XIV Quaderno italiano di poesia contemporanea

XIV Quaderno italiano di poesia contemporanea

Da poco uscito il XIV Quaderno italiano di poesia contemporanea a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, 2019). Gli autori sono Pietro Cardelli, Andra Donaera, Carmen Gallo, Raimondo Iemma, Maddalena Lotter, Paolo Steffan, Giovanna Cristina Vivinetto. Pubblichiamo una selezione di tre poesie per ciascuno.

Pietro Cardelli, da La giusta posizione

Tomba di sopra ‘44

Le mani alte, quasi giunte
a implorare un perdono di cui
non ha colpe, ma solo necessità
crudele, eppure vera, ora che
la guardano con una rabbia
che non comprende, agosto,
un caldo senza precedenti
come dice la radio nell’aria tersa
un calore, un fuoco brucia le messi.

Il bambino a terra, neppure,
alza una nube di polvere e ghiaia:
prima i colpi, il sogno del chirurgo,
il generale risuona la sua voce
nelle menti di tutti, i giovani sgomenti
atterriti dai propri gesti, così sicuri.
Si sente dal cielo la voce, rispecchia
il frastuono, mentre le pupille
si accendono e il sangue è un ricordo,
è già passato, è futuro e passato
insieme: eccolo, l’abbandonarsi
esausto e definitivo: senti la fine,
una memoria, è la pace, gli occhi sbarrati.

Oggi non ci pensi, non conosci
il tatuaggio del nipote anni dopo,
il garage carico di armi, gli assalti
notturni, la sbarra. Ferragosto
quarantaquattro era scritto
in ogni agenda, sempre circoscritto,
quando lo mostravi con pudore
e orgoglio ai parenti: ora
attendi, perdona la crudeltà
che ti affronta, lasci un sigillo.

*

N.

Continuava a scrivere in una forma ossessiva,
mi guardava, e poi (sopra a tutto)
le accensioni a intermittenza, gli sguardi abbassati
mentre mi accanivo su me stesso.
“Osservami” – mi dicevo,
gli occhi che camminano e le cicale
che gracchiano sopra la corrente,
oppure più in là, sebbene fosse impensabile,
dove qualcuno controlla tutti i messaggi
e li trascrive, e le forze che si concentrano
sui marciapiedi, fra passo e passo,
svelano altri dettagli, più veri, dolorosi.
Ma questo cammino: le balze, i querceti
i trabattelli altissimi e profondi, era sempre
un andare-oltre e cadere, un farsi
del male: non c’era solidità né crescita
nella progressione, non era progressione. C’era tutto
un baratro da attraversare, e da capire.

Mi sono perso d’animo e ho abbandonato
la vitalità, scarna ma sempre vitalità
“vi-ta-li-tà” ripetevo. Sono
diventato astioso: “la soluzione più degna”
forse, è vero, eppure evitabile, così
che oggi ricordo poco se non gli sguardi dall’alto,
i più crudeli, e le mani, strette, venose
sempre in anticipo sul niente, e il sorriso crudele.

Ecco la soluzione, non era
era il tiglio sul marmo di casa, l’acero splendente
ripulire le foglie a una a una, accompagnarle
con cura al cassonetto. Finalmente
eravamo in due, eravamo gentili.

*

Ho appeso un manifesto in biblioteca

la mano era solida ma indecisa.
Mi sono fatto aiutare. In due
hanno trovato gli oggetti, li hanno scelti
e poi hanno svolto ogni gesto
con cura, fino in fondo, attenti
agli angoli, ai novanta gradi,
un istinto di conservazione.

Più tardi, in un orario frammentato
la strada era una scia luminosa, un flashback
l’attrito dell’auto appena ferma, prima
di fermarsi. Hanno strappato il manifesto,
l’hanno fatto con disattenzione, un movimento
come un altro nelle ultime ore del giorno.

Fra i cipressi, nell’auto, il dolore
è stato più ampio, la violenza
una rimozione o un ripensamento.
Il cestino ha raccolto ogni scarto, si è fatto
contenitore, scatola cranica, grembo materno,
aveva dei fili che dovevano essere raccolti
impedirne la trasformazione.

