Questionario: Gabriele Pedullà

Questionario: Gabriele Pedullà

Sul numero 70 di Nuovi Argomenti “Dite quel…BIP…che vi pare” (in libreria dal 26 maggio) dedicato alla libertà d’espressione, abbiamo fatto dieci domande a una settantina di scrittori, poeti e intellettuali italiani. In occasione dell’uscita del numero ne pubblichiamo qui degli assaggi. Dopo Loredana LipperiniErri De LucaWalter Siti, Nicola Lagioia, ecco Gabriele Pedullà.

 

1. La libertà d’espressione deve tener conto di altre libertà (per esempio legate a: religione, credo politico, ruoli istituzionali, memoria storica, ecc.) o non deve essere limitata? Quali dovrebbero essere gli eventuali limiti e chi dovrebbe deciderli?

La censura è esistita in Occidente sino a tempi molto recenti. In tutti i paesi ha riguardato principalmente due campi: la religione e la morale (con particolare attenzione, in questo secondo caso, alla sfera della sessualità). A questi due campi se ne aggiungeva occasionalmente un terzo, quello della politica, più o meno severamente sorvegliato a seconda della latitudine e del momento storico.

Questo sistema di controllo è entrato in crisi nel corso degli anni Sessanta, quando, prima sulla scia di un cambiamento senza precedenti dei costumi e poi per effetto dei movimenti giovanili, si è imposto il principio – inedito nella storia dell’umanità – che (quasi) tutto potesse essere detto e stampato (il quasi riferendosi a qualche limitato divieto, come l’interdizione di alcuni spettacoli ai minori di 14 o di 18 anni).

Esistono ancora punti di frizione, naturalmente, ma il loro numero si è molto ridotto. Temi sensibili rimangono per esempio la Shoah e la religione, e lo sta diventando sempre di più la sessualità infantile. Esprimere un punto di vista non conforme su questi argomenti vuol dire, anche per uno scrittore e per un artista, entrare in una zona pericolosa, dove le reazioni saranno imprevedibili. Alcuni ci sono finiti senza volerlo (si pensi a Scorsese con L’ultima tentazione di Cristo); altri hanno deliberatamente cercato la provocazione, da Cattelan (con il suo Hitler bambino in preghiera e i suoi fantocci impiccati nel centro di Milano) alla Societas Raffaello Sanzio, sino alle Benevole di Littel e alle dichiarazioni pro-Hitler di Lars von Trier.

La ritirata della censura sembra avere innescato per molti versi un inseguimento da parte degli artisti. Gli autori più cinici cercano adesso di guadagnare l’attenzione dei media con dichiarazioni a effetto, spesso nella speranza di vedere scattare nei propri confronti una censura riluttante e tardiva che li trasformi in eroi del libero pensiero. In un sistema della comunicazione dove sembra che si possa dire tutto, perché nessuna affermazione ha più il benché minimo valore, lo scandalo appare ormai a molti l’unica strada percorribile per far emergere la propria voce al di sopra del rumore di fondo.

Un incesto in un campo di sterminio. I tormenti pedofili di un prete antimafia. La vita sessuale delle SS e delle loro vittime consenzienti. La profanazione gratuita dei simboli sacri di tanta della nostra arte contemporanea. Qualcuno coglie in questi gesti creativi lo stigma del grande artista, che sfida il proprio tempo e i suoi tabù; io sono più propenso a riconoscervi il capriccio di un bambino in cerca di un no da parte di un’autorità paterna ormai assente (e di cui, peraltro, è inutile invocare il ritorno).

Parlo di bambini perché questi comportamenti hanno un tratto caratteristico dell’infanzia: l’irresponsabilità. I bambini non prevedono le conseguenze di quello che fanno e per questo non possono essere considerati fino in fondo colpevoli per le proprie azioni. Godono di una sostanziale immunità. E i più birichini si divertono ad attirare l’attenzione degli adulti distratti proprio violando sistematicamente i loro divieti. Gran parte dei presunti iconoclasti di oggi manifestano lo stesso supremo disinteresse per i risultati dei loro atti performativi. Perché dovrebbero preoccuparsene, d’altra parte? Così facendo diventano famosi, che è tutto ciò cui essi aspirano. E per giunta senza correre nessun pericolo, credevano fino a poco tempo fa.

