata per poi recitare la scena madre dell’agonia con una mimica da film muto. Filmini a parte, Kurt ripeteva in continuazione che sarebbe diventato ricco e famoso, una star della musica. E al culmine della gloria si sarebbe ammazzato come Jimi Hendricks. Ovviamente tutti gli dicevano che era da stupidi parlare in quel modo. Ma lui niente. «No no», insisteva. Diventerò una rockstar e al culmine della gloria me ne andrò all’altro mondo sparandomi in bocca». Avrebbero dovuto spiegargli che Jimi Hendrix non si era affatto suicidato. Era morto e basta.

Le volte che ho pensato alla straziante vicenda di questo ragazzo con il viso di un angelo esiliato senza giusta causa all’inferno ormai non si contano più. Alla fine gli ho dedicato anche un romanzo dove parlo di lui e del suo amico immaginario Boda. Non che questa fosse la mia intenzione di partenza. Inizialmente volevo solo raccontare le storia d’amore di un bizzarro individuo che dopo aver maturato la convinzione di non esistere realmente parte alla ricerca dell’anima gemella lungo le strade dell’America e si innamora di una spogliarellista che egli scambia per una bellissima aliena arrivata sulla Terra da un qualche pianeta proibito.

Non so dove vado a pescare idee tanto bislacche. O magari sì. Dovendo essere sincero fino in fondo, nel periodo in cui mi venne in mente questa storia il mondo mi appariva arido, desolato e privo di qualunque ragione. Faticavo ad andare avanti, mi venivano le lacrime agli occhi per un nonnulla, flirtavo con l’idea del suicidio almeno una volta al giorno e come se non bastasse ero tornato da incomprensibili dolori allo stomaco che non mi davano tregua. In parole povere, stavo davvero uno schifo. Mi sentivo come probabilmente si era sentito Kurt prima di ammazzarsi.

Senza rendermene conto mi stavo chiedendo com’era stato possibile che io – una persona con l’aria di avere un po’ di sale nella zucca e tutto sommato messa decentemente quanto a prospettive nella vita – mi fossi ridotto al punto di finire disteso e boccheggiante, di notte e in pieno inverno, sul selciato di una strada dove non passava nessuno, tra due cassonetti della spazzatura, convinto che la mattina dopo mi avrebbero stecchito per avere assunto sostanze proibite alla legge e dannose alla salute.

Com’era stato possibile? Cristodidio quanto mi sarebbe piaciuto articolare una spiegazione sofisticata del problema, una risposta dal sapore per così dire assoluto. O perlomeno epocale. Limitarmi ad ammettere che nella mia testa c’era un che di storto e infelice mica mi bastava. Farne un patetico caso personale era assolutamente fuori discussione. Bisognava leggere il mio squallore esistenziale in un contesto più ampio. Dovevo essere l’espressione emblematica di un disagio sociale la cui ragione aveva radici di portata storica. Per chi non l’avesse ancora compreso, ero in pieno delirio paranoico. Agognavo un complotto, la dimostrazione che io e gli altri come me non eravamo semplici sfigati che si sfondavano di roba e si piangevano addosso, bensì vittime di un disegno repressivo e reazionario ordito da un potere occulto che si prefiggeva di prevenire il dissenso attraverso la creazione di una generazione di disadattati. Ecco. Giusto per dare un quadro dettagliato di come stavo messo.

Tornando alla mia bislacca storia d’amore pensai di ambientare parte della vicenda ad Alberdeen, Stato di Washington, nei primi anni Novanta, perché avevo bisogno di uno scenario uggioso e opprimente. Inevitabilmente cominciai a trastullarmi con la figura di Kurt Cobain. Aberdeen è una cittadina di poche migliaia di abitanti. Cobain vi passò gran parte della propria esistenza e a un tratto giudicai alquanto improbabile che il mio personaggio non si imbattesse almeno una volta nel leader dei Nirvana o che i due non fossero addirittura buoni amici. In genere diffido di tutto ciò che è probabile ma l’eventualità di un simile incontro costituiva una tentazione cui era difficile resistere. Decisi così di esasperare i termini della questione trasformando il mio personaggio nell’amico immaginario di un «Kurt» non meglio specificato ma nel quale erano chiaramente riconoscibili i tratti di Cobain.

Per più di due anni mi sono immerso nella tragica parabola di questo ragazzo straordinariamente sensibile che si è tolto la vita a soli ventisette anni. Ho letto su di lui quanto più ho potuto e ho ascoltato le sue meravigliose canzoni tante di quelle volte da far diventare Kurt Cobain quel migliore amico di cui avrei avuto tanto bisogno. Un amico immaginario, certo, ma ce n’è forse uno migliore quando smetti di fidarti del mondo in cui vivi?

C’era poi il carattere della nuova generazione, quella che per anni ci si è ostinati a definire «generazione x» e alla quale bene o male appartenevo. Kurt Cobain e noialtri eravamo individui nati a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta, i figli dei figli dei fiori. Poco importava che nostra madre fosse stata a Woodstock per dimenarsi con le tette al vento o che nostro padre non avesse mai portato i capelli lunghi. Come risultò da uno studio effettuato da una squadra di cervelloni, il quarantanove per cento dei nostri genitori dava per scontato che i loro figli, cioè noi, avrebbero fatto uso di droghe in quanto era ciò che loro stessi avevano fatto da giovani. Comunque lo si voglia intendere, il male di vivere grunge è nato proprio da quel passato, covando nei tormentati e nei disordinati focolari della famiglie cosiddette disfunzionali.

Credo proprio che qualcuno si permise di liquidare il grunge come un manipolo di ragazzi coi jeans strappati e i genitori divorziati. In effetti, laddove gli hippy sognavano di cambiare il mondo, i Nirvana davano voce a una rabbia che implodeva in se stessa, a ragazzi che avevano smesso di interessarsi a quanto accadeva intorno. Era il lamento capriccioso e desolante di giovani condannati a un’eterna adolescenza, persone che si consideravano vittime predestinate, senza alcuna possibilità di giocare un ruolo attivo ovvero di contare un cavolo di niente nella vita. La dipendenza di tipo quasi infantile causata dall’eroina si prestava benissimo a colmare le deficienze emotive di una generazione tormentata dal rimpianto della perduta armonia domestica e ossessionata dall’ansia di voler rimandare il più possibile il doloroso momento in cui si diventa adulti e bisogna assumersi le proprie responsabilità. La stupida moda dell’heroin chic viene da lì.

«Living makes me sick, so sick I wish I’d die» cantavano gli Smashing Pumpkins in quegli anni, ed è proprio così che è andata per molti di questi ragazzi interrotti. Non avevamo molte alternative, eccetto cercare di non prendere l’AIDS e farci male per non stare male. È amaro, ingiusto perfino, ma spesso mi domando a cosa sono valse tutte quelle geremiadi intorno a ciò che i genitori fecero a se stessi e ai loro figli. Quel che voglio dire è che a volte ho nostalgia delle mie paranoie di tempo. La paranoie aiutano a dare un senso; se non alla vita quanto meno al fatto che in fondo siamo tutti sulla stessa barca, un fatto che non ho mai potuto sopportare. Altre volte invece penso che mi sarebbe piaciuto essere giovane negli anni in cui lo è stato mio padre, avere vent’anni nell’Estate dell’Amore. Oggi sarei il reduce di un’era gloriosa anziché di Mtv, new economy, Bart Simpson e anni Novanta in generale. E infine ci sono volte in cui semplicemente mi manca lui, Kurt, e la possibilità di essere amici. Nel vero senso della parola, cioè. Ammesso che ce ne sia uno.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.