Hanno staccato un manifesto in biblioteca,
l’hanno fatto con cura e compassione.
Io ho pensato di cambiare strada, di stamparmi
fra gli ulivi e la collina.

***

Andrea Donaera, da Una Madonna che mai appare

Prima di noi i padri, i nonni, le madri
tra le dita il giallo vago dei muri
e stamattina anche la guida che
mostra la pietra porosa, la tocca,
è farinosa, la mano sporcata,
il turista fa foto
ma non alle pareti:
alle dita impolverate – a com’è
che il tempo passa qui:
un secolare e fine sgretolarsi,
alla fine (alla terra) mescolarsi.

*

Sono in sei contro sette,
ma c’è equilibrio, quelli in sei hanno Mino,
è l’estate di Baggio e di Baresi,
giù al porto lo chiamano Il Divin Mino,
attacca gli spazi, dribbla molto bene,
è leggero ma sa come travolgere,
punta la porta di pietra, il pallone
sbatte con un tonfo riverberato,

e oggi è un oggi più spento,
Il Divin Mino perde ogni contrasto –
con il vivere, chiaro.
Ha detto: «Vado di là». E si è lanciato.
Tre piani non sono tanti. Una palma
l’ha stoppato. È vivo ancora. E chissà.

*

La falena. Un biancore, VI

Vado a vuoto di memoria in memoria,
goffo, come un pinguino
rintraccio, poi, un crepacuore. I tuoi dire,
si rimarginano, e i discorsi tuoi:
a fanfare.
Sono grasso, e ne ho vergogna. Seduti,
al bar, la piazza, ho le mani sulla pancia,
tu sei tutta sorrisi, e tremori, e amori,
tutta una generazione di fiori.
Prima o poi ti dirò dell’altra notte.
Sognai così estremo che fu un averti
in casa [al mattino il tuo dentifricio
sull’asciugamani (dove affondai
il naso e gli occhi), a chiazze].

***

Carmen Gallo, da La corsa

quelli cadono

ho provato a raccontarlo il lancio la caduta
ma poi lui è caduto e cade ancora
ed è caduto lontano e io non l’ho visto
e nemmeno questo so raccontarlo
l’altro aveva un contorno
braccia composte gambe raccolte
e comunque un punto di partenza

da qui avresti detto no
non è sicuro lanciarsi da qui

*

noi parliamo

qui nel cemento il buio arriva bianco
in alto molto più in alto diresti
il cielo ha cavi orizzontali
stiamo bene qui parliamo
non è questo il posto dove ci siamo parlati
non è questo il posto dove ci siamo portati
da una stanza all’altra la linea dei cavi
adesso la seguo con gli occhi con le gambe
fino al letto in cima alle scale
nell’ascensore i vecchi restano settimane
in alto molto più in alto inclino la testa
aspetto che il sole arrivi a stringermi gli occhi
che la smorfia sulla faccia ti dica
che non mi interessa ciò che dici
ancora aspetto che la tua voce
torni indietro metallica
come una specie di dolore
non compatibile con la vita ordinaria

*

gli altri stanno in piedi a guardare

finché resto qui a parlare
nulla o poco può succedere
le pareti più delle voci mi costringono
in questa stanza dove niente
mi somiglia e niente mi riguarda
le donne spingono e spingono
gli uomini stanno in piedi a guardare
io e te dove andiamo
dall’altra parte dicono non c’è niente
aggrapparsi ai corpi, sopravvivere
anche gli animali si spostano
migrano dove si gela meno
la mano preme forte contro lo sterno
fa uscire l’aria, fa
allargare il petto sull’asfalto

la strada sterrata, la fine del selciato
ancora la caduta più del salto

***

Raimondo Iemma, da La settimana bianca

Una telefonata viaggia per i tubi
del nuovo comprensorio, prima scende
per la verticale di radiologia
poi in segreteria quindi ritorna
in accettazione però da un altro imbocco
la tecnica le consente di scorrere per sempre
ma arriva prima o poi l’uomo fallibile
l’impaziente ominide che spegne

