Strong opinion – Post porno

da | Mag 2, 2013 | Senza categoria

La mia generazione (i nati negli anni ’80, poco prima della caduta del Muro) è la generazione dello “spettacolo delle macerie”.
Siamo cronologicamente gli ultimi, nel “dopo”, a ricordarci del “prima”. Gli ultimi a ricordarci, adesso che la festa è finita, di come fosse ballare e bere senza preoccuparsi. Gli ultimi nati sul Titanic prima della collisione con l’iceberg, quando, dopo un breve rollio, la nave non avendo ancora incamerato tutti quegli ettolitri cubici d’acqua, ci permettevamo di ordinare un old fashioned, elargendo una considerevole mancia all’affannato cameriere in uniforme. Totalmente ignari della catastrofe imminente.
La mia generazione è quella che sta fra il Crollo che seppellì in un lampo l’imperialismo sovietico e la futura e inevitabile Terza guerra mondiale che vedrà la Cina protagonista e l’Europa unita a difendere i suoi privilegi.
Oggi è tutto molto confuso, ma per noi, nati negli anni Ottanta, affacciati all’età adulta sul finire dei Novanta era tutto incredibilmente identitario. C’erano i buoni e i cattivi. E si poteva stare al di qua o al di là. Da una parte o dall’altra.
È vero, a un certo punto il Muro era caduto, ma lo potevamo ancora intuire.
Noi siamo gli ultimi ad averne percepito la serpentina e siamo al contempo i primi, con occhi coscienti, ad aver assistito all’altro grande spartiacque, il crollo delle Torri Gemelle, l’11 settembre del 2001. Che un giorno smetterà di essere 11 settembre e diventerà, come già per il ’29, il ’39 e l’89, semplicemente, il 2001.
Per noi le torri non sono solo l’ologramma proiettato nel cielo notturno della Grande Mela, come la lapide che ha aperto gli anni Zero che ammonisce gli ultimi nati. Sono il simbolo di una promessa mancata. Sono il simbolo che il mantra della Fine della Storia, coi suoi retori e i suoi portaborse, non era altro che il parlarsi addosso di accaldati studiosi con la paura di perdere il posto.

Su un piano meno macro, ma neanche troppo micro, la generazione delle macerie è una generazione che sta nel mezzo di mille altre cose. I nati “dopo” hanno iniziato la loro vita giocando alla Playstation 1, poi 2 e poi chissà cos’altro bolle in pentola oggi nei sovreccitati cervelli dei signori delle consolle. La nostra ha conosciuto i videogiochi, rigorosamente bidimensionali, nei bar di periferia. Mentre quelli che non riesco a non percepire come piccoli mostri (so, razionalmente, di non essere d’accordo con me stesso, ma non riuscirò mai a togliermi dalla testa la sensazione che tutti i nati dopo l’89 siano inesorabilmente dei coglioni) sono andati con il cellulare infilato nel grembiule alle elementari, la nostra generazione lo ha gradatamente scoperto (i primi tempi giocavamo a “prenderci gli squilli”, giochino idiota quanto redditizio per la Omnitel che incassava i proventi di quei duelli a distanza). Per ascoltare la musica usavamo il walkman, poi il lettore cd, che seppure erano incredibilmente “avanti” rispetto alle generazioni prima della nostra avevano comunque il faticoso inghippo di una dimensione scomoda, un peso consistente e un supporto fisico più che deteriorabile. L’iPod, ha cambiato tutto (adesso è l’hard disk di quel dannato affare, bruciandosi con una scadenza programmata, a farmi sborsare cifre insostenibili per alimentare la mia mania di possedere quel cazzo di ipod classic in cui potenzialmente metter dentro tutto l’universo mondo anche se invariabilmente si rompe molto prima che riesca a esaurire la sua enorme memoria).
Per le nuove generazioni è tutto touchable. Tutto rivedibile. Tutto interattivo. Tutto leggero, in streaming. La generazione delle macerie ha vissuto questi passaggi e ha una memoria storica di un mondo diverso, più materiale (dalle foto in pellicola alle cartoline delle vacanze) mentre oggi lo spazio dilatato ha sì reso schiavi anche noi, rendendoci compulsivi e irriconoscenti delle vestigia passate (in barba alle assurdità sulla decrescita felice, basterebbe un blackout a rendere tutti noi molto, ma molto infelici), ma ha travolto totalmente quelli che non hanno vissuto la differenza facendogli credere che tutto questo sia scontato. Ed è vero, anche la nostra generazione, rispetto a quella dei nostri padri e dei nostri nonni ha vissuto una vita radicalmente diversa. Ma, tanto per capirci, sia per me, che per mio padre, che per mio nonno, c’era la lira. Io mi ricordo quando un pacchetto di Marlboro costava 5800 lire (e subito dopo l’euro, tre euro) e mi ricordo le poche centinaia di lire che costavano le figurine Panini e i ghiaccioli Conte, in latteria.
Forse parlare di generazione delle macerie, facendo di tutta l’erba un fascio, è castrante per gli eghi individuali (spropositatamente folli) di ognuno di noi. Ma è necessario per orientarci.