La strategia insomma funziona, incentivando i fenomeni di imitazione. Certo, qui in Europa, nemmeno gli integralisti cristiani sono più quelli di una volta (già negli Stati Uniti gli evangelici danno più soddisfazioni). Un paio di sit-in davanti a un teatro otterranno un trafiletto negli spettacoli, mentre se le proteste continuano si può sperare in un articolo nelle pagine di politica. Poca cosa. Soprattutto, lo scandalo si usura facilmente e l’unico modo per replicarne gli effetti è alzare ogni volta la posta. Ma quante altri crocifissi nelle urine possono attirare l’attenzione dei giornalisti dopo quella di Andres Serrano? Dopo qualche tempo ci si abita a tutto. Ed è a questo punto che, in un mondo sempre più interconnesso, entrano in gioco i fondamentalisti islamici. Nel 1988 Rushdie non poteva immaginare in alcun modo le conseguenze dei suoi Versi satanici, e uno scrittore del suo talento non aveva alcun bisogno di farsi pubblicità in quel modo. Ma da allora tutti hanno appreso che il modo più semplice per ottenere l’attenzione dei mass media è suscitare una risposta altrettanto violenta. Per questo i professionisti della provocazione concentrano adesso tutte le loro attenzioni su coloro che hanno manifestato il maggiore tasso di suscettibilità: le comunità islamiche.

In alcuni casi gli attacchi sono venuti da scrittori di indubbio valore, come Martin Amis o Michel Houellebecq. Nella stragrande maggioranza dei casi l’integralismo religioso, che oggi trova la sua punta di lancia nell’Islam, è diventato però la risorsa di tutti i mediocri dotati di grandi ambizioni. Theo Van Gogh o il vignettista danese Lars Vilks ne sono probabilmente la migliore incarnazione. Non simpatizzo in alcun modo con i loro attentatori, e tuttavia non posso non rimanere impressionato dalla miseria artistica e umana delle opere per cui i due sono stati colpiti. Lo stesso, purtroppo, si può dire di molta della robaccia che pubblicava un giornale come Charlie Hebdo.

La ragione per cui le vicende di questi presunti martiri della libertà di parola sono così interessanti è che assomigliano a dei giochi finiti male. I mezzi di comunicazione di massa ci insegnano ogni giorno che parlare è un’azione senza conseguenze: nei casi più gravi basterà smentire, accusare i giornalisti di avere frainteso le nostre parole, accusare gli altri di non aver capito la profonda ironia con cui erano state pronunciate. I politici, non solo italiani, sono dei maestri in questa arte della mezza rettifica. L’irruzione degli islamisti radicali sulla scena pubblica ha però cambiato di colpo le regole della comunicazione. Adesso, dopo decenni, c’è di nuovo qualcuno che dà importanza alle parole e alle immagini: sino al punto di uccidere e di lasciarsi uccidere in quelle che sono, a tutti gli effetti, delle missioni punitive suicide.

Di fronte a una simile risposta l’Occidente non capisce, non possiede più gli elementi per capire. La suprema tragicità dei mediocri uccisi per una vignetta da quattro soldi è che sino all’ultimo hanno creduto di giocare, quando invece qualcun altro prendeva estremamente sul serio le loro parole ed era pronto a chiedergliene conto in forma cruenta. Per quanto oggi si tenda a fare di loro degli eroi del libero pensiero, la cosa più tremenda è che i giornalisti di Charlie Hebdo sono morti senza rendersi minimamente conto delle implicazioni dei loro sberleffi.

Ho preso il discorso alla lontana, ma non è mia intenzione eludere la domanda principale. Dirò dunque che non credo che le nostre società possano e debbano limitare la libertà di espressione per non turbare la suscettibilità di questa o quella comunità religiosa. La mia speranza è semmai che le recenti tragedie aiutino i cittadini occidentali a ricordarsi che non ci sono diritti che non contemplano al tempo stesso dei doveri, e che tale principio vale anche per la libera espressione.

Non sono particolarmente ottimista, ma se così sarà, da un grande male sarà disceso anche un bene niente affatto trascurabile. Vorrei citare a questo proposito una bella pagina di Albert Camus sull’Occupazione tedesca: «Anche se molti scrittori non hanno fatto molto per la Resistenza, noi diremo, al contrario, che la Resistenza ha fatto molto per loro: ha loro insegnato le prix des mots. Rischiare la propria vita per poco che possa valere, per fare stampare un articolo, una poesia, un dialogo, questo significa apprendere il vero prezzo della parola. In un mestiere in cui la regola è lodare senza conseguenza e insultare impunemente, tutto ciò ha rappresentato un’enorme novità. Lo scrittore, scoprendo improvvisamente che le parole sono pesanti, cariche, è naturalmente portato a impiegarle con misura: è il pericolo a render classico. Ciò è vero al punto che solo quelli che non hanno rischiato nulla hanno abusato della parola».

