Uno scritto disperso di Mario Luzi

da | Ott 21, 2014

Da vari anni (mi) vado ripetendo che una vera e propria urgenza della critica luziana è la messa in cantiere della Bibliografia completa dei suoi scritti: diversamente da altri poeti del Novecento (da Montale a Caproni, da Betocchi a Gatto) manca ancora questa essenziale voce – vi è solo il contributo di Marco Zulberti del ‘99 per i testi critici, ma limitato negli anni – ed anche quest’anno centenario, tra i moltissimi contributi critici luziani, va scorrendo senza che ve ne sia avviso.

Fare un regesto degli scritti di Luzi non è certo agevole, sia per l’estesa vastità cronologica e spaziale dei suoi interventi: circa settantacinque anni di attività (dal 1931 al 2005), diffusa nelle sedi più disparate, dalle prestigiose riviste fiorentine degli anni Trenta ad umili bollettini locali. Per di più il poeta, quanto mai refrattario ad essere l’archivista di se stesso, non si è mai curato di custodire organicamente le proprie carte, soprattutto quello che veniva stampato e in qualche modo era ormai distaccato da lui. Uomo del presente e dell’attesa o avvento (per usare il suo lessico) non era certo custode del passato, tanto meno del proprio, né si curava di avere copia dei propri stessi libri.

Una bibliografia luziana è certo un’impresa impegnativa, che occorre fare a più mani e certo con buona approssimazione, dovendo dar conto del poeta, prosatore, drammaturgo, elzevirista, critico militante, recensore, francesista, critico cinematografico e d’arte, notista civile e politico, traduttore, ecc. senza entrare nella quota forse indefinibile delle interviste e delle prefazioni.

Per questo – nell’anno centenario – mi sono dato come compito di occuparmi principalmente di note bibliografiche, segnalando qualche nota ‘sommersa’, a volte significative collaborazioni, non ancora registrate (come ad esempio quelle per “Il Popolo” e “Il Giornale del Mattino”). Tra queste vale la pena rilevare la collaborazione a “Il libro italiano”, rassegna bibliografica ministeriale, presso cui Luzi fu distaccato nel ’42 (diedi il regesto delle note firmate in Mario Luzi, a cura di M.Froncillo Nicosia, Castelvetrano, Mazzotta, 2004).

In particolare mi sembra significativa la fervida recensione ad un particolare compagno di strada come Tommaso Landolfi, sempre carissimo alla vita e alla mente di Luzi (vedi la rievocazione postuma, ora in M. Luzi, Prose, ed Aragno, 2014); credo che il profilo dell’eccentrica scrittura di Landolfi qui sia benissimo colta nella ricognizione di un “umorismo filologico”e di uno stile quasi “mimico” con le sue scoscese ironie e con gli inattesi varchi di “affetti” e di “carità”. Un piccolo contributo sul Luzi militante, certo attratto dalla diversità dell’amico Tommaso, per temperare – allora – la propria attitudine melanconica, nella comune e condivisa insofferenza verso la stasi e l’amministrazione.

Stefano Verdino

***

LA SPADA di TOMMASO LANDOLFI

Landolfi ha per lo più ironizzato la sua situazione di intellettuale moderno, distaccato da ogni possibile oggetto moralmente vivace e presente, escluso dall’elementare calore sociale che pure è stato alla base non solo di ogni opera, ma anche di qualsiasi volontà di compierla.