*

Tutto appartiene all’ospedale
specie i locali abbandonati o prossimi
al rinnovo mediante turni organizzati
anche le consorti che attendono
il ritorno dal servizio della notte
le aule di formazione dislocate
al nuovo braccio, anche l’abitazione
dell’usciere di servizio
la segnaletica mancante

*

L’acquario resta immobile di fronte
dietro invece prosegue il mormorio
di scienziati di femmine in attesa
come una continua contrattazione
chiedono notizie dell’allettato
che dorme allacciato alle visioni
mentre i sogni attraversano condotti
ascendono come vapori

***

Maddalena Lotter, da Questioni naturali

Ognuno dovrebbe vivere un’infanzia sul mare e dal mare
prendere più avanti le distanze ma sempre a lui tornare
come al centro di se stesso, guardarsi muovere nel tempo
diverso e uguale, sospettando anche di avere acque fredde
e segrete; ognuno come il mare dovrebbe sapere dei fondali
appartati da millenni dove non si va.

Temporali e schiarite, queste piccole aperture dell’universo
non sono forse cenni di smisurata interiorità?

*

anche le case se osservate
riflesse sull’acqua sono più vicine al vero
al vacillante

*

I luoghi preferiti da ragazzi
erano le soffitte, i passaggi sottili.

Volevamo essere invisibili
avevamo il drago e l’imperatore,
avevamo gli schiavi. Nella muffa,
a volte le grandi risposte.

***

Paolo Steffan, da Frantumi

Inte i ślarghi del paeśe, sote onbrìe
fiape de canpanìi, no son pì bòn
véderla, la me dhent zhenza pì fan.

Sote i spióver dei cuèrt, sote chei ran
ragadi da romor de cop e son
de sine, al trèn cargà de gnent e onbrìe.

Negli spiazzi del paese, sotto ombre / avvizzite di campanili, non riesco più / a vederla, la mia gente senza più fame. // Sotto gli spioventi dei tetti, sotto quei rami / tarpati da rumori di coppi e suoni / di rotaie, il treno carico di niente e ombre.

*

Anno per anno, succhia lenti veleni
Primo Levi

Su l’àrdhen scolorì dei fosai
al me can al snaśa udor de rànzhego
da le vide springade col mal
de licòr pazhi. Rento ’l nas. Sui pei.

Qua in fra contadin no se dis pi
«Vae spander grasa» o «a móldher la vaca»
no pì «Zherca sto rap dolzh de ua frànbola,
sentà dhó sote n’onbrìa de pèrgola»

ma sol che «Cava i talpon che l’é
da meter dhó mila e mila pie de proseco èstra drai»
(et extra metrum) e po «Vanti dai,
che vae méter dhó schèi e altri pie e pai»

e sbanca e sfiaca e i vegnarà dhó
sti pore còi. «Asa che i dighe, dhent
che qua la vive sol che de invidie
e oialtri che studié tant: ndé laorar

e vergognéve de l’òstro ndar
vanti a scuarzhar, a dir mal del piat
ndove che tuti quanti magnen:
pa’ vide smòrvede ocor velen!»

Ma aque e polmon no i scuarzha mai gnent,
al frazha ògni canton al nas bèl
del me can, de longo i fosai e i pra,
del mal che no ’l se descragnéa mai.

Sull’argine scolorito dei fossi / il mio cane fiuta odori rancidi / dalle viti irrorate col male / di liquori lerci. Dentro il naso. Sui peli. // Qua tra contadini non si dice più / «Vado a spargere il letame» o «a mungere la vacca» / non più «Assaggia questo grappolo dolce di uva fragola, / accomodato sotto un’ombra di pergola» // ma solo «Estirpa i pioppi che bisogna / piantare millemila barbatelle di prosecco extra dry»/ (et extra metrum) e poi «Su, dai, / che vado a depositare soldi e altre barbatelle e pali» / e sbanca e fiacca e crolleranno / questi poveri colli. «Lasciali dire, gente / che qui vive solo di invidie / e voi che studiate: andate a lavorare // e vergognatevi del vostro continuare / a sprecare, a dir male del piatto / dove tutti quanti mangiamo: / per viti rigogliose occorrono veleni!» // Ma acque e polmoni non sprecano mai niente, / raspa ogni angolo il naso bello / del mio cane, lungo i fossi e i prati / del male da cui non ci si purifica mai.