Io non nutro nessuna simpatia per i terroristi islamici, sia ben chiaro. Ma non posso non riconoscere che sono loro, oggi, a insegnarci le prix des mots. Non tutto è un gioco: no. E che l’Occidente lo abbia dimenticato e debba farselo ricordare a suon di attentati proprio dagli integralisti religiosi è la più tremenda prova della crisi che ci corrode dall’interno. Per questo, quando la reazione generale a eventi traumatici come quello di Parigi è gridare tutti assieme «Non ci lasceremo intimidire!», io penso esattamente il contrario. Magari ci spaventassero un poco! Ma solo il tempo che basta per trovare subito dopo il coraggio di pronunciare a testa alta le parole che meritano di essere pronunciate.

Forse, insomma, un poco di paura ci farà bene: anche alla satira anti-islamica, che in questi anni si è distinta soprattutto per il suo livello tutt’altro che eccelso.

 

2. Rappresentazione artistica e opinione personale dovrebbero godere dello stesso grado di libertà di espressione?

Ovviamente. Ci tengo a ripeterlo: sono per la massima libertà di espressione accompagnata dalla massima responsabilità. Responsabilità vuol dire che quando parlo devo sempre cercare di prevedere le conseguenze che avranno le mie parole: sugli altri, ma anche su di me. Il secondo punto è forse più scottante perché costringe ad ammettere che, ieri come oggi, entrare nella pubblica arena in qualità di cittadini o di artisti comporta sempre un margine di rischio, e tanto più se si interviene su un tema controverso o se ci si pronuncia in disaccordo con l’opinione della maggioranza. Le parole, e tanto più quelle degli artisti, sono importanti, e vanno soppesate con cura. Ma chi lo fa davvero oggi, nelle nostre tollerantissime democrazie?

 

3. Dovrebbe essere diversa la libertà d’espressione di cui si può usufruire in ambito pubblico e in ambito privato? Perché?

Massima libertà e massima responsabilità, in tutti e due i casi. Ma quando si parla in pubblico la responsabilità aumenta, perché crescono gli effetti di quello che si dice e dunque le potenziali conseguenze.

 

4. È giusto limitare la libertà di un cittadino di esporre o indossare simboli religiosi, politici, ecc.? Se sì, in che misura?

La Francia sembra l’unico stato che ha scelto di imboccare senza compromessi una strada tanto rigorosa, vietando l’uso di simboli religiosi in alcuni contesti particolari (scuole, università, uffici pubblici, ospedali, ecc…). L’obiettivo di questa politica, nella tradizione di un paese che non ha dimenticato le lotte cruente tra cattolici e protestanti e la strage di San Bartolomeo, è costruire uno spazio pubblico neutro, nel quale si possa fare astrazione delle diversità e riconoscersi semplicemente cittadini. L’unica alternativa a questo modello di neutralizzazione delle differenze (non cancellazione, si badi bene) è il modello proposto dai teorici neoliberali come von Mises e von Hayek. Per loro solo il mercato, dove tutti sono uguali purché siano anche solvibili, sarebbe in grado di cancellare i conflitti per i valori. In questo scontro tra i massimi sistemi sto dunque senza esitazione con la Francia: preferisco infatti che sia la comunità democratica dei cittadini a darsi le regole piuttosto che la comunità dei consumatori. La debolezza del modello francese non è nei suoi principi ma nelle miserabili condizioni economiche in cui sono tenute le periferie cittadine abitate dagli immigrati, che in mancanza di realistiche vie di fuga si trasformano in un naturale focolaio per l’integralismo religioso.

 

5. Chi difende o appoggia pubblicamente atti violenti o illegali dovrebbe esserne considerato corresponsabile sotto un profilo etico e giuridico, o dovrebbe avere diritto a esprimere liberamente la propria convinzione?

La libertà di espressione e il principio di responsabilità valgono anche in questo caso. La disobbedienza civile e persino l’incitamento alla violenza possono rendersi necessari; quando però si imbocca questa strada aumentano anche le probabilità che le garanzie normalmente riconosciute a tutela della libertà di espressione vengano di fatto sospese. Nessun sistema politico, persino il più tollerante, quando è seriamente sotto attacco, rinuncia a colpire i propri avversari per le loro sole idee politiche. In Italia è successo negli anni Settanta, quando decine di militanti politici si sono fatti anni di carcere unicamente per ciò che avevano detto o scritto. È un evento dal quale ancora oggi possiamo imparare molto. Anzitutto perché ci ricorda che, quando il gioco si fa davvero duro, anche in democrazia i principi più intoccabili vengono facilmente messi da parte. Ma poi, e soprattutto, perché mostra in maniera estremamente chiara la differenza tra i semplici provocatori e i veri contestatori. I pagliacci che cercano pubblicità credono di essere al riparo da tutte le conseguenze e protestano quando scoprono che non è così. I militanti politici seri invece non si stupiscono che le cose possano prendere questa piega; hanno messo in conto dall’inizio che a un confronto del genere si sarebbe potuti arrivare e sanno anzi che il ricorso a strumenti di repressione illegali è il primo segno che il proprio avversario si trova in difficoltà. L’assoluta dignità con cui la gran parte delle vittime dei processi farsa degli anni Settanta ha affrontato anni di carcerazione preventiva nasce da qui.

