Una donna dipinta su una foglia. Per Eavan Boland (1944-2020)

Il 27 aprile è scomparsa la poetessa irlandese Eavan Boland, professoressa a Stanford University. In Italia sono state pubblicate alcune traduzioni di sue poesie nel volume Falene, Via del Vento edizioni, a cura di Giovanna Iorio. Pubblichiamo quattro poesie.

Falene

Profumo d’erba tagliata stanotte nell’aria.
Sui rami arrugginiscono mele. L’estate è già
un luogo smarrito tra attesa e memoria.

Questa è l’estate delle falene.
Arriva con l’oscurità il loro momento di verità.
Appaiono sui davanzali. Sui bordi
delle nostre finestre come punture di spillo. Un barlume.

Apro libri pieni delle loro leggende:
veloci falene fantasma e danzanti assemblee al tramonto.
Brulicanti corteggiamenti. Esseri guidati dalla luna.

La luna è alta. Finestre spalancate sul retro.
La luce di metà luglio riempie il quartiere. Sono in piedi accanto alla siepe.

Eccole una volta ancora accanto al davanzale-
fruscianti al di là di fucsia e lavanda,
alta fino al ginocchio e troppo blu per metterle in guardia

cadranno giù senza sapere come o perché
quel che schivavano avvenne, improvvisamente,
come crepitarono e bruciarono da ogni parte. Morranno-

muoio- sullo spigolo e sulla soglia
del momento che tutta la natura teme e a cui tende:

il furto della luce. Ingegnoso facsimile.

E la lampadina della cucina che le attrae allunga
l’ombra di mio figlio più della mia.

 

Una donna dipinta su una foglia

L’ho trovata tra argento e rarità,
nella purezza della luce invernale.

Una donna dipinta su una foglia.

Tratti sottili sulla superficie venata
in una cornice artigianale.

Questo non è il mio viso. Neppure sono l’autrice.

In un giardino cade una foglia.
La luna raffredda la sua ultima linfa.
S’asciuga il succo dell’estate nella notte stellata.

Là dentro una donna è prigioniera.

Questa non è morte. E’ terribile
sospensione di vita.

Voglio una poesia
dentro cui invecchiare. Voglio una poesia in cui morire.

Voglio raccogliere
questo volto inaridito
come si prende uno storno dalla trappola
e restituirlo al suo elemento d’aria, di fine
così che l’Autunno
che un tempo fu
lo sguardo severo delle stelle,
il cipiglio sul volto del giardiniere,
il graduale brunirsi della distanza,

sarà
d’ora in poi
un tenero crocchiare sotto i piedi. Zigomi. Occhi. Sarà
una bocca che grida. Lasciami.

Lasciami morire.

 

Notturno

L’amico se ne va e io sento di amarla:
la casa di notte. Tutti addormentati.
ll suo contrarsi come aria o sera.

L’una. Teiera a fiori e un dolce d’uvetta.
Un vassoio aspetta che lo si porti dabbasso.
La luce è spenta sulle scale. L’orologio rintocca. Il gatto

appare nel suo territorio, misterioso sui gradini
nero e ambiguo tra i piedi delle
sedie abbottonate, insinuazione da sistemare

accanto al cucchiaio rosso e alla tazza smaltata,
il piattino col suo ribocco di tè
che il getto d’acqua facilmente risciacqua. Il tempo

è un tic, un purr, una goccia. II sonno cattura
il ragno sulla finestra del soggiorno
tra le trame, vi cadrò anch’io quando

serrate le porte, provate le chiavi
la luce s’accende in cucina
e fa del cortile sul retro

una stanza elettrica: un addomesticamento
di margherite chiuse, un’architettura
istantanea e improbabile.

 

La foto sulla scrivania di mio padre

Potrebbe essere
Un pomeriggio qualunque d’estate.

Il sole in giardino riscalda
Il sedile di legno di futto.
La fucsia sfiorisce.
I tordi vanno
Verso frutti staccati dal vento
Ai piedi del melo selvatico.

La donna
Si tiene la gola come una ferita

Indossa
Gabardine color montone
Un avanzo di merletto
Appena sull’orlo dello stivale

La punta rivolta verso
L’uomo che scende il sentiero
A braccia spalancate. Ride.

Il giardino si riempie
Di silenzio bruciato.
Le voci si spengono.
Il cucchiaio che un attimo fa
Risuonava sull’orlo del boccale di limonata
Sta fermo.

E il cespuglio di lavanda
Smarrirà
Mussola e fragranza.