*

Me parece na cuna in fra i frazhun
de ’n tenp che l’à studià
pèrder tòc

farme córer
rento ’n vodo patòc
pa’ bòt e grop torcoladi de scur.

Mi preparo una culla fra i frantumi / di un tempo che si è affrettato / a perdere pezzi // a mettermi in fuga / dentro un assoluto vuoto / per rintocchi e nodi attorti di buio.

***

Giovanna Cristina Vivinetto, da La cifra dello strappo

Questa mattina ci siamo svegliati
presto e all’alba siamo usciti in giardino.
Si diceva da giorni che dovesse
succedere qualcosa di importante.
Che fosse proprio oggi, però, questo
non lo sapevamo. Ma c’era
un presentimento nell’aria, quasi
un fremito animale a preannunciare l’evento.
Così, senza una parola, abbiamo preso
il corpo, lo abbiamo lavato con cura,
vestito come per affrontare un lungo
viaggio, cullato alla luce piana del giorno.
Avevamo convissuto per venti anni
eppure già non ci apparteneva più.
Avevamo capito ch’era arrivato il momento.
Lo abbiamo seppellito nell’erba alta,
senza indugiare, con il capo rivolto
verso le nostre finestre e gli occhi
ben visibili, due puntini di luce
tra le sterpaglie. Non capivamo
cos’era accaduto quella mattina in cui
lo abbiamo perduto – perciò volevamo
mantenere un contatto, un ponte
tra noi per rimediare, per farci
perdonare, un giorno, per questa morte
inutile eppure inevitabile.

*

Oggi ci siamo chiesti cos’è a tenerci
vivi mentre fuori un’acqua violenta
annullava i contorni di tutto ciò
che sapevamo appena oltre la soglia
di casa. Cosa a impedirci di dissolverci
e magari sgorgare liberi,
innominati, insieme alla condensa
sui vetri, all’acqua obliqua dei canali,
alla luce che cade compatta eppure
così leggera. Cosa a obbligarci
alla legge dei corpi, ai loro fluidi
incontrollati, alla pena degli occhi
quando sanno il male e non bastano
a contenerlo in due soltanto.
Cosa a darci un nome e a farcelo bastare,
cosa il silenzio che ci prende inspiegabile
in quei giorni in cui si dovrebbe gioire.
Cosa la voce in fondo ai cassetti
che chiama, chiama, chiama come un guaito
ferito di un cane che non sa dirsi.
Cosa quest’acqua che scende veloce
e sembra piangere e chiedere perdono
ma non per noi – forse per nessun’altro.

*

Scoprimmo ben presto la cifra
dello strappo tra noi e tra noi
e le cose. All’improvviso accorgersi
nello sguardo di una via di luce non battuta,
nella voce tumulata una voce,
una frequenza più bassa, mai udita
fino allora, turbarsi in gorgoglio acuto.

Fu come scoperchiare un bisogno,
sbarazzarsi del carapace angusto
a costo di lasciare quel grumo di dolore
esposto – indifeso alla corrente del mondo
a chiederci: “Dove, in quale smania,
fino a che negazione vi siete spinti?”.
Come se annullandoci a vicenda
potessimo risparmiarci anche
lo scontro ingrato con tutto il resto.

Ma veniva ora a noi un richiamo distratto
di salvezza dallo spioncino in ottone
della casa, una lama di luce a sedurci,
a consolarci. Di lato c’era come un recinto,
lì saremmo durati, oltre le cose.

Immagine: Tony Oursler, Number Seven, Plus or Minus Two, 2010.