 

6. Si può ricorrere alla violenza fisica per l’affermazione di un ideale? Quali sono, se ci sono, i valori per la cui difesa varrebbe la pena ricorrere alla violenza o sacrificare la propria vita?

Non ho mai smesso di credere che la violenza sia stata, e dunque possa tornare a essere ancora nel futuro, levatrice di grande storia. Oggi vedo che siamo pochini a pensarla così. Ma poiché di cognome faccio Pedullà, e non Colonna, o Borromeo, o Caracciolo, credo sia mio dovere ricordarmi almeno ogni tanto che se duecento anni fa non fossero cadute un bel po’ di teste, in Francia e in Europa, io e i miei figli saremmo stati condannati per nascita a zappare in qualche campo o a scavare in qualche miniera nei secoli dei secoli in modo da assicurare i godimenti notturni e i pisolini pomeridiani di qualche giovin signore dal sangue blu. Ma c’è stata la ghigliottina, e io oggi rispondo alle domande di «Nuovi Argomenti».

 

7. I valori della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 sono assoluti e universali o tutto è soggetto alla storia e non esistono valori indiscutibili?

Non esistono valori assoluti e universali, come dovrebbe sapere qualsiasi lettore di un serio libro di storia o di antropologia, per il semplice motivo che – empiricamente – tale assolutezza e tale universalità sono smentite dall’esistenza di altri sistemi di valori. Ciò non toglie che io nutra la massima simpatia per la Dichiarazione del 1948: ma allora come oggi i suoi principi sono tutt’al più assolutizzabili e universalizzabili. Appartengono cioè alla nobilissima sfera del dover essere.

Quel testo è nato da uno dei più grandi traumi della storia, la seconda guerra mondiale, ma è stato steso da uomini che erano ancora sospinti dal vento del Progresso messo in moto dalla Rivoluzione del 1789. Quegli uomini sapevano che i diritti di cui invocavano il rispetto guardavano al futuro; oggi il nostro atteggiamento è invece completamente diverso. Nella memoria collettiva l’evento chiave della modernità, in quanto rifiuto della tradizione, non è più la Rivoluzione francese ma Auschwitz; per questo – ci viene ripetuto continuamente – tutta la modernità non sarebbe che un’unica sequenza di errori clamorosi (la modernità: cioè, mi permetto di chiosare io, i diritti civili, l’istruzione di massa, l’emancipazione femminile, l’acceso universale al voto, lo stato sociale).

Non c’è dubbio che se – con Kant – l’Illuminismo ha rappresentato l’uscita dell’uomo dalla minore età, qualche volta il Novecento ha agito con l’incoscienza di un adolescente che usa la libertà appena guadagnata per sperimentare i comportamenti più autodistruttivi. Mai è stata contestata con tutta questa forza la pretesa che esistano dei principi che non possono essere discussi e, in caso, sovvertiti: e le conseguenze di questi esperimenti non sono state tutte buone. Alcune delle sue “sbronze” sono costate milioni di morti, e non stupisce che dagli anni Cinquanta in poi, in pensatori come Leo Strauss e Hanna Arendt, si sia assistito a un ritorno del diritto naturale come riconoscimento della tradizione e dell’autorità paterna così violentemente contestate nella prima metà del secolo. Ancora di più dopo il 1989, il nostro tempo sembra segnato dagli effetti di un gigantesco hangover collettivo, in cui qualsiasi ipotesi di rimettere in discussione l’attuale stato di cose viene associata automaticamente agli stermini di massa novecenteschi. Soprattutto negli ultimi anni, questo rifiuto di mettere in discussione il nostro presente con le sue palesi ingiustizie è andato colorandosi di una sfumatura neodarwiniana particolarmente cinica. Ci viene detto – semplicemente – che al mondo trasmessoci dalle generazioni che ci hanno preceduto non esistono alternative perché l’uomo è fatto così ed è assurdo volerlo cambiare. È la versione naturalistica, e dunque più violenta e feroce, dello stesso fissismo che taluni scorgono oggi nella Dichiarazione dei diritti del 1948 (se la leggiamo al passato e non al futuro, cioè non come progetto per un mondo migliore ma come sistema di verità auto-evidenti).

