Gite d’autore / 7 – Straniera a Lourmarin

da | Set 30, 2013 | Senza categoria

Fra tutti gli scrittori imposti dalla scuola e per tale ragione odiati, salvo, col senno di poi, essere riscoperti per libero arbitrio e per tale ragione amati, uno soltanto non è dovuto passare sotto le forche caudine del pregiudizio scolastico e ha conquistato, senza indugi, il mio cuore: Albert Camus.
L’Etranger è stato per me un romanzo formativo, l’ho letto e riletto più volte, ne ho imparato a memoria dei brani, ho stampato i passaggi più significativi e li ho incollati sullo specchio del bagno, così che la lusinga della mia immagine riflessa fosse spodestata da qualcosa di più serio. Per anni mi sono lavata i denti accanto a J’ai compris que j’avais détruit l’équilibre du jour, le silence exceptionnel d’une plage où j’avais été heureux. Alors, j’ai tiré encore quatre fois sur un corps inerte où les balles s’enfonçaient sans qu’il y parût. Et c’était comme quatre coups brefs que je frappais sur la porte du malheur.
Mi incantava e mi incanta la prosa asciutta, sintetica di Albert Camus. Aujourd’hui maman est morte. E la perfezione di frasi difficili da riprodurre. Il y avait déjà deux heures que la journée n’avançait plus, deux heures qu’elle avait jeté l’ancre dans un océan de métal bouillant…

Sono sempre stata fedele ai grandi amori e Camus continua a essere presente nella mia vita. È stato un compagno di viaggio, un rifugio notturno, una fonte di ispirazione. Col passare degli anni altri scrittori mi hanno folgorato con eguale forza, ma Camus è stato il primo e questo lo rende, come tutti i primi amori, indimenticabile.
Quest’estate l’ho incontrato.
Avevamo programmato un viaggio in Provenza, in automobile. Dieci giorni fra villaggi e borghi, lavande e balconi. Poco prima di partire E. mi regala un libercolo dal titolo Les derniers jours de la vie d’Albert Camus. Lui conosce le mie ossessioni e spesso le asseconda. Il libro, scritto da un fanatico camusiano, racconta, con stile insopportabilmente barocco e dunque lontanissimo dall’autore idealizzato, l’ultimo viaggio di Albert Camus (avvenuto sulle strade che ci apprestavamo a percorrere), a bordo della famigerata Facel Vega 3B di proprietà dell’editore Gallimard, considerata da molti la più bella automobile del mondo (e forse anche la più sfortunata visto che la sua produzione non ha superato il decennio di vita). Michel Gallimard, insieme a moglie e figlia, si ferma a Lourmarin, nel Luberon. Vuole convincere il suo scrittore più illustre, fresco di Nobel, a proseguire il viaggio verso Parigi insieme a loro. Camus preferirebbe andare in treno, ha già comprato il biglietto, ma Gallimard insiste, “guarda che bella macchina” gli dice, “non puoi dire di no”. E sia.

Nella piccola sacca da viaggio Albert infila il manoscritto incompleto de Le Premier Homme, una vecchia edizione de La Gaia Scienza di Nietzsche e pochi effetti personali. In tasca ha il biglietto del treno e il ritaglio di un oroscopo che predice un futuro luminoso.
Sappiamo come si concluse il viaggio.
A Lourmarin Camus è tornato e da lì non è più andato via.
Se non avessi letto quel libro non ci saremmo mai fermati a Lourmarin (anche se da quelle parti ci saremmo comunque passati). Ignoravo che lì Camus aveva una casa e che lì era sepolto. Non lo sapevo, o forse sì ma non ricordavo il nome del paesino provenzale. Di certo sapevo che il Presidente Sarkozy avrebbe voluto traslare la salma nel Pantheon, ma non ricordavo da dove volesse traslarla.
Avevamo previsto di arrivare nel primo pomeriggio ma sull’autostrada la macchina (nuova) ha cominciato a lanciare segnali preoccupanti. Perdeva colpi, sembrava singhiozzare. Ci siamo fermati in un paesino qualsiasi in cerca di un’officina e lì siamo rimasti più di tre ore in attesa di un responso che non ci è mai stato dato poiché la macchina, a seguito del check up risultava sana. Siamo ripartiti molto meno spensierati, sobbalzando a ogni minimo rumore e considerando tutte le opzioni possibili per non rovinare il viaggio: “Lasciamo la macchina da qualche parte e ne affittiamo un’altra?” “Cerchiamo un’altra officina?…”. Alla fine abbiamo scelto la strada dell’ottimismo e siamo andati avanti. Direzione Lourmarin.
Erano le sei del pomeriggio quando siamo arrivati. Ho pensato che fosse inutile andare al cimitero, a quell’ora era certamente chiuso. Ma, come ho detto, avevamo scelto la strada dell’ottimismo…
Un piccolo quadrato circondato da vecchie mura. Attorno, campi di lavanda. Se fossi stata pittrice l’avrei dipinto, il cimitero di Lourmarin.
La porta d’ingresso era socchiusa. Confesso la superbia, ho pensato fosse stata lasciata aperta per me.
Oltre a noi due, solo i morti. Anche questo l’ho considerato un regalo.

