XVII Quaderno italiano di poesia contemporanea

da | Nov 24, 2025

Pubblichiamo la premessa di Franco Buffoni al XVII Quaderno italiano di poesia contemporanea, da poco uscito per Marcos y Marcos, e un testo di ciascun poeta.

 

 

Non può che nascere con un pensiero a Claudia Tarolo – già direttore editoriale di Marcos y Marcos – la presentazione di questo XVII Quaderno di Poesia Italiana Contemporanea, nel ricordo di anni e anni di fattiva collaborazione che ebbero sempre nel “quaderno” il loro fulcro, la motivazione profonda.

Diciassette quaderni significano trentaquattro anni di lavoro senza soluzione di continuità. Negli anni pari l’emissione del bando seguita dall’inizio dei lavori di selezione, negli anni dispari la scelta dei/delle sette poeti e poete, con la ricerca del prefatore più adatto e disponibile, la collazione dei quattordici pezzi del puzzle e infine la scrittura di queste mie righe a sigillare l’operazione. Che non potrebbe darsi senza l’indispensabile lavoro di Massimo Gezzi, il quale – come più giovane membro del Comitato di Lettura – subisce l’urto massiccio di centinaia di invii procedendo alla prima selezione. Ricordo quando, con gli altri membri del Comitato di Lettura Fabio Pusterla e Umberto Fiori, ci si scambiavano, fisicamente trasportandoli, grosse quantità di materiale cartaceo. Da una decina d’anni gli scambi sono diventati informatici, indubbiamente alleggerendo il processo selettivo. 

La tristezza del commiato da Claudia è stata in parte risarcita dall’entusiasmo con cui Marco Zapparoli, dalla fondazione grand patron della casa editrice, ha subito ribadito che l’“operazione-Quaderno” doveva continuare nei tempi stabiliti, dando a noi l’esempio, in quel non facile momento, di come si dovesse procedere con le operazioni del Comitato di Lettura.

Infine un grazie ad Alessandra Corbetta, già precedentemente inquadernata, che con le sue doti di poeta e di manager ha impeccabilmente curato le varie fasi della collazione, e in seguito si occuperà delle presentazioni nelle varie città; e grazie ai prefatori che – nel clima di assoluta liberalità che da sempre caratterizza la collana dei “Quaderni” – hanno scritto dei veri e propri saggi introduttivi, continuando un’altra consolidata tradizione: quella dell’inquadramento critico approfondito e rigoroso di ciascun poeta selezionato.

Sacrificio, il termine che balza subito in primo piano, anche per via dell’ordine alfabetico, dal titolo della raccolta di Silvia Atzori, potrebbe essere assunto a denominatore comune dell’intero volume in una prospettiva – come afferma Tommaso Di Dio nella prefazione – “generata da una peculiare compressione dubitativa fra ciò che all’apparenza non ha ragione alcuna e ciò che nondimeno potrebbe averla”. Perché, come scrive la giovane poeta “Qualcosa di atroce scorreva nelle vertebre: il nome / più antico / incastrato nei denti”.

Così impostata la considerazione complessiva non può che subito planare sui “fiumi di gelato” che “uscivano dalle prese della corrente” di Diletta D’Angelo, con il sogno che “diventava un incubo”: “non riuscivi a smettere di mangiare”. Un sacrificio emblematizzato all’ultimo stadio dalla foto del maialino nell’elegante vetrina del macellaio – che la poeta considera parte essenziale della silloge – con l’offerta votiva del mezzo limone in bocca. Come scrive Carmen Gallo nella prefazione echeggiando Ricoeur “i ricordi tornano come immagini”, “appaiono come fratti da un cristallo che è il presente”, capace di moltiplicare le immagini in innumerevoli “accidenti della visione”.

E gli accidenti della visione che rendono indelebile il ricordo del sacrificio, dal vagabondare della mente di Diletta, riappaiono irrobustiti nei versi di Luca Ballati, poiché “ogni oltraggio è morte”, come ci ricorda l’autore citando Gadda, La cognizione del dolore. Giustamente in questi versi, a tratti davvero molto potenti, Umberto Fiori rintraccia “larve crepuscolari, anonime”. “Di che cosa si parli non è dato sapere; prevale il procedimento dell’ellissi e della reticenza”, magari ridotta a “un dispiacere a lungo macerato”.

Si giunge così a Kisa, il criptico titolo della silloge di Stefano Bottero, che subito però ci consolida nella correttezza di avere posto il concetto di “sacrificio” a denominatore comune dell’intero volume. Secondo il Canone Pāli, infatti, Kisa Gotami trasporta il corpo morto del suo bambino, e raggiunge il Buddha per chiederne invano la resurrezione. Poiché scrivo queste righe subito dopo avere letto una cronaca da Gaza, non riesco più a essere oggettivo. Meglio accogliere i nudi versi dell’autore: “prendi il polso al muro – come aghi diluiscono il modo in cui muovi le mani / nei polmoni. vivere per sempre”. In modo assolutamente pertinente chiosa Alfonso Guida nella prefazione: “Ogni poesia di Bottero è una scena del crimine. O come tale appare”.