Una delle cose che più distingue, questa nostra generazione da tutte le successive, è il rapporto con la masturbazione.
A chi non è capitato di sentir dire a un amico “da quando ho scoperto You Porn…”.
Già. Personalmente ritengo sia questo il punto. Il “da quando”. L’averlo scoperto. Un caro amico, pochi anni fa, mi disse che non aveva mai avuto il computer in casa. Adesso, dopo essere andato a convivere aveva optato per internet illimitato grazie ai prezzi concorrenziali di Fastweb, che con la fibra ottica gli permetteva di essere veloce. E che da quando l’aveva, era incredibilmente contento quando la sua ragazza usciva con le amiche e faceva tardi perché poteva godersi una sfiancante maratona di piacere con se stesso invece che doversi prestare a un faticoso e riduttivo scambio di piacere reciproco (simulato o reale che fosse).
Ecco, nonostante l’assuefazione, noi possiamo ricordarci com’era. Com’era quando è iniziata, com’erano, ai tempi della fantasia, quelle sfiancanti maratone, come funzionava lo You Porn della nostra immaginazione.

Tutti noi, a una certa età, anno più anno meno, abbiamo iniziato a renderci conto che Marzia stava diventando attraente (nei miei ricordi lo è sempre stata), che a Margherita stavano crescendo le tette, che il culo di Valentina sembrava il profilo di una pesca, che Erika aveva delle labbra perfette per. Ed è con questo elenco ben chiaro in testa che passavamo le ore pomeridiane (e quelle serali, e quelle di molti intervalli e molti momenti inopportuni) a farci le seghe. Chiunque abbia letto Il lamento di Portnoy, di Philip Roth (qualunque maschio sano eterosessuale abbia letto Il lamento di Portnoy di Philip Roth) sa che Portnoy non esagerava. È per questa ragione che ciascuno di noi (sono sicuro di non essere il solo) guardando la pregevole opera registica di McQueen, Shame, dalla ridicola sceneggiatura, avrà pensato “ma se quella è sex addiction, allora io sono un mostro”.
Vorrei citare, molto inelegantemente, un brano di Con le peggiori intenzioni di Alessandro Piperno, chiamandolo in causa in qualità di nume tutelare per giustificare le sconcezze a seguire: “La masturbazione è la più alta espressione di libertà – dietro alla quale si piazza soltanto la letteratura – che il mio organismo abbia saputo concedersi negli ultimi trentatré anni; una libertà che supera perfino la sfrenata sessuomania di certe rockstar, rispetto alle quali ho il vantaggio di poter scopare simultaneamente, o nell’arco di quegli elettivi dieci minuti fuori dalla Storia, con donne decedute da anni come Marilyn Monroe senza correre il rischio di passare per un necrofilo, con vecchie compagne di scuola senza per questo sentir parlare di passatismo, con starlettine della Tv senza dover diventare a mia volta celebre, con le mogli dei miei amici senza per questo tradirli, con la sorella che non ho mai avuto senza commettere incesto, con studentesse universitarie senza compiere alcun abuso”.

Ecco, le studentesse. Partiamo da quelle ore di noia mortale tra i banchi di scuola di quel verde ospedaliero, mentre una scoraggiata insegnante tentava di impartirvi qualche nozione di matematica, ben consapevole che la maggior parte di voi, poveri illusi, avrebbe intrapreso la fallimentare strada delle materie umanistiche.
Tutto quel tempo lo passavamo a memorizzare. Memorizzare i pezzi di corpo con cui comporre il collage perfetto, che in perfetto stile cubista ci restituisse l’intero della donna ideale, naturalmente composta dai frammenti di tutte le altre.
Ed anche qui, intendo mettere le mani avanti rispetto alle viete accuse di maschilismo. Citando un passo magistrale di Italo Svevo nel libro che segnò per sempre, confondendomi, i miei 12 anni:
“Fui sincero come in confessione: La donna a me non piaceva intera, ma… a pezzi! Di tutte amavo i piedini se ben calzati, di molte il collo esile oppure anche poderoso e il seno se lieve, lieve. E continuavo nell’enumerazione di parti anatomiche femminili, ma il dottore m’interruppe:
– Queste parti fanno la donna intera”.