Per quanto mi riguarda, continuo a credere che le regole di coabitazione che gli uomini si danno siano interamente culturali (su una base, è sottinteso, immodificabile, perché non possiamo certo stabilire per decreto che dal 1° luglio 2015 nessun cittadino italiano morirà più di vecchiaia). Le regole di coabitazione ce le scegliamo noi (o in ogni caso potremmo farlo se avessimo il coraggio di riprendere in mano i nostri destini), perché non sono inscritte in nessun codice genetico e in nessun principio trascendente o immanente che non si possa sottoporre al vaglio della ragione e della discussione democratica.

 

8. Si può dire che è in atto uno scontro fra due o più civiltà diverse e inconciliabili? E se sì, quali sono le cause di questo scontro (culturali, religiose, politiche, economiche, ecc.)?

In un mondo come il nostro, così segnato dalle disparità nella distribuzione delle risorse, le cause profonde non possono che essere anzitutto economiche. Allo sfruttamento gli sfruttati si oppongono con gli strumenti intellettuali che trovano. È sempre stato così, perché la politica è in gran parte bricolage. E a lungo, per i milioni di diseredati del Sud del globo che non erediteranno la terra, il quadro per interpretare il mondo e organizzare le proprie lotte è venuto dal marxismo. Dopo il tracollo dell’Unione Sovietica e l’apparente bancarotta del progetto socialista, il bricolage si è orientato verso quello che era immediatamente disponibile, e i riferimenti sono venuti dalla religione. Il risultato – diciamo la verità – è la meno appetibile di tutte le alternative possibili all’Occidente: il che, naturalmente, è assai comodo per coloro che vogliono tenere in piedi l’attuale sistema di sfruttamento.

Questo non toglie che alcune delle descrizioni del mondo occidentale offerte dagli islamisti radicali siano di una esattezza sorprendente, spesso di gran lunga superiore non solo alle apologie dei paladini del Mercato ma persino alle critiche di coloro che lo combattono dall’interno. D’altra parte è sempre stato così: il miglior ritratto sintetico dell’Impero romano ce lo ha fornito il Calgaco di Tacito nell’Agricola, come il miglior ritratto sintetico del nascente sistema di sfruttamento capitalistico ci è venuto dall’anonimo ciompo delle Istorie fiorentine di Machiavelli, e il miglior ritratto sintetico della mercatura cristiana (con tutte le sue ipocrisie) va cercato nelle parole dello Shylock di Shakespeare. C’è una saggezza dei nostri nemici che merita di essere ascoltata.

 

9. È possibile mettere a confronto e stabilire quale sia il migliore tra sistemi di valori di differenti civiltà?

Sono un relativista se con questa parola intendiamo il massimo rispetto per le idee e i valori di civiltà diverse dalla mia; non sono un relativista se con questa parole intendiamo il rifiuto aprioristico di scegliere tra modelli sociali e culturali alternativi. Per quanto ne sono capace, cerco sempre di sottoporre le mie idee e quelle degli altri al vaglio della ragione e di liberarmi dei pregiudizi che inevitabilmente mi porto dietro. Mi piace lasciarmi convincere dai buoni argomenti altrui, ma se, a un esame approfondito, rimango persuaso che i miei siano migliori, non rinuncio a cercare di persuadere a mia volta gli altri della loro bontà. In questo senso ritengo che l’unico atteggiamento accettabile nei confronti della diversità sia ancora oggi quello degli illuministi.

 

10. Qual è lo stato della libertà di espressione in Italia? Ci sono argomenti tabù su cui risulta difficile o impossibile esprimersi liberamente?

Il nostro è il tempo della minima censura e del massimo conformismo (un tempo nel quale, si badi, niente risulta tanto conformista quanto le provocazioni dei presunti iconoclasti che destano scalpore con le loro rane crocifisse). Qui in Occidente l’unica vera censura, potentissima e invisibile (potentissima in quanto invisibile), è quella del mercato. Chi non soltanto lavora con le parole, ma di esse vive, lo sa – o dovrebbe saperlo – meglio degli altri: anche se poi tocca spesso constatare con amarezza che non è così. La lotta per la libertà di espressione è tutt’altro che conclusa: e continua tutti i giorni, anche da noi, sotto il provvido velo del più assoluto permissivismo.

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