Una minima stupenda

Quattro poesie da Una minima stupenda di Lucia Brandoli (Interno Poesia, 2019).

Olimpiade

Ecco cosa vuol dire
Lebensmensch,
persona della vita.
Neutro, totale. Leben
così simile a Liebe.

Das Mensch, der Man,
der Tod, der Mond,
die Sonne, das Mädchen,
la fanciulla, una prova.

La vita è una palette:
Foxglove,
Chocolate Brown,
Verde petrolio.
Le montagne quando piove fumano
e io ho smesso.

Ognuno ha un centesimo di sofferenza,
ma le barche la scaricano sugli altri.

Una squalifica di otto anni
è molto simile a un ergastolo
per un atleta,
una vita.

Vorrei un bambino
nella pancia,
ma tu guardi le olimpiadi
e sono una figura
di passaggio
alle tue spalle,
Atlante.
Sei nata di nuovo,
bambina di sei anni.
Ci ho messo un po’ a riconoscerti:
eri un uomo che amo.
Il tuo sorriso, il mio sorriso
caduto in fondo a una foto,
scivolato in grembo, a nutrire
un segreto, una vergogna,
le vertigini.

Mia madre ripete tre volte le stesse parole
vengo con te!
chissà di cosa
vuole convincersi.
Di questa sordità mentale.
Come staccare una distanza, la vita,
quando si è soli?

Saltare nel nulla.
Amare la solitudine in compagnia,
come nei cinema.
La soddisfazione
di far piangere qualcuno
per una volta, per favore.
Perché senza di lui non suono.
Perché senza di lui non sono.
Perché riesco ad essere migliore
solo per gli altri? Per l’amore.
Io no, non ne valgo la pena.

E non sai come mi sento,
per lo più infastidito
quando mi lamento.
Quando brucio, ma niente
vale, per te, la pena.
Lo dici sempre, ma non imparo.
Ho imparato invece
a chiudere e aprire
le vocali – non l’anima.
A tacere. Ho imparato
a cantare, qualche passo di danza.
Ma ormai è troppo tardi.
Non sono la tua speranza.

(La prima versione di Olimpiade è stata pubblicata nell’antologia Umana troppo umana. Poesie per Marilyn Monroe, Nino Aragno, 2016).

Documenta

Tre finestre e la luce
fioca sul pavimento – nero
la vertigine delle cose relative
fuori dal bosco
solo
il silenzio, gli uccelli, i recinti
dei bambini, i vivai.

Improvvisa
una domenica
le strade crepate di curve
verso la campagna
a dieci minuti
dai viali,
gli hotel a meno
dieci gradi
dal centro
se giri
è bello il quartiere,
se devii dalla principale
ci sono la Luna, le finestre uguali
gli angoli a Mitte,
sotto la ferrovia
di luci bianche e di Schnitzel, i menù ricoperti
di ghiaccio all’aperto, i gin tonic, la Guinness
il legno all’intorno
lo stesso
tavolo, Onegin, gli scialli e ora sui tetti
una ripida preoccupazione
di neve.

Nessun gatto.
Guarda la Luna
com’è grande.
Vicina, tu dici.
Ma oggi solo foglie,
oggi solo fogli.

Al mio giorno di neve

Ciascuno ha il suo giorno di neve
una piccola ferita intatta
precisa
non importa se era mercoledì
i giorni di neve non fanno parte del tempo
lasciano impronte scure sui marciapiedi
in mezzo alla strada,
le impronte di chi se ne va.

A ciascuno il suo giorno di neve,
i piedi freddi,
gli spicchi di marciapiede.
A ciascuno la sua scatola vuota
piena di foglie.
A ciascuno la sua ultima foto.

Attesa

Ti abbiamo tirata giù,
dallo spazio
con un piccolo amo
d’acciaio
e quello che imparo
è che non esistevi.

Tu non esistevi.
Noi non siamo esistiti.
Noi non esistevamo.
Chissà com’eri, com’eravamo.
Chissà chi siamo.

Le nostre mamme l’han fatto per noi.
Una piccola luce, una pancia che batte.
Un lumino nel buio.
In attesa.

Libertà

C’era mi chi preferiva non sapere,
un numero di macchie i ricordi:
“Facciamo come se non fosse niente”.
Eppure non lo era, era ben chiaro.
“Non ti lagnare”.
Eppure non mi pare.
Non sono un esercizio
di ginnastica.
Forse non era questo
quando si parlava di risveglio e di fiori.
Abbiamo rinunciato al sacro,
una tappa obbligata,
eppure non mi pare.
Quante volte sono stata violata
per potermi guadagnare
una libertà.

Immagine: Marina Abramovic, performance.

11/03/2019
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