Una poetica in levare, definirei quella di Ilaria Crocchini, quale mi appare da questi suoi testi curati, ben congegnati, ma che vedo anche complessivamente all’insegna di una affermazione assumibile come una vera e propria dichiarazione di poetica: “Il testo è spoglio, minimo nei dettagli”. Con il sacrificio che diventa self-portrait: “Lungo la strada sono tanti i lavori in corso e le impalcature. / Mi accorgo che si muore se casca un cornicione / e mi sposto al centro della carreggiata dove / però le macchine passano e in curva veloce. / Mi scanso di nuovo e mi dico che forse / il respiro della vita interna a questo muro / mi può avvolgere in una nuvola di ossigeno / caldo e dare fiato per soffiare su quel mattone / che per sbaglio sta cascando di qua”. In modo assolutamente pertinente Stefano Dal Bianco osserva nella prefazione come ci sia “una apparenza di razionalità logico sintattica che si perde in queste faglie di non detto, anche se l’argomentazione è gestita come se tutto funzionasse al meglio”.

Quasi come un’esercitazione sul tema del sacrificio si presenta La linea di ghiaccio di Marco Falchetti, in particolare se consideriamo questi versi: “Noi veniamo dal grigio. / Noi veniamo dal viola. / Noi veniamo dal nero. / Siamo i volti dimenticati. / Siamo la voce senza volto. / Siamo la storia senza gloria.” Perfettamente in linea nell’incontro poietico (proprio di poetiche) con il prefatore Fabio Pusterla, che acutamente chiosa: “La nudità del sasso, la voragine della storia geologica e paleoantropologica, la vastità dello spazio e del tempo: queste le polarità che si oppongono al mediocre presente, alla ‘gelatinosa pioggerellina’ che annichilisce i giorni, alla noiosa ‘industria della città quotidiana’”.

E non v’è forse sacrificio negli Esempi del dominio di Giuseppe Nibali, laddove l’autore si scaglia con controllato impeto contro “Baracche e alloggi provvisori cambiano / Viale Argonne, Ronchetto, Baggio, Pero. / Dobbiamo avere una grande pazienza, legarci alla base / dobbiamo mettere per iscritto gli accordi”.  Con una luce forse da intravedersi in fondo al tunnel: “Una moltitudine ci sembra da dove / possa farsi buono il mondo / possa ricostituirsi il dominio”.

Cogliendo questo barlume di speranza, osserva infine Massimo Gezzi in qualità di prefatore: “In questo finale ambiguo, paurosamente in bilico tra spietatezza e speranza che davvero nulla sia accaduto, stanno la cifra e la potenza della scrittura di Nibali, cui auguriamo di continuare a gettare luce sul nostro buio senza fondo.

Avere trovato un denominatore comune convincente tra sette poete e poeti selezionati individualmente, senza prendere minimamente in considerazione l’appartenenza a gruppi o tendenze, non mi esime dal mettere in luce quante disparate siano le loro provenienze, anche da un mero punto di vista geografico. Se siciliano è Giuseppe Nibali, sarda è – almeno per ascendenza paterna – Silvia Atzori, genovese è Luca Ballati, svizzero ticinese Marco Falchetti, romano Stefano Bottero, toscana Ilaria Crocchini, abruzzese Diletta D’Angelo. A testimoniare anche della ricchezza cromatica dei loro background linguistici, e delle sfumature dialettali che talora si percepiscono almeno in filigrana nelle loro scritture.

Franco Buffoni

 

***

 

SILVIA ATZORI

Il silenzio e il sonno erano quasi indistinguibili.
La creatura ha solo un ricordo, quando
la madre l’ha posata a terra
perché gli spiriti allenassero col pianto la trachea. Uno spazio
non assegnato ancora dietro al nome.
La predazione qui è possibile al contrario.

La creatura sta sognando un ricordo, il ricordo
nuovo plasma il primo
come il palmo che ruota nella cera.

La madre è nello spazio dell’attesa, ora
c’è un nome che protegge la creatura.
Vibrazione della voce, forse
sta dimenticando cos’è il sonno.

La creatura adesso sa il suo nome. Sa
che da una prima combinazione di fattori
dipende il suo non sprofondare nella terra.