Ecco, è vero, tutti noi siamo andati in edicola a comprare uno degli ultimi Le ore che sarebbero usciti, tutti noi abbiamo fissato attoniti Ambra, mentre ballava e cantava a Non è la Rai, ma soprattutto tutti noi abbiamo scorso nella mente infinite volte tutte quelle ragazze che ci siamo faticosamente portati a letto nel corso degli anni e che abbiamo o ci hanno abbandonato. Tutti noi abbiamo cercato di richiamare alla mente il ricordo olfattivo di una barista, di una professoressa, di un’amica di nostra madre, o di una delle tante (o poche) ragazze che ci si sono concesse.
E adesso? Adesso tutto questo capita solo nei rari momenti in cui non avete accesso a internet. E spesso, grazie all’avvento del digitale, se siete in viaggio, in qualche albergo o in qualche motel o stamberga o ostello o campeggio, pur non avendo una connessione, potreste comunque avere un portatile con voi. Ed ecco, immancabile, la collezione di video sconci e foto osé che avete raccolto nel corso delle vostre avventure, come un tempo solo i serial killer, grazie all’incongrua diffusione di macchinette digitali a tal scopo preposte. Sono quindi rarissimi i casi in cui, vi tocca chiudere gli occhi e iniziare la sublime rotazione di corpi e volti, alcuni senza nome, altri dal nome inconfessabile. E quando succede, la riflessione più dolorosa, di solito è “cazzo, come è difficile, una volta non era così difficile”.

Ho rubato un po’ di dati e qualche spunto da un bell’articolo di Terry Marocco uscito su Panorama.
YouPorn e Pornhub attraggono ogni giorno 15 milioni di contatti.
Ogni secondo 28.258 persone cliccano contenuti hard.
Il porno è cambiato. La dimensione patinata è venuta meno. Salotti Ikea, biancheria da due soldi, cellulite, peli, inestetismi. Se una volta la pornografia si poneva verticisticamente imponendo un modello mainstrem che doveva andare bene per tutti (il povero Marchese de Sade si sarebbe annoiato a morte) oggi possiamo riscontrare quanto stia diventando dominante il tratto opposto, quello di un sesso quotidiano, alla portata di tutti (via web).
Mentre prima il viandante raffinato doveva mascherare i suoi più sordidi desideri, oggi può vederli censiti da autorevoli piattaforme quali Xhamster e Xvideos (passando per You Jizz, Keez Movies e compagnia). Siamo arrivati a un sesso enciclopedico, forse senza l’autorevolezza della Treccani, ma assurto a un livello di specificazione paragonabile a quello raggiunto da Wikipedia. Di norma questi siti rappresentano le più variegate esigenze attraverso un elenco in ordine alfabetico, in un inglese fuorviante e infarcito di sigle asettiche e acronimi fantasiosi (come l’evergreen MILF o il sempre piacevole BDSM). Ma non mancano le eccezioni. Ad esempio, tempo fa un ex collega mi raccomandò di visitare un sito chiamato Lupo Porno. Ecco spalancarsi l’orrore. Ecco che la didascalizzazione, tra “sborrata in bocca” “culo grande” “nano/nana” “gabinetto” e “pisciata addosso”, diventa verbalmente indicibile. Questo sito porno, trascrive le vostre voglie in un italiano volgare e sboccato, trasformando di colpo le vostre categorie preferite, in abissi linguistici di grettezza e impronunciabilità.

Uno dei film porno che ho sempre voluto girare, di cui ho appuntato scene e trama in una vecchia agenda, si intitolava Parafilia portami via. Era la storia di un uomo le cui pulsioni sessuali, esulando dal normale atto riproduttivo, lo portavano a commettere una serie di aberranti delitti alla ricerca di ogni piacere perverso che potesse procurarsi fra le strade di Bangkock fino a che… se mai verrà prodotto, nuoviargomenti.net sarà il primo ad essere avvisato.
Un altro cambiamento, rispetto al passato, riguarda il fatto che mentre un tempo il feticista inguaribile vuotava il sacco delle sue turpi fantasie sullo scomodo divanetto dell’analista, scucendo fior fior di quattrini per liberarsi dal suo senso di colpa, oggi lo svuota on-line e non è infrequente ci guadagni pure qualcosa.
L’amatoriale on-line ha riportato coi piedi per terra l’erotismo, ai suoi massimi splendori sulle riviste del settore, trafugate da noi ragazzini dal giornalaio, come oggi solo i vecchi patetici senza accesso a internet, o sui vhs, in cui campeggiavano solo Pamele Anderson con ancora più tette e capelli più ossigenati.
Oggi possono dire la loro anche i palati più fini. Ci sono amanti del ciclo mestruale, amanti degli incontri tra nane e uomini di colore, tra nani e vichinghe, gente che mangia le feci o ama travestirsi da Pokemon prima di infrattarsi in un cespuglio. Man mano che si prende dimestichezza con lo strumento pornografia on line, gentilmente guidati da google da cui vi sarete premurati di disattivare l’odioso safe search, ecco che le vostre richieste finiranno per incontrare dei risponditori che avranno già compilato la perfetta didascalia della perfetta clip che era nella vostra testa da dieci lunghissimi anni.
E i film porno, per come li conoscevano gli inconsolabili erotomani di qualche decennio fa (o per come li conoscevano i border line alla De Niro in Taxi Driver) non esistono più. Nessuno che conosco ha più guardato un film dall’inizio alla fine. Ognuno diventa il regista dei propri sollazzi. Qualcuno si spinge ad aprire più finestre o più schede del browser allo scopo di poter scorrere più video contemporaneamente (ma conosco un tale che faceva di peggio e in un periodo buio della sua vita, sviluppata una dipendenza da un sito di Risiko on line in cui era registrato come Vladimpalatore13, si divideva tra la belluina conquista della Kamtchatka e la topica soddisfazione della sua frustrazione, insultando in chat gli altri giocatori durante gli attacchi, sempre tenendo il planisfero da gioco su mezzo schermo per lasciar scorrere, nell’altra metà, alcuni filmati hard su cui sfogarsi nell’attesa del suo turno).