La tomba di Camus è essenziale, come la sua prosa. Una pietra grigia e porosa con scritto: ALBERT CAMUS 1913-1960. In stampatello. Attorno qualche brandello di arbusti sempreverdi, un oleandro lasciato crescere oltremisura, delle roselline secche deposte da un’ammiratrice (sì, ammiratrice, ne sono certa). Non si può certo dire che sia un luogo di culto à la française, come mi sarei aspettata di trovare considerando il rispetto e l’amore che i francesi consacrano alla loro cultura (la tomba è il luogo ideale per manifestare un tributo) ma poi ho pensato alle critiche e agli attacchi che Camus ha dovuto affrontare in vita e allo stile adottato per difendersi, e mi sono detta che la solita, riconoscente grandeur, sarebbe stata un’odiosa ipocrisia. Ho raccolto un mazzetto di lavanda e fiori di campo e ho lasciato anch’io il mio piccolo tributo.
Poi siamo andati al villaggio.
All’ingresso, si biforcano due strade che salgono verso il centro. Una vale l’altra, si potrebbe pensare.
“Da che parte andiamo?”
“A sinistra”
Io vado avanti. Ho l’abitudine di camminare veloce e va sempre a finire che passeggio sola. A E. non dispiace, a lui piace vedermi camminare.
“Fermati lì! Ti faccio una foto”. A dir la verità non c’è niente di eccezionale lì, sto costeggiando la facciata di una casa ordinaria, di fronte a un portoncino piuttosto anonimo, ma E. è un bravo fotografo, e avrà visto qualcosa. Scattata la foto proseguo. Dopo qualche metro incontro un signore. È il primo e l’unico, nel paesino sembra non esserci nessuno.
“Mi scusi, mi saprebbe dire dove si trova la casa di Albert Camus?”
“Ci è passata davanti, è proprio lì in fondo, vede quel portoncino?…”
Il portoncino anonimo. Quello davanti al quale E. ha detto di fermarmi. Torniamo indietro. E. sorride. È felice per me.
Le finestre sono aperte. La casa è abitata. La guardo dal di fuori, e già mi basta.
“Suona”, mi sprona E.
“No…”. Non sembra, ma sono una persona timida.
“Dai, suona il campanello!”
Se non avesse insistito non l’avrei mai fatto, ma lui sa sempre cosa dirmi di fronte a una porta chiusa. Suono.
La risposta è un coro di cani che abbaiano con toni e modulazioni diverse che lasciano intuire stazze e razze multiple. Ho un rapporto difficile con i cani, mi fanno paura. Lo leggo come un segnale negativo e decido di allontanarmi. In quel momento si apre la porta. Non completamente, solo uno spiraglio. Si intravede una sagoma.
“Mi scusi… è casa Camus?”
Ora la porta si apre. “Sì” risponde Albert Camus.
Raramente ho visto una somiglianza così impressionante. Catherine Camus, la figlia di Albert, è uguale a suo padre.
L’emozione, se possibile aumenta, e con essa la difficoltà di dire qualcosa di sensato. Per fortuna mi viene in soccorso la conoscenza della lingua, che ho imparato all’età di cinque anni e che ha formato la mia educazione e le mie conoscenze.
Comincio a sbrodolare una serie di sono una grande ammiratrice di suo padre, sono venuta apposta dall’Italia, non vorrei disturbare, è un onore per me ecc. ecc. Lei mi osserva con uno sguardo che in francese si direbbe farouche. Mi tremano le gambe, vorrei scomparire all’istante, come un miraggio. Poi, inaspettato, un invito:
“Vuole entrare?”
Certo che voglio entrare, è la cosa che più voglio.
Mi fa cenno con la mano, io mi volto verso E. che nel frattempo si è seduto sugli scalini di un portone e osserva la scena da lontano. Non dice nulla ma è ovvio ciò che sta pensando: “Entra, che aspetti?”. Il fatto che si sia allontanato non lascia dubbi sull’eventualità di seguirmi. È una cosa tua.