Proprio per ironia egli ha rinnovato l’accento dell’arte retorica, simulato argomenti appassionati e un prossimo da farne consapevole: sono in realtà le disperate finzioni della sua noia e del suo rimpianto — di altri tempi, di altre società, di altri destini — le quali rimarrebbero opache e smorte senza quella ironia vitale. Essa è chiamata a fungere essenzialmente da spirito poetico della inerte e indifferente materia. La materia infatti non è in Landolfi che una rinuncia per scetticismo alla propria fantasia e consiste in una serie di feticci oleografici o utopistici capaci di sopportare una trattazione dall’esterno con uno spiegamento solenne di mezzi e di espedienti retorici e tutta la riserva possibile dell’animo. Dai briganti delle caverne all’astronomia sideronebulare i temi di divertimento offerti dal suo ozio non variano gran che di valore o di urgenza sollecitando l’acume dello scrittore soltanto col loro aspetto di falsa solennità e di sussiego da sottolineare fino al ridicolo. Anche certe trasposizioni meravigliose, ripetute apertamente da Kafka o da Gogol, non conservano più per Landolfi alcuna energia e non esercitano nessuna violenza al mistero, ma rimangono come delle comuni istituzioni letterarie e retoriche elaborate poi efficacemente con tranquillo distacco. Sebbene rimanga luogo a credere che tanto la scienza e l’utopia quanto il meraviglioso interessino sinceramente la natura di Landolfi, tuttavia egli definisce bene a quali condizioni gli è possibile accedervi come scrittore e a quale giuoco gli è necessario sottoporle e limitarle. E ora si aggiunga che quell’ironia sviluppa un’esigenza stilistica meticolosa e penetra indirettamente nella sintassi del suo periodo cessando di essere un atteggiamento o il risultato di un atteggiamento e riuscendo per così dire in una filologia. Questo umorismo filologico è, in sede propriamente critica, l’effetto concreto e incomparabile di Landolfi. La sua prosa — e vorrei dire la sua mimica, come un critico, mi ricordo, ha giustamente evocato al suo riguardo Buster Keaton — è seriosa, grave di incisi, pesante di scolastiche contraffazioni e appunto provoca il sorriso dall’essere così corretta, educatissima e manierata. Anche in questo caso lo scrittore è stato estremamente coerente: piuttosto che tendere a una sua prosa egli ha perseguito l’impeccabilità della prosa — e in questo le sue qualità e la sua preparazione lo hanno soccorso benissimo — senza intervenire mai con l’estro in alcuna articolazione e senza deformare mai l’accademica compiutezza di quel linguaggio che in fondo si succede lontano da lui, nella zona perfetta della sua indifferenza. Niente di maccaronico o comunque di capriccioso turba l’apparente solennità e serietà del suo dire il quale nasce e si svolge al riparo da ogni urto e oppressione del sangue, in una distanza esattamente illuminata.

Ma a questo punto vien fatto di chiedersi se le finzioni di Landolfi, nate dall’ozio e dalla noia di una situazione spirituale irrimediabilmente inoggettiva, fredde, lontane da ogni sua partecipazione, stampate nella sua immacolata chiarezza mentale, non debbano ingenerare appunto la noia. Da quella medesima situazione altri sono partiti riparando nel calore e nel fascino della reminiscenza, altri hanno ricavato un’arma e una disperazione in atto. Landolfi ha solo l’umorismo della dizione e la sua ironia per difendersi. Ma non è una debole opposizione al suo ed al nostro squallore? Noi sentiamo che la sua natura, dirò così, indeterminata è molto più ricca di tutto questo. E allora è certo che anche per lui, per questo scrittore perfetto e apparentemente esaurito, esiste il problema dell’oggetto, del fantasma in cui avvivare e spengere tutta la propria natura e rivelare a se stesso l’intimità segreta e imprevista. Esiste anche per lui il bisogno di partecipazione, di dedizione alle proprie immagini e non più soltanto al proprio lavoro.

Abbiamo di Landolfi alcuni esempi stupendi che servono a dimostrare a quale grado di vera e conchiusa poesia possa pervenire quando la sua ironia e la sua calma e finalmente il suo affetto si compongono per svegliare e incantare la sua fantasia, mantenendola fedele e caritatevole verso l’oggetto inventato; sono: Notte di nozze, Il racconto del lupo mannaro, La farfalla strappata, Il dente di cera, Favola, Il racconto della piattola. In quelle esili leggende egli riesce a trasportare intero il piano naturale dei suoi affetti e della sua tristezza sostenendo l’immagine iniziale con tutto il calore di una vita minuta e fitta eppure sensibile che ritrova per puro effetto di poesia il peso del tempo, del dolore e del mistero. A questa luce apparirà che dietro le mistificazioni e le trovate paradossali inscenate con tanto fredda dovizie si nasconde una natura timida e ritrosa; quando essa si ritrae nel suo pudore le parole le divengono lievi e pensose, esposte a tanti e gravi significati possibili: la favola si fa reale, viva nel proprio respiro e indipendente da ogni artificio.

A questa zona segreta di Landolfi ci volgeremo con più speranza. Vengo a sapere che ha scritto un libro per bambini: credo che sia quella strada che continua e c’è a questo riguardo da attendersi molto da uno scrittore che riconquista la propria innocenza attraverso tante disperate imposture e tanta consapevolezza.

Mario Luzi, «Il libro Italiano», VI, 10, ottobre 1942-XX, pp. 602-604.

Il nostro dossier Per Mario Luzi (1914-2014) ha fino ad ora proposto:
Milo De Angelis, Breve viaggio tra le ombre di Mario Luzi

Caporedattrice Poesia

Maria Borio è nata nel 1985 a Perugia. È dottore di ricerca in letteratura italiana contemporanea. Ha pubblicato le raccolte Vite unite ("XII Quaderno italiano di poesia contemporanea", Marcos y Marcos, 2015), L’altro limite (Pordenonelegge-Lietocolle, Pordenone-Faloppio, 2017) e Trasparenza (Interlinea, 2019). Ha scritto le monografie Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, 2018).


ULTIMO NUMERO

ACQUISTA ORA