Sembra l’Apocalisse. Tanto che la libera e progressista Islanda ha deciso di dare lo stop al sesso sul web per proteggere l’infanzia delle generazioni che nascono e navigano in questo mare magnum di pornografia sconfinato a cui attingere fin da giovanissimi.
È difficile giudicare dove finisca la mia libertà e dove cominci la Ragion di Stato. E sebbene senza pornografia on line, ammettiamolo, saremmo perduti, credo ci sia davvero il rischio che questa sovrabbondanza di stimoli atrofizzi la nostra fantasia, o peggio, la consumi. Sappiamo tutti quanto la noia possa richiedere un prezzo sempre più alto per lasciarci campo libero una mezzoretta ogni tanto. Sappiamo tutti che ci sono porte (o finestre) che sarebbe meglio non aprire. E sappiamo tutti che le porte, una volta aperte, restano aperte. Per quanto disgustosamente amorale sia stata la condotta della mia vita e per quanto aberranti possano talvolta risultare le mie personali opinioni, non so se voglio immaginare mio figlio quattordicenne che viene in faccia alle sue coetanee facendosi infilare un dito nel culo, che piscia addosso a una prostituta prima dei vent’anni, che pronuncia l’impronunciabile frase “bella la merda” prima dei trenta, e che finisce a scorrazzare fra i cimiteri e a molestare il gatto dei vicini prima dei quaranta. Inoltre, quello che mi preoccupa è: cosa viene dopo?

Forse l’Islanda ha ragione.
O forse l’abisso è di fronte a noi, pronto ad accoglierci in un mondo reale che, non potendo star dietro al virtuale, si atrofizza.
Però.
Però, la generazione delle macerie, che ha tanti difetti ma anche qualche pregio, è una generazione di malinconici. E la malinconia potrebbe salvarci. Tutti noi, rimpiangiamo o abbiamo rimpianto, anche se non razionalmente, quel Muro.
Ed ecco che molti di noi, in qualche sera solitaria, determinati a “mungersi” (il termine non è mio, ma di un caro amico che abita dalle parti di Busalla) non abbiamo tutta questa voglia di passare ore alla ricerca del video adatto. Di metterci a scegliere, con crescente scoramento, su quale dei tanti culi, facce, tette, scene più o meno complesse, concludere il nostro piacere prima di andare, finalmente, a dormire.
Ed ecco, se non proprio la fantasia, un altro prezioso strumento di questi nostri anni, venire in soccorso. Facebook.
Facebook, paradossalmente, nonostante tutte le meritate accuse sociologiche, in questo caso, ci riporta a casa. Ci riporta fra le nostre compagne di scuola, delle medie, delle elementari, ci riporta dalla collega, dall’amica dell’amica che abbiamo intravisto, ci riporta, attraverso un clandestino travasamento di profili e identità, dall’ex ragazza che non ha cancellato l’album di foto delle nostre vacanze insieme, vicino a quel Nuraghe dove quella notte… ci riporta, facebook, a foto meno esplicite, a riesumare, quell’incredibile, improbabile desiderio per un pantaloncino e una parte non abbronzata di seno, ci riporta fra scarpe e calze famigliari, ci riporta i visi, struccati, innocenti, divertiti, autoscattati e domestici delle nostre fantasie.
Se siete fra quelli che hanno già provato quest’esperienza, capite di cosa stiamo parlando. Se non avete mai provato, provate. Vi sembrerà di guardare la pubblicità del Mulino Bianco. E penserete, in fondo, è un mondo buono.

Mario de Laurentiis (Napoli 1969 – Segrate 2666).