Catherine scaccia i cani che mi stanno annusando da tutte le parti e mi dice di seguirla. Avidamente, e alle sue spalle, cerco di vedere quanto più mi è possibile. La prima cosa che salta agli occhi è il disordine. Un disordine antico, sedimentato. Si percepisce una bellezza remota, come quella che traspare sotto le rughe di un viso di donna anziana un tempo splendente, ma è un esercizio che richiede molta fantasia. Il 3 gennaio, quando Camus ha lasciato per sempre la sua casa, il disordine domestico che si lasciava alle spalle pulsava di allegria e di buoni propositi. Tre giorni prima aveva festeggiato insieme alla moglie e ai piccoli Jean e Catherine l’arrivo del nuovo anno e l’inizio di uno straordinario decennio, gli anni ’60, che Camus avrebbe sicuramente contribuito a rendere memorabili. Il 1° gennaio 1960 aveva accompagnato la famiglia alla stazione di Avignone promettendo loro di raggiungerli a Parigi al più presto ed era tornato nella casa in cui mi trovo, pregustando forse una parentesi silenziosa che gli consentisse di affrontare quello che scherzosamente (ma non troppo) amava definire “Il mio Guerra e Pace”, il capolavoro incompiuto Le Premier Homme. Lo immagino seduto alla scrivania che ora intravedo sommersa di cose e allora, forse, di libri, fogli scritti a mano, appunti, matite, e chissà, magari una bottiglia vuota di champagne a testimoniare la festa tramontata.
“Vuole vedere la terrazza?”

Evidentemente è (era) il pezzo forte della casa ed effettivamente è molto bella con le sue colonne medievali che delimitano un giardino incolto, territorio ora e solo, dei cani. Catherine mi fa delle domande discrete, adesso che siamo in esterno la osservo meglio e continuo a stupirmi della somiglianza con suo padre. L’ho colta in un momento privato, è per questo che indossa un abito sformato e non ha un filo di trucco ma non credo che in occasioni ufficiali sia il tipo da agghindarsi. Fuma in continuazione, anche qui vedo una discendenza evidente, ma noto con piacere che la marca delle sigarette è la stessa che fumo, da sempre, io, e infatti sembra leggermi nel pensiero e me ne offre una. Le dico che ho amato il film che Gianni Amelio ha tratto dal famoso manoscritto ritrovato fra le lamiere della Facel Vega, lei mi guarda e dice: “È una persona onesta Amelio”. Approfitto di questa apertura e le rivelo di conoscere il regista, confermando ciò che pensa di lui.
Sembra più rilassata, sta cominciando a inquadrarmi e forse a fidarsi e allora, con un po’ di imbarazzo le dico di aver scritto un romanzo, pubblicato guarda caso da Gallimard, e che in esergo ho preso in prestito una citazione dello Straniero. Sembra interessata e vuole saperne di più, mi chiede di scriverle il titolo su un foglietto e per farlo ci trasferiamo in cucina, dove le vettovaglie spartiscono l’esiguo spazio a disposizione con libri, quaderni, portacenere pieni di cicche, giornali. Segue una conversazione, o forse sarebbe più corretto dire un monologo, sul mondo contemporaneo, su quanto sia pourri. Ci tiene a sottolineare, e lo fa più volte, che suo padre aveva previsto la deriva dalla quale siamo sommersi, l’assenza di conoscenza, l’ignoranza imperante e la fretta con la quale ogni cosa viene divorata senza essere digerita. Non si ferma più e io penso a E. là fuori, che si starà chiedendo cosa diavolo succede oltre le mura che magicamente aveva riconosciuto. Le chiedo se le piace vivere in un piccolo paese, mi dice che sì, è meglio di Parigi che invece detesta, anche se mi fa capire velatamente che la convivenza con gli abitanti di Lourmarin non è delle più serene. . “Ha visitato la tomba di mio padre?… Come l’ha trovata?”. Le ho risposto, pentendomene immediatamente, “Sì, ci sono stata. Mi è sembrata un po’… abbandonata”. Si aspettava una risposta simile, e infatti replica che i residenti si lamentano per la stessa ragione, facendo ricadere su di lei la responsabilità dell’incuria. Penso che forse hanno ragione ma allo stesso tempo sono certa che a Camus dei fiori poco importa. Capisco che oramai il ghiaccio è rotto e che se volessi accetterebbe un invito a cena, ma poi penso che ciò che ho ricevuto è sufficiente proprio perché assurdo e non previsto e non ho voglia di renderlo familiare. Mi sta bene così, sospeso come un sogno interrotto a metà, di quelli che ci restano incollati addosso senza essere stati del tutto decifrati. Le dico che devo andare e lei mi accompagna gentilmente alla porta. Anche se si è definita una persona senza nazionalità né identità precisa, mi saluta dandomi due baci, uno a destra e uno a sinistra, come fanno i francesi.

 

“Gite d’autore” è un progetto curato da Andrea Cirolla.
Il primo racconto, di Francesca Serafini, è qui.
Quello di Roberto Amato qui.
Quello di Massimo Raffaeli qui.
Quello di Carmen Pellegrino qui.
Quello di Valentino Ronchi qui.
Quello di Emmanuela Carbé qui.

Mario de Laurentiis (Napoli 1969 – Segrate 2666).