 

*

LUCA BALLATI

Certo ne aveva di mercanzia da mostrargli. Si metteva allora in viaggio,
come sempre; vedere tutto coperto, il cancelletto sprangato,
lo avrebbe messo fuori gioco tutta una stagione. Risaliva stavolta
con le tasche piene: di ogni marca e lunghezza i suoi doni,
pegni in un certo senso di fedeltà
in casa sua gli avrebbe aperto un mondo.
E tutti quei palloni persi in gioventù,
rotolati con troppa facilità
in uno di quei bungalow sotterranei. Bisognava
guardare avanti. Del resto c’era
ormai, si inoltrava in un silenzio
ben noto, solo ghiaia sotto i passi.
E, già sicuro dello schiaffo, lassù
subito prima di schiantarsi
una voce, quella voce:
«ah! c’è aria di vantaggi, qui».

 

*

STEFANO BOTTERO

vengo nel tuo respiro. mentre ti muovi cancelli le gocce a cui
mi attacco, le suddivisioni. un dolore al petto mi addormenta sul fianco che non vedi. smette di contare il fumo gli appartamenti in affitto – non c’è niente
che mi sfami.

hai smesso di usare le dita.
cambiare la disposizione degli oggetti il colore chiuso che ti resta
dentro – rivelazione

non rivelazione.

 

*

ILARIA CROCCHINI

Dove faccio la conta e perdo un battito vedo
il tassello che sfalda il cemento.
Vorrei sentire la pomice del mattone come un pastello
e il calore della lingua di malta che si allunga.

Lo spazio è forma di pensiero che si adagia con calma, a rilento.

Come uno stormo che si agglutina in un punto convergente
facendosi massa prima di rimbombare e disgregarsi
eccoti incassato in uno spazio tra poco non più tuo
tra poco poiché un’altra forma ti scalza e sostituisce
all’aria che muove il vento, al tutto
che ci trascina più vicini anche quando non capiamo.

 

*

DILETTA D’ANGELO

Il nastro si riavvolge muovendo a ritroso una bambina con le scarpette di vernice nera
scelte dalla madre. In un vestito blu con la gonna a palloncino e un fiocco tra i ricci
ho circa tre anni. Soffio le candeline tra mia madre e mio padre e sembriamo felici.

A fine nastro lo schermo si stria di grigio, ti avvicini a toccarlo col naso, puoi vederci
le stesse piccole stelle del buio.

Lo stesso grigio pochi anni dopo, un altro televisore, un’estate caldissima.
Sul divano di casa sua mia sorella non voleva che toccassi niente, che facessi rumore e di continuo
urlava il nome di mia madre. Mamma per le scale ci porta i musicanti di Brema in videocassetta,
me l’aveva regalata mio padre, la mia preferita.

Lo schermo è grigio ma il cartone non parte. La macchina da presa inquadra i piedi
di un uomo su una sedia, gli tremano le gambe. In ginocchio davanti a lui c’è una donna,
la si vede solo muovere la testa, stringere qualcosa nella bocca. In pochi frammenti di secondo
c’è mia sorella sulle scale che urla, chiama mia madre ancora una volta. Lei sale e la cassetta
viene tolta, viene fatta sparire. Del cartone animato, della storia dei musicanti, non ricordo più niente.

 

*

MARCO FALCHETI

Lo gneiss,
roccia di lava, dal basso,
in quello che si potrebbe credere
ai minimi termini,
parola-pietra forgiata a caldo
da angeli cornuti, larve, minatori
dispersi a chissà quale profondità
nelle gelide fucine dell’Ade, o dischiusa
con un ringhio da muscoli di roccia,
nervose fibre del pensiero,

quando la pronunci
t’incarta la gola.

Si vede che le cose più lucenti
sono propiziate dal buio.

La ripeto come un mantra.

 

*

GIUSEPPE NIBALI

Dobbiamo amarlo sempre dobbiamo amarlo
mentre ficca la mano nella tasca, prende la cartuccia
carica. Bisogna fissare il fucile mentre mira mentre spara
e provare sentimento, tremare pancia e cuore e braccio
bisogna guardarlo con desiderio e poi sciogliere quel desiderio
in anni di potenziali cure bene graffi sul viso e sangue
liberato dai due lembi di carne nel taglio.
Dobbiamo venerarlo e in qualche modo soddisfarlo
e accudire integralmente e tenerlo in un momento
che è sempre e che non sarà, nel cuore, nel sesso
con amore abbracciarlo dobbiamo e perderlo e pensare
di non essere senza più gli stessi. Bisogna leccare le giunture
bisogna abbracciare i ginocchi, le braccia le mani
dobbiamo accoglierlo nello sterno e stringerlo
e dirgli che gli vogliamo bene, che noi lo ringraziamo
dall’inizio di ogni giorno e poi per tutti i successivi
l’uomo che ci uccide.