Una sera come tante

Una sera come tante, e nuovamente
noi qui, chissà per quanto ancora, al nostro
settimo piano, dopo i soliti urli
i bambini si sono addormentati,
e dorme anche il cucciolo i cui escrementi
un’altra volta nello studio abbiamo trovati.
Lo batti col giornale, i suoi guaiti commenti.

Una sera come tante, e i miei proponimenti
intatti, in apparenza, come anni
or sono, anzi più chiari, più concreti:
scrivere versi cristiani in cui si mostri
che mi distrusse ragazzo l’educazione dei preti;
due ore almeno ogni giorno per me;
basta con la bontà, qualche volta mentire.

Una sera come tante (quante ne resta a morire
di sere come questa?) e non tentato da nulla,
dico dal sonno, dalla voglia di bere,
o dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle,
né dalle mie impiegatizie frustrazioni:
mi ridomando, vorrei sapere,
se un giorno sarò meno stanco, se illusioni

siano le antiche speranze della salvezza;
o se nel mio corpo vile io soffra naturalmente
la sorte di ogni altro, non volgare
letteratura ma vita che si piega nel suo vertice,
senza né più virtù né giovinezza.
Potremmo avere domani una vita più semplice?
Ha un fine il nostro subire il presente?

Ma che si viva o si muoia è indifferente,
se private persone senza storia
siamo, lettori di giornali, spettatori
televisivi, utenti di servizi:
dovremmo essere in molti, sbagliare in molti,
in compagnia di molti sommare i nostri vizi,
non questa grigia innocenza che inermi ci tiene

qui, dove il male è facile e inarrivabile il bene.
È nostalgia di un futuro che mi estenua,
ma poi d’un sorriso si appaga o di un come-se-fosse!
Da quanti anni non vedo un fiume in piena?
Da quanto in questa viltà ci assicura
la nostra disciplina senza percosse?
Da quanto ha nome bontà la paura?

Una sera come tante, ed è la mia vecchia impostura
che dice: domani, domani… pur sapendo
che il nostro domani era già ieri da sempre.
La verità chiedeva assai più semplici tempre.
Ride il tranquillo despota che lo sa:
mi numera fra i suoi lungo la strada che scendo.
C’è più onore in tradire che in essere fedeli a metà.

Caporedattrice Poesia

Maria Borio è nata nel 1985 a Perugia. È dottore di ricerca in letteratura italiana contemporanea. Ha pubblicato le raccolte Vite unite ("XII Quaderno italiano di poesia contemporanea", Marcos y Marcos, 2015), L’altro limite (Pordenonelegge-Lietocolle, Pordenone-Faloppio, 2017) e Trasparenza (Interlinea, 2019). Ha scritto le monografie Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, 2018).

One comment

  1. Michele Passalacqua says:

    Certamente Giovanni Giudici non faceva parte della “vecchia piccola borghesia” carogna di cui cantava Lolli, ma è perfettamente consapevole che il LIMBO in cui siamo immersi tutti (o quasi) è quello, compresi coloro, gli onesti, che ancora sognano in grande (la semplicità, la verità, la salvezza, il vigore, “il fiume in piena”, l’amore… senza “escrementi”, etc.). Giudici, nella sua onestà, analizza poeticamente e ferocemente la “grigia innocenza” dell’essere “fedeli a metà”, e non si tratta semplicemente di rapporti coniugali o meno, ma della vita in generale. Il piccolo borghese, cioè quasi tutti, deve necessariamente accontentarsi di vivere “al cinque per cento” (come affermava Montale). Il piccolo borghese è, essenzialmente dunque, carogna o onesto che sia, un traditore rispetto alla vita in generale. Che fare, per uscire dal LIMBO? Immensa questione, psicostorica, che ha segnato generazioni di artisti, poeti, almeno dalla fine del settecento in poi… Immensa questione che ancora segna vite e destini che sognano in grande, in mondi urbani e universi familiari diventati sempre più caotici-asfittici, precari e limitanti… Ad ognuno la sua scelta, e certamente viene sempre un momento in cui non tutto è relativo, ma il taglio di una decisione si impone. Diversamente, le grandi parole cadono come foglie morte, e restano le “impiegatizie frustrazioni” o “le buone cose di pessimo gusto” di Nonna Felicita (senza più l’accento finale).

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