Valentina Colonna, Stanze di città e altri viaggi

Sei poesie da Stanze di città e altri viaggi di Valentina Colonna (Nino Aragno, 2019).

Il sole sempre più grande e i rami
di ulivi preparano. Aprono – madri.
Ci risucchiano, sin dentro alle radici.

*

Ricordi il più remoto tutto che si slarga
come d’acqua, come di pangea? Mai
nata, mai partita dalla Madre.

Il muro racchiude il soffitto, lo rende tetto.

Muffe a scurire la chianca quasi natura
umana. Due ragni rossi si inseguono. Non sanno
di camminare in direzioni opposte. Impazziti
contornano le macchie per trovare l’aria,
la stradina solitaria che collega i gradini al comignolo.

*

Un piano solo la pace di ogni famiglia e un orto.
I fili obliqui delle antenne in terrazza come vele
e le mattine intente al finestrino a spiare la cucina
il vento della nonna con gli odori di vacanza. La mia stanza
non aveva nome era il maturare svelto delle prugne
tra i vuoti della scala e la paura di cadere, gioia di staccare.
Mani forti degli anziani a reggermi – porte aperte di casa.

*

A primavera questa terra è una bambina che ride.
Gli ulivi aprono gli occhi chiusi d’estate
per non perdere la vista quando la vita è troppa.
I fiori d’aria tra cachi e melograni senza frutti
io amo riconoscerli passando
piano – piano – da lontano.

*

Vedi, le campagne qua a sud si stendono
in pianura, nel miracolo di secoli, ulivi
a tronchi grossi, sinuosi di fianchi e chiome
bruciate, da curare di un amore vasto
sino al centro vivo di ogni ramo.

Le campagne di ragni nascosti in terre
incenerite. Tra i muri a secco arrossare
i pomodori e i fichi gonfiare in un odore
di latte che appiccica alle dita tra le more,
a onorare la processione degli amanti
in mezzo ai campi di silenzio. Impero
di crisalidi, involucri ninfali sui tronchi
innamorati del nostro cammino di stagioni.

*

Città fantasma nella città – la disabitata
Aveiro ha case a un piano o due e un tetto
che scende lento ai bordi o innalza a punta.
A volte confonde gli azulejos e il cielo,
quando le stanze mancano o le tegole crollano.
Restano solo gli scheletri, i perimetri delle camere
coi cartelli appesi. La parete in equilibrio
come foglia o fazzoletto in un miracolo. Aveiro
con gli infissi scrostati eternamente chiusi
e la calce viene via. La chiamano Venezia,
con le barche che trastullano e l’umido entra al fondo
delle ossa più nude di case abbandonate.

Ogni città con la sua voce accoglie e non sente
i racconti dei suoi viaggiatori quando camminano
per le strade che diventano bosco oppure avvicinano
l’oceano al silenzio. Negli spettri dei vetri rotti
puoi ancora sbirciare i fantasmi degli emigrati, un passaggio
rapido di luce, la parete che conduce all’umano nervo uguale.

In ogni fuga le parole chiedono un momento solo
di silenzio, la dimenticanza del tempo, di te e del volo.

 

Immagine: